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intervista a Franco Giulio Brambilla
(21 ottobre 2006)
«Il cattolicesimo d’Italia, una foresta che cresce»
di Mimmo Muolo
Come una foresta che cresce. Difficile accorgersene guardandola giorno per giorno. Ma a distanza di anni la crescita si vede, eccome, e la puoi misurare. Usa la metafora della foresta don Franco Giulio Brambilla, per fare sintesi dei cinque giorni del Convegno nazionale di Verona. «Ci siamo accorti – dice il teologo – della crescita esponenziale del cattolicesimo italiano, specie se confrontiamo la qualità della partecipazione di oggi con i racconti dei testimoni degli altri appuntamenti decennali. Ma non è solo questione di singoli. È il clima della consapevolezza complessiva di essere Chiesa in missione che è cresciuto». Martedì mattina, don Brambilla aveva di fatto aperto i lavori assembleari, facendo seguito con la sua relazione alla prolusione del cardinale Dionigi Tettamanzi. Adesso, dunque, mentre gli ultimi delegati lasciano la grande sala del Padiglione 6, la sua analisi è più che un primo bilancio a caldo.
Quali novità sono emerse da Verona 2006? «Io credo, e il cardinale Ruini lo ha messo molto bene in evidenza nelle conclusioni, che il Convegno abbia innanzitutto confermato la plausibilità del suo tema: Gesù è davvero speranza per il mondo. Una speranza che noi dobbiamo testimoniare secondo le piste di lavoro individuate dalla comune riflessione».
Quali, in particolare? «Metterei al primo posto la tipicità della dimensione escatologica del cristianesimo. Non un aldilà che viene dopo l’aldiqua, ma l’aldilà che dà senso all’aldiqua, come ha ricordato splendidamente il Papa. Quindi la popolarità del cattolicesimo italiano, vera caratteristica fondamentale della nostra Chiesa. Poi il protagonismo dei laici e la necessità di una loro sempre più approfondita formazione. Infine la trasversalità degli ambiti, la novità pastorale di Verona 2006».
In effetti l’«invenzione» degli ambiti ha favorevolmente sorpreso tutti. Ma si tratta solo di una nuova metodologia pastorale? «È anche una metodologia, che ha il merito di mettere in simbiosi tutti i gesti dell’azione pastorale, ma direi che esprime soprattutto la capacità di ripensare la missione della Chiesa all’esterno e la presenza dei cristiani nella società civile, poiché, in definitiva, gli ambiti hanno comune denominatore la persona».
Possiamo dire, dunque, che si tratta di un diverso modo di declinare la questione antropologica e il progetto culturale? «Certo. Come ha ricordato il cardinale Ruini, la questione antropologica è un test fondamentale per comprendere le mutazioni in atto, in quanto rimette al centro la persona umana. Inoltre, citando un’affermazione del cardinale Tettamanzi, il presidente della Cei ha parlato di una seconda fase del progetto culturale, che dovrà avere più attenzione non solo all’agenda dei temi eticamente sensibili, ma anche alla capacità di entrare nella vita e nelle situazioni concrete della persona, toccando temi come i giovani, la famiglia, il lavoro e il tempo libero, la sofferenza e tutte le altre questioni emerse durante il Convegno».
Temi non a caso anche appartenenti all’agenda politica. Le relazioni degli ambiti, a tal proposito, hanno segnalato che i cattolici «vogliono fare politica». Qual è la risposta del Convegno? «Il Papa ci ha ricordato che la Chiesa non è un agente politico. Ma non per questo non ha a cuore il bene comune della società. Tuttavia la responsabilità dell’azione e della progettualità dei cattolici dentro la vita sociale e politica del Paese è lasciata ai singoli. Savino Pezzotta, in merito, ha sottolineato che l’unità dei cattolici si realizza essenzialmente nell’unità ecclesiale».
Ora si torna a casa. Che cosa si sente di suggerire per valorizzare e diffondere l’eredità di Verona 2006? «Più che consigliare, esprimerei un auspicio. E cioè che in tutte le Chiese locali si raccolga, attorno alla cifra sintetica della dimensione popolare e comunitaria del nostro cattolicesimo, il carattere propulsivo della speranza emersa in questi giorni. Una dimensione che ha anche spiazzato gli osservatori esterni, sempre alla ricerca di elementi conflittuali. Perché la foresta che cresce è meno facile da cogliere».
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