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I gruppi
(18 ottobre 2006)
Cinque ambiti con al centro la persona
di Paolo Lambruschi
Cinque ambiti, una proposta pastorale per tutta la Chiesa italiana. Una novità, in fondo chi ha mai lavorato in parrocchia in settori trasversali come il lavoro, la festa e la vita affettiva? Più comune è parlare di pastorale del lavoro, di scuola o famiglia. A volte, come rilevava ieri Franco Giulio Brambilla nella sue relazione, con il rischio di cadere nell’autoreferenzialità. Se da ogni Convegno nazionale giungono sollecitazioni e proposte di cambiamento che lasciano il segno sul tessuto ecclesiale, una delle sfide di Verona è proprio quella di ripensare nella Chiesa locale il lavoro quotidiano di annuncio del Vangelo all’uomo.
Come è nata questa scelta di dividere i lavori secondo tracce indubbiamente nuove e originali? La riflessione è maturata dal progetto culturale ed era già contenuta negli Orientamenti pastorali pubblicati agli inizi del decennio, «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia». Un cammino iniziato insomma poco prima del Giubileo. Poi due anni fa, quando partì l’elaborazione dello strumento preparatorio di Verona la riflessione si concentrò sugli ambiti di discussione.
Il problema sul tavolo era come annunciare e testimoniare l’annuncio del Risorto mettendo al centro la persona prima delle articolazioni della pastorale ormai decennali. Prima li elaborò e li approvò la giunta di una ventina di persone presieduta dal cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi e il cui segretario era monsignor Giuseppe Betori. Poi venne approvata dal Consiglio di preparazione dell’evento, molto più ampio. «Il principio di partenza – spiega Vittorio Sozzi , responsabile del progetto culturale della Cei – è la prospettiva di rimettere al centro la persona. Il che implica una revisione e una verifica della comunità cristiana e della capacità di stare insieme. Ogni struttura pastorale è una mediazione culturale, quindi l’articolazione delle forme, il linguaggio stesso con il quale annunciare il Vangelo sono frutto di una lettura che la Chiesa dell’uomo fa del suo tempo. Se va annunciato Cristo a un uomo cambiato, anche la Chiesa deve ripartire. L’annuncio del Vangelo non può nascere da strutture elaborate prima del cambiamento. Andavano insomma cercate forme nuove attraverso un’analisi della vita dell’uomo contemporaneo, partendo dai momenti chiave dell’esistenza di una persona in ogni stagione».
Ecco allora come si è arrivati a indicare per Verona la dimensione affettiva, quella della gestione del tempo, attraverso la polarità festa-lavoro; la dimensione della trasmissione della vita e del suo senso in un momento complesso. Quindi la questione della fragilità, in un tempo in cui alcune povertà materiali sono superate, ma non le debolezze. Infine la cittadinanza, il senso comune condiviso. Sono i nodi con i quali l’uomo contemporaneo – anche non credente – è chiamato a misurarsi per dare un senso alla propria esistenza. Nodi intrinsecamente collegati in senso verticale-orizzontale».
E le diocesi come l’hanno accolta? «La sorpresa positiva – ricorda Sozzi – è stato proprio il loro riconoscersi nell’impostazione di questa traccia. L’hanno accolta come una sfida, non in modo superficiale, e hanno apprezzato l’obiettivo alto. Non è solo un traguardo intra ecclesiale, l’ambizione è riformulare il modo di presentarsi del credente e della comunità con il prossimo e la società.
Ogni convegno ecclesiale apre una strada. «La scelta di Verona – conclude Sozzi – ha come conseguenza il ripensamento delle nostre tradizionali strutture pastorali, articolate attorno alle tappe dell’esistenza. Non è un problema di efficienza, occorre invece ripensarle attorno a una vita che pone delle questioni da affrontare a seconda delle tappe. Questioni che contribuiscono a spiegare il mistero della vita di ciascuno di noi».
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