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I mille volti di Verona
(15 ottobre 2006)
Le pietre di una Presenza
di Davide Rondoni
È dolce. Però è guerriera. È teneramente distesa tra le anse del suo fiume, e però fa la guardia ai precipizi e alle invasioni del Brennero. Ha madonnine stupefatte dipinte da Lorenzo o da Liberale, o tra le fruttiere del Mantegna. E torri, fortilizi, feritoie. Lei, Verona, è dolce come il pandoro. Ma anche eretta, dignitosa e malinconica come i suoi cavalieri issati sopra le proprie tombe. Una doppia anima. L’eleganza che sfolgora nei palazzi degli Scaligeri, e quei loro stessi nomi quasi ringhiosi: Can Grande, Mastino... La finezza luminosa delle decorazioni alla veneziana, e la cupa bellezza dei destini segreti come quello di Federico Figoto, ricordato da una lapide nella chiesetta di santa Maria Antica.
In quella chiesetta, che sorge accanto alle tombe dei cavalieri che immobili alzano il passo sulla propria polvere, Federico è ricordato così: «Reo di capitali delitti», recita il marmo, si convertì in carcere, dove «si sottopose a durissima penitenza ed eccelse nell’esercizio della pietà» e in carcere morì «supplicando che neppure da morto gli fossero tolte le catene». È, questa città, nel suo destino di incrocio di cose contrastanti. E d’esser crocevia di passaggi importanti, d’eserciti, di poeti, e perfino di Papi – qui Lucio III portò la sua sede intorno al 1180, e morì dopo aver condannato eresie che mordevano il cuore della Chiesa.
E qui Dante lesse la sua Quaestio de aqua et terra. Crocevia di passaggi storici violenti e rapinosi. E però anche luogo dove quietarsi, scrivere, costruire case e cattedrali, e poi fabbriche, e famiglie. In una straordinaria profondità, in un aprire doppi fondi continui. Come il suo marmo di colore rosso addolcito dalla memoria del mare. Marmo dove rintracci il disegno delle conchiglie. O come la pietra dolce, scolpita alla fine del Quattrocento dai maestri che lavorarono nella meraviglia di santa Anastasia. Lì, andatela a guardare, c’è una Madonnina in pietra dolce che ha lo stesso potente incanto di quella celebre di Antonello da Messina.
E però Verona è anche improvvisa, potente, come certi suoi palazzi di signoria e di imperio. È città di fede prossima, feriale, vissuta tra una faccenda e l’altra nelle numerose chiese che ne fanno il volto. Ma è anche protesa, epica, aperta alla sfida lontana come mostra il palazzo dei missionari comboniani che dalla collina appare, grandi vetrate e fortino del bene rivolto al mondo intero. Verona è il Veneto, ma per Shakespeare era Lombardia. Dante vi conobbe l’esilio e la quiete, Giulietta e Romeo l’amore e la morte. Sulle sue mura hanno scritto le parole che il poeta mette in bocca al famoso amante: chi è bandito da Verona è bandito dal mondo. Come se in questo luogo meraviglioso di tutto si potesse toccare la più profonda dolcezza, e la più cruda durezza – dell’arte, delle dinamiche sociali, dei desideri. Il mondo in una città che in quella apparente contraddizione di dolcezza e di fermezza riassume senza cancellarle le tracce della sua storia romana, medievale, rinascimentale e via via su fino alla capitale della lirica e delle caserme.
Oggi la doppia Verona, un po’ Firenze e un po’ Milano, un po’ Toscana e un po’ Austria, si prepara al grande evento che ne animerà le strade. Ancora pochi tocchi. L’operaio dalla pelle olivastra e dal turbante indiano sta sistemando davanti alla cattedrale gli ultimi fiori, dove passeranno il Papa e tanti semplici cristiani. E il loro passaggio, a differenza di quello degli eserciti e anche del fiume, porterà uno strano messaggio alla città della pietra dolce e delle belle tombe, dell’amore e della morte. Chi passa di qui al convegno della Chiesa italiana somiglia ai primi che passavano da questo antico guado sul fiume. Erano i mercanti d’ambra. La città nacque su quel guado. Cercavano e riportavano la cosa più preziosa per la loro epoca. In mezzo alle tante contraddizioni della vita recavano la cosa più preziosa. Mi guida un amico poeta, Paolino Campoccia. È un tizio magro, teso. Ha molte faccende complicate. Ma quando parla di questa città che lo ha accolto lo fa come di una bellissima sorella. Mi porta subito a guardarla dall’alto, dal fortino di Teodorico che la domina dalla collina. È bellissima. Una bellissima femmina italiana. Una dolcissima guerriera.
San Zeno era un africano. La sua grande statua, amica dei veronesi, lo ritrae che ride. Non un sorriso enigmatico come la Gioconda. No, ma c’è più mistero nel suo sorriso. Di uno che sa che, fatto quel che doveva fare, al resto ci pensa un Altro. Una sapienza come quella dei contadini che vivevano qui. San Zeno è ritratto con dei manoni grandi. Come un operaio della vigna, per dirla con Benedetto XVI. La sua cattedrale sembra un modernissimo video.
Mi spiego. All’interno della grande basilica, segnata dalla memorabile alternanza coloristica di pietra bianca e mattoni, vivono in caotica, elegantissima sovrapposizione diverse fasce di affreschi. Sulle pareti, la vita dei santi, le storie bibliche, le pitture murarie di figure e vite della Chiesa danno vita ad un ritmo compositivo che somiglia a quel che oggi siamo abituati a vedere nei videoclip musicali o d’arte. Tra apparizioni e dissolvenze rivediamo la storia della salvezza. Un potente segno di come spesso il passato abbia in sé, misteriosamente, i germi del futuro. E di come l’arte chiami al raccoglimento in forme inattese.
Passeggiate tra quelle mura. Un chiaro, umano e santo teatro. Zeno portò la città al battesimo tra il 362 e il 380. La basilica, celebre esempio di romanico, ha visto accadere di tutto. La presenza di Re, di santi, la consacrazione di vescovi santi e importanti come sant’Adalberto, nel 983. E dal suo luogo un po’ appartato rispetto al centro della città ha vegliato il cuore dei veronesi durante le tante prove, dalla peste del ’600, alla divisione della città subita ad opera di Napoleone e le successive "pasque veronesi" che provarono a rovesciare il giogo francese.
E poi i tanti ragazzi partiti per la Grande Guerra, e la Seconda. Fino alle nuove pesti come il boom dell’uso di droghe che ha investito tante altre città italiane, con il suo corteo di giovani morti, tra anni ’70 e inizi ’90. San Zeno è nella cripta dove lo deposero due santi eremiti. Dev’essere un patrono che funziona, se addirittura Verona, che non è una metropoli, ha avuto due squadre in serie A, l’Hellas Verona e il Chievo Verona. A giudicare dalla devozione popolare, e dal sorriso di san Zeno, scommetto che qui chiedono di intervenire su tutto, dal dolore in famiglia al campionato di calcio. E fanno bene. Questa è la grande lezione della fede popolare. È più umile, e dunque più sfrontata. Più semplice, e dunque più profonda.
Città di gente a cui piace bere. Ma affidabile. Come soldati. Qui il comando Nato, fino a poco tempo fa, era di guardia all’Europa. Avevano messo a punto anche dei piani speciali: in caso di invasione da Est, si allagava la pianura veneta, e si ficcava il nemico in un pantano dopo aver fatto sfollare gli italiani. È una terra di santi, dice il mio amico poeta, in mano il bicchiere di bianco. E di bestemmiatori. Ma di santi proprio tanti, si affretta a dire. Nell’800 una vera fioritura, come nella Torino di don Bosco. Don Calabria, don Nascimbeni, Comboni, San Gaspare Bertoni. E là prima di tutti questi santi, la cui opera ha aiutato milioni di poveri cristi mentre la loro fede era dileggiata da politici e da intellettuali, c’è il Martire. San Pietro, si chiamava. Visse al tempo di san Francesco, san Domenico e sant’Antonio. Il che è un invito ad accorgersi come pure noi viviamo in tempo di grandi santi, ma non ci pensiamo, così possiamo difendere la nostra ignavia con un banale lamentìo. Era un patarino, cioè apparteneva a una corrente ereticale. Si fece cattolico per il fascino di san Domenico, ascoltato a Bologna a metà del Duecento. Santo fuori moda, poiché faceva il mestieraccio dell’Inquisitore – su cui tanti pregiudizi devono cadere e cadranno – fu ucciso da un sicario con un colpo di falce in testa mentre viaggiava da Como a Milano. La sua effige, frequente nelle pitture, ad esempio di Beato Angelico (ma come l’angelico pittore così devoto a un inquisitore?) è oggi venerata con san Zeno come patrono della città. Dolce e dura. Il sorriso di Zeno, il duro martirio di Pietro.
Con il convegno i cristiani italiani come antichi mercanti di ambra, passeranno per Verona. Tra le mani avranno un tesoro. L’unica preziosa Presenza capace di unire nella verità della Resurrezione la dolcezza e la durezza della vita. La sua parte di lotta, e la sua parte di tenerezza. In una unità impensabile agli uomini di questa epoca dualistica e rattristata.
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