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Spes contra spem (15 ottobre 2006)
«Quelle parole di chi non ci sarà»

di Franco Vaccari

«Verona!?!…Piazza delle Erbe… la città di Romeo e anche di Giulietta… la lirica… Reminiscenze utili per un week-end…. ma… del tuo Convegno di Verona, scusami, non mi importa nulla». Me lo ha detto con tono scherzoso un caro amico che non vuole offendermi. Di Verona non gli importa nulla perché non va in chiesa da trent’anni, salvo per i funerali, non ha battezzato i suoi due figli e non sopporta i pochi preti che ha conosciuto. I funerali gli servono perché ogni volta esce «più convinto di aver sigillato con quelle bare la fede di quand’era bambino».

Normale? Forse sì. Eppure la cosa non mi lascia tranquillo. Andare a Verona con queste parole non mi fa piacere. Forse perché è come se restasse un frainteso tra me e lui: o io non riesco a spiegarmi o lui non mi capisce o, forse, un po’ tutt’e due. Allora ho provato ancora una volta a calarmi nel suo ragionamento, a far miei i suoi dubbi e ho capito qualcosa delle sue ragioni che forse potrebbero ricondursi a un deja vu: le stesse analisi di sempre, le stesse discussioni, lo scontro duro con una realtà che pare sorda o indifferente... L’idea che persone, accomunate da un credo religioso, si chiudano per parlare delle «loro cose», percepite come scontate anche se mai conosciute, etichettate con una parola altisonante – speranza – potrebbe forse essere più diffusa di quanto non si pensi. Ma quel giudizio può suscitare una doppia reazione: insignificanza per ciò in cui si crede e sentimento che in quel pensiero, parzialmente vero, si annidi la peggior nemica della verità: la mezza verità.

Cattolici e non credenti sono compagni di viaggio dentro questa società e forse non si conoscono. Forse prevalgono le reciproche rappresentazioni, gli stereotipi fondati su un passato che si dissolve rapidamente dietro a noi mentre il futuro ancora non esiste. Non voglio cadere nel tranello inconscio del mio amico. Non voglio dialogare con i pregiudizi degli altri che si saldano alle mie paure.

In effetti, la speranza non nasce a Verona, ma dentro al cuore di ciascun uomo, a partire da quando si trova dinanzi all’assurdo, all’inesorabilmente altro. Parole forse altisonanti, ma così comuni, oserei dire esperienze ordinarie, nella vita di ciascuno. Di fronte al dolore universale di questo nostro tempo, appare ancora più essenziale nella sua brevità l’adagio spes contra spem. Il Convegno deve alzare lo sguardo al futuro, riscoprendo da questo l’intima connessione tra antico e moderno, per uscire da forme sclerotiche, legate al pregiudizio o, peggio ancora, all’abitudine o alla noia.

La madre sigilla il proprio figlio nell’immagine del bambino. Il professore può farlo col suo alunno. I profeti di sventura che non sorridono più, gli estimatori del diverso finché il diverso è secondo le proprie aspettative, scuotendo la testa potrebbero dire «è la solita minestra riscaldata!». Ma la speranza che non delude non poggia certo sull’esito di un Convegno. Questo può esserne solo un’espressione più o meno alta. Spes contra spem… e ciò che è greve può aprirsi alla leggerezza; quella leggerezza, nonostante il grande compito storico che ci attende, che a ben pensarci potremmo chiamare «Grazia».

 

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