La famiglia è in una crisi profonda. Prossima, statisticamente, a una fine annunciata. Solo una provocazione o un allarme reale? Roberto Volpi, pisano, di professione statistico (lavora all’Istituto degli Innocenti di Firenze), ha appena pubblicato da Mondadori un volume dal titolo inequivocabile: La fine della famiglia. «Se intendiamo la famiglia come istituzione sociale, come prima aggregazione tra individui su cui si regge tutta la restante impalcatura della società e come cellula primaria che assicura la continuità biologica della specie – risponde – non c’è dubbio: almeno qui in Italia la famiglia è in un declino tale da far temere per la sua stessa sopravvivenza».
Non è un’interpretazione troppo pessimistica, la sua, professor Volpi?
Per natura sono ottimista, ma in questo caso parlano i numeri. Il matrimonio è in crisi e lo dimostra l’aumento di quelli civili, ovvero di quelli che prevedono in sé il divorzio. E ci si sposerebbe ancora meno se non ci fosse in prospettiva questa possibilità. Persino la prospettiva di coppia ha perso fascino. Non c’è soltanto, infatti, la crisi della coppia costituita, c’è ancor prima la crisi della coppia che non si forma. Gli italiani, e segnatamente i giovani, trovano crescenti difficoltà a mettersi insieme, a fare coppia, a metter su famiglia. Gli stessi pacs stanno ad indicare proprio questo. Si aderisce a queste forme perché non c’è nessuna certezza sulla coppia in quanto tale. La coppia sembra restringere gli orizzonti esistenziali di una persona anziché ampliarli. E poi c’è un altro declino, almeno in Italia perfino più grave.
Immagino sia quello dei figli...
Esatto. Il calo delle nascite è impressionante. La proporzione di donne rimaste senza figli nella generazione di donne del 1960 è pari al 14 per cento; nella generazione di donne del 1990, che dunque non ha ancora cominciato a fare figli, la proporzione che resterà senza figli si prevede tra il 21 e il 29 per cento. Per la prima volta nella storia dell’umanità, la famiglia in quanto istituzione non tende necessariamente ai figli ma risulta, al contrario, da essi sempre più svincolata. Si può fare famiglia, questo sembra il succo dell’esperienza odierna, a prescindere dai figli, anche senza mettere al mondo dei figli. La famiglia già oggi non ha più nel suo orizzonte i figli come obiettivo e completamento. La coppia di oggi vede in se stessa le aperture, cerca e persegue per se stessa i traguardi, non demanda ai figli né le une né le altre. Soltanto 43 famiglie su 100 (in base ai dati del censimento del 2001) sono rappresentate da coppia di genitori con figli. Un valore che l’aggiornamento dell’Istat al 2003 dava ancora in calo.
Si ha paura del futuro, ci sono problemi economici, mancano i servizi…
Al contrario: sono proprio le regioni che offrono più servizi quelle in cui la media dei figli si abbassa.
Allora c’è qualcosa di più?
C’è quella che io chiamo l’ipertrofia dei figli, ovvero un figlio sembra richiedere talmente tante cure e attenzioni da inglobare tutta la prospettiva della coppia in sé. Fare un figlio è diventato un’impresa. Essere genitori è mestiere, a leggere libri e riviste che si sprecano sull’argomento, di una complessità della quale è quasi impossibile venire a capo. Addirittura è diventata la maternità a scoraggiare la maternità.
In che senso?
Nel senso che è la venuta al mondo di un figlio a scoraggiare quella di altri fratelli perché la maternità è uscita dalla sfera di quel che è naturale e perfino ovvio per entrare in tutt’altra sfera connotata come eccezionale e quasi miracolistica in cui comanda l’apparato medico-sanitario e in cui tutto è artificio, verifica, esame continuo, adeguamento progressivo dei comportamenti e delle condizioni delle donne in gravidanza ai comportamenti e alle condizioni previste dalla medicina.
Crisi della coppia, instabilità dei matrimoni, calo demografico, "famiglie unipersonali o monogenitoriali"… quali le conseguenze sul piano sociale?
Una famiglia oltremodo piccola e tutta percorsa da logiche individuali, che è ormai l’emblema della famiglia, ha perso peso e prestigio nella società, non riuscendo a influenzarne le dinamiche socio-economiche, culturali e politiche che in misura sempre più debole. Al tempo stesso, una società che ha alla base una siffatta famiglia sempre meno sarà portata a rifletterla, sempre più si rivolgerà piuttosto ai singoli o comunque ai suoi componenti. E perso l’ancoraggio dei figli, la famiglia si sbilancia sempre più verso la prevalenza di esigenze e spinte individuali piuttosto che verso una superiore logica familiare che riesca a conciliarle senza per questo annullarle.
C’è una via d’uscita, un modo per salvare la famiglia?
Ci vorrebbe una convinzione da parte della politica, della quale non si sono viste fino a quest’oggi che alcune tracce di dubbia consistenza. Il fatto è, detto con parole semplici e dirette, che non ci sono attualmente e da molto tempo in Italia le condizioni favorevoli alla formazione e all’esistenza piena e vitale delle famiglie. Ed è chiaro che se queste condizioni non vengono o ripristinate o create di sana pianta non ci sarà neppure modo di contare su alcuna correzione culturale che sgorghi autonomamente. I valori che sono cambiati o si sono indeboliti, come il sentimento di appartenenza al genere umano e quello del futuro della specie, della prosecuzione della vita oltre le nostre individuali esistenze, questi valori non si risollevano semplicemente discutendo o predicandone la bontà, quanto piuttosto operando perché il loro motore concreto, quello che consiste pur sempre nella generazione e nei figli, riprenda a funzionare almeno secondo un più congruo regime, per il bene delle famiglie e della società. E poi sul dibattito sviluppatosi in Italia sulla famiglia ci sarebbe da dire anche un’altra cosa.
Quale?
Che questo dibattito si è sviluppato per vie collaterali, ovvero attraverso il dibattito sulla fecondazione assistita e sulla regolamentazione legislativa delle coppie o unioni di fatto attraverso i pacs. Il problema è che nella fecondazione assistita il centro è il figlio, mentre la coppia passa in secondo piano; nei pacs il centro è la coppia, e sono i figli a passare in secondo piano. Quali che siano i frutti di questo dibattito, manca una visione d’insieme della famiglia. E anzi sul nucleo composto di genitori e figli non c’è in giro alcun vero dibattito. Non si fa che parlare di famiglia e nel contempo si parla di tutt’altro.