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Bilancio (09 maggio 2008)
Trent'anni di Basaglia, le famiglie lanciano l'Sos

Paola Simonetti

Il dibattito continua. Roventi polemiche proseguono da decenni su quella legge che trent’anni fa rivoluzionò la concezione di cura e gestione della malattia mentale, ma che secondo molti non è stata risolutiva di un problema sanitario di proporzioni gigantesche. La Basaglia, entrata in vigore il 13 maggio del 1978, oggi scatena più che mai giudizi contrastanti, alla luce di una sua mancata applicazione che, dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici pubblici, ha condotto molte famiglie alla disperata ricerca di soluzioni alternative. La 180, infatti, dopo aver sancito la chiusura di tutti i manicomi, ponendo al centro di qualsiasi intervento la persona e non la malattia (vietando, dunque, un’impostazione repressiva fondata sulla coercizione di ricovero e terapia) stabilì anche l’istituzione di Reparti di psichiatria all’interno degli ospedali generali, prevedendo ricoveri coatti solo in circostanze eccezionali e per brevi periodi e avviando la nascita dei servizi di salute mentale, con gestione regionale.

Provvedimento che, sulla carta, si rivelava perfetto, ma che nella pratica sarebbe fallito per carenza di fondi, personale preparato, strutture alternative all’altezza del cambiamento. Una situazione, questa, che ha spaccato l’opinione di esperti, medici e famiglie sul destino della legge: c’è chi invoca una sua radicale modifica e chi, difendendola, ne chiede urgentemente un’adeguata e precisa applicazione. «La legge in teoria è la migliore del mondo – dichiara Emilio Covino, vicepresidente dell’Arap, associazione di famiglie – ma di fatto non ha saputo dare risposte adeguate né al malato, né a chi lo assiste, cioè la famiglia. Proprio i familiari dei malati si trovano a far fronte a situazioni gravissime, con strumenti inadeguati, vivendo un quotidiano disperante e nell’angoscia del cosiddetto "dopo di noi". Per questo noi riteniamo che il provvedimento vada modificato. È necessaria l’istituzione di strutture intermedie fra casa e ospedale, che possano prendersi in carico il malato, in maniera continuativa, dando respiro alla famiglia, soprattutto nei casi più gravi, ovvero quelli in cui il soggetto è "non consenziente", cioè non in grado di autodeterminarsi nella cura».

Opposta la visione dell’Unasam (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale), che nella Basaglia vede una reale a ancora attuale rivoluzione non solo sanitaria e medica, ma anche culturale: «Quando ci si schiera contro la Legge 180 – ha spiegato Ernesto Muggia, presidente onorario dell’Unasam – si sbaglia il bersaglio. Questa legge ha aperto grandi prospettive di civiltà, troppo a lungo rimaste inapplicate. Ora occorre agire, in nome di un provvedimento che il mondo ci invidia e ci copia. Le Regioni si sono purtroppo mosse in modo disomogeneo nel nostro Paese, provocando disuguaglianze di risposte sul territorio. In un nostro manifesto, presentato un paio di mesi fa, sostenuti da decine di associazioni nazionali, ribadiamo l’opposizione allo stigma sociale della malattia con strumenti formativi e informativi, la necessità di qualificazione dei servizi di salute mentale, che dovrebbero offrire operatività 24 ore su 24, sette giorni su sette, con la garanzia del diritto al consenso informato per l’utente, con conoscenza dei percorsi terapeutici disponibili».

«Ribadita, inoltre – prosegue Muggia – la volontà di vietare qualsiasi forma di terapia invasiva o coercitiva, o "internamento" forzato, a cui devono accostarsi strutture di residenzialità monitorate, in cui garantire un abitare civile e assistito».
Nel frattempo, per offrire risposte alle famiglie si sono moltiplicate negli anni le attività dell’associazionismo, che hanno tentato di attuare un aiuto di primo livello. Come la Fondazione Di Liegro, che da qualche anno ha messo in campo il Progetto famiglie in rete, che comprende uno sportello telefonico, che ha lo scopo di offrire ascolto e orientamento ai servizi e alle risorse presenti sul territorio e un gruppo di auto aiuto per familiari.

«Quello su cui concentriamo i nostri sforzi con famiglie e volontari a cui facciamo formazione – spiega Giosè Mannu, psichiatra della Fondazione – è abituarli a considerare non la malattia, ma le risorse sia della persona con disagio mentale che dell’intera famiglia. Cerchiamo di mettere al centro quella che chiamiamo "parte sana". Non è un gruppo in cui si scambiano i problemi, ma al contrario ci si scambiano i punti di forza. Questi, soprattutto nel malato, consentono una presa di contatto diretta con la sua personalità, con la possibilità di iniziare un cammino progressivo e proficuo. Il tutto con il coinvolgimento dei familiari, che possono proseguire poi autonomamente questo lavoro nel tempo».

 

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