L'ultimo giorno
(21 ottobre 2006)
Il popolo del convegno: un congedo «operoso»
di Antonio Giorgi
Il canto del Regina coeli, mille voci che si levano dall’immensa platea del padiglione fieristico che per cinque giorni ha ospitato i momenti di lavoro collettivo del convegno ecclesiale. L’applauso finale intenso, quasi liberatorio di una tensione e di una fatica che sui volti di molti sono percebibili. Le strette di mano da una poltroncina all’altra, da una fila all’altra, e poi via verso l’uscita dell’auditorium. «Mangio e parto subito». «Anch’io, e all’ora di cena sarò a casa». «Fortunato tu, la mia Sardegna è più lontana». Voci, scampoli di battute, saluti frettolosi, molti abbracci: il popolo che ha partecipato agli stati generali veronesi della Chiesa italiana ha fatto in fretta a lasciare il quartiere fieristico. Molto in fretta.
Il ristorante interno, il self-service, il bar che fino al giorno prima esauriva rapidamente la riserva di panini e piadine ieri hanno fatto modesti affari.
È finito alle 13.30 esatte, come da programma, il quarta convegno della Chiesa italiana. Il suolo bagnato, le pozzanghere lasciate dalla pioggia caduta durante la notte e un cielo imbronciato avevano accolto i delegati delle varie diocesi nel cortile interno del quartiere fieristico.
Già alle 9, in realtà, l’ampia area antistante i padiglioni sembrava il piazzale di un aeroporto nelle ore che vedono concentrarsi la più parte dei voli. Valige e borse a mano. Troller faticosamente trascinati e zaini su spalle curve. Sacche di tutte le tipologie e di ogni dimensione.
Lasciati di buon’ora gli alberghi, i convegnisti hanno portato in sala il bagaglio, pronti allo scatto finale verso un treno o un taxi con destinazione aeroporto.
Scambi di indirizzi e di biglietti da visita, commenti frettolosi, qualche riflessione più meditata. Con quale spirito andate via? «Certamente con una carica di fiducia e di entusiasmo». Cosa vi resterà dentro? «La certezza che le differenze di accento sono semplicemente un segno di complementarietà». E’ monsignor Luciano Monari, vescovo di Piacenza-Bobbio, vicepresidente della Cei, a guidare il momento di preghiera che come ogni giorno segna l’inizio dei lavori. È suor Maria Chiara Grigolini, madre generale delle Povere serve della Divina Provvidenza, a dettare la meditazione spirituale.
Poi il ritmo della mattinata subisce un’accelerazione, il tempo stringe, il lavoro da portare a compimento è ancora molto. Via dunque con la presentazione delle sintesi delle elaborazioni di ognuno dei cinque ambiti del convegno e quindi il momento più atteso, le conclusioni del convegno proposte dal cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana Camillo Ruini. Per un’ora e un quarto Ruini monopolizza l’attenzione della platea, tocca i cuori e le menti, vede i passaggi-chiave del suo intervento sottolineati da frequenti applausi.
Infine, come ultimissime battute della sessione assembleare, la lettura del messaggio del convegno alle Chiese particolari in Italia chiamate a non chiudere gli occhi davanti alle grandi sfude di oggi, e la preghiera.
Poi un annuncio: «La diocesi di Verona offre un piccolo omaggio ai delegati». I volontari in servizio nell’aula si affrettano a distribuire il souvenir, la riproduzione di una delle 48 formelle bronzee che impreziosiscono il portale della basilica di San Zeno, gioiello dell’arte romanica nella città scaligera. Un segno che consentirà a tutti di dire domani o fra dieci anni, al prossimo appuntamento: «Io a Verona c’ero».
A questo punto è davvero finita, il IV Convegno ecclesiale congeda i suoi protagonisti ai quali tocca adesso trasferire nel lavoro quotidiano nelle rispettive diocesi e parrocchie l’esperienza maturata, gli insegnamenti condivisi, la ricchezza di vita e di vitalità che un incontro come questo può alimentare.
Si vuota un fretta l’aula assembleare. Escono i delegati, si trascinano appresso i rispettivi bagagli, sfollano attraverso il portale principale del quartiere fieristico. Fuori, è assalto ai taxi.
Nel padiglione dove erano allestiti gli stand dell’associazionismo e dei movimenti si smonta, si smobilita, si impacchetta, si butta quello che non serve. Qualcuno tra i delegati, quelli che hanno un po’ più di tempo a disposizione prima della partenza, si offre di dare una mano. «Anche questa è condivisione».