La lettera (11 ottobre 2007)
«Un metodo per stabilire consensi e non verità»

di Carmelo Vigna

Caro Francesco,
la "questione fondamentale" che poni (cfr. è vita, 27 settembre 2007) merita sicuramente d’essere discussa. Oltre a essere una questione fondamentale, è anche una questione preliminare. Se quel che dici è vero, allora il nostro manifesto è da buttare. Naturalmente io non lo penso, altrimenti non l’avrei firmato. Poiché la tua "questione fondamentale" merita d’essere discussa, è bene farlo subito. A caldo, come si suol dire.

Concedimi però una piccola premessa. Vorrei in primo luogo rammentare che il suggerimento metodologico di Rawls in una società multietnica e multiculturale, come oramai è anche quella italiana, diventa una sorta di via quasi obbligata, almeno per il fatto che non se ne è trovata finora una migliore. In secondo luogo, vorrei sottolineare che qui si tratta di una via pragmatica e non di una via propriamente "teorica o teoretica". Non tende infatti quel metodo a stabilire "verità", ma "consensi", che permettano di convivere senza farci troppo male. In terzo luogo, avvertirei che non si chiedono qui rinunce sulle ragioni "sostantive". Solo si chiede che esse siano adeguatamente argomentate con la ragione pubblica; è chiaro che in questo modo le ragioni sostantive (le mie, ma anche quelle dei miei interlocutori) rimarranno almeno in parte sullo sfondo; ma ciò avverrà perché ci troviamo appunto nell’àmbito pubblico e pratico, e perché si ha di mira un bene "pubblico" superiore. Che può e deve restare distinto dal "bene comune", se con questo ultimo termine si intende il vero bene di tutti (e non il bene oggetto di accordo pratico da parte di tutti i membri della comunità).

Ma vengo al punto. Tu dici che il metodo della ragione pubblica può andar bene in politica, ma non in bioetica. E la ragione che adduci  è questa: che esso è inapplicabile nelle questioni "più dure", di cui dai degli esempi. La bioetica non può ridursi alla biopolitica (o, meglio, alla politica sulla vita), sentenzi. Questo tuo modo di ragionare però non mi pare che dimostri l’impossibilità del metodo proposto. Mi pare che dimostri piuttosto una concezione dell’etica come di territorio non negoziabile per ogni parte. Cioè una concezione dell’etica dove sempre si vede subito da che parte sta il bene e da che parte sta il male. Eppure dovresti sapere meglio di me che nella vita quotidiana le cose non vanno in questo modo. Concedo che l’etica non sia negoziabile nei suoi grandi princìpi. Ma l’etica non è fatta solo dai grandi princìpi. Anzi, è soprattutto fatta dall’applicazione minuta dei grandi princìpi, dove l’incertezza spesso ci assale e non sempre riusciamo a vincerla. È proprio nell’applicazione dei princìpi che si può trovare una qualche flessibilità che consenta anche a chi non la pensa come me (quanto ai princìpi) di convenire con me.

Le questioni di bioetica sono, in parte, questioni in cui una riflessione rigorosa deve metter capo a tesi "vere", cioè basate su solidi argomenti razionalmente sostenuti: questo è il lavoro filosofico e la sfida individuale alla ricerca delle ragioni del bene. In parte, però, esse sono problemi pubblici in cui le pratiche devono essere regolamentate con il massimo di saggezza possibile. In una società moralmente frammentata il metodo del massimalismo, cioè "tutta la verità per tutti senza negoziazione", conduce all’immobilità o, talvolta, a vere e proprie catastrofi, cioè a scontri all’arma bianca o a pessime leggi unilaterali.

Ma non voglio fare il processo alle intenzioni (le tue). Voglio piuttosto difendere la possibilità del metodo della ragione pubblica, che non è però da intendere come un comodo automatismo, ma solo come una via difficile. E forse non sempre fruttuosa quanto si desidererebbe.

Mi servo dei tuoi stessi esempi per farmi capire.

1. Il diritto all’integrità si applica ai nascituri? Rispondo di sì. Allora la legge sull’aborto va cassata? Rispondo di no, perché quella legge riconosce in linea di principio l’integrità dei nascituri, ma deve limitarne di fatto l’applicazione, almeno perché quel principio confligge con il principio all’integrità rivendicato dalla madre in certe circostanze. A questo punto la principialità non ci libera dall’incertezza nella sua applicazione a un caso determinato. Una legge può ben cercare una mediazione tra quelli che cominciano e finiscono con il principio dell’integrità del nascituro e quelli che fanno lo stesso con il principio dell’integrità della madre. Naturalmente so bene che al di là di situazioni effettivamente tragiche e comunque dolorose, la legge si è prestata e si presta ad abusi. In ogni caso, sulla scorta di un giudizio puramente politico, ritengo inopportuno in questo momento metter mano alla legge sull’aborto, se non per richiedere che essa venga applicata anche in quelle parti in cui finora non lo è stata (la prevenzione, il sostegno alla maternità ecc. ecc.); ma qui sono in buona compagnia, perché lo stesso cardinale Ruini, la sera della vittoria del referendum sulla legge 40, a una precisa domanda dei giornalisti rispose che la revisione della legge 194 non era in programma. 

2. Il "diritto alle cure" può ricomprendere richieste di sterilizzazione volontaria o di pratiche abortive (non terapeutiche)? Personalmente, non avrei alcuna remora se una persona mi chiedesse la "sterilizzazione volontaria" con motivazione adeguata (ad es.: rischio altissimo, medicalmente certificato, di partorire bambini malformati), mentre avrei certo delle remore a consentire a pratiche abortive non terapeutiche. Ma il problema non sta tanto in quel che io permetterei o non permetterei. Il problema sta nel pensare possibile o impossibile una mediazione su questioni siffatte, che raramente si presentano come questioni nette: di qua bianco e di là nero. Qual è in un certo caso determinato il confine tra una sterilizzazione volontaria motivata e una non motivata; quale è in un certo caso il confine tra un aborto terapeutico e uno che tale non si può definire? A volte è possibile venire subito a capo dell’interrogativo, a volte no. E perché allora non discuterne con quegli altri che partono da punti di vista diversi dal mio, così da costruire possibilmente un accordo? Si arriverà a un punto che non è proprio in linea coi miei princìpi? È possibile. Ma se l’alternativa è, ad es., l’approvazione di una legge che è tutta sbilanciata dalla parte opposta, cosa guadagno irrigidendomi sui princìpi? Posso farlo anche a costo di ridurmi alla semplice testimonianza profetica o posso ricercare una mediazione sul piano del bene pubblico, sempre quanto all’estensione dell’applicazione dei miei principi? Qui occorre esser chiari: se il "metodo dei valori non negoziabili" conduce a leggi molto peggiori sul piano del bene pubblico rispetto a quanto consentirebbe una mediazione "ragionevole", allora mi pare che il primo metodo non sia adatto alla dinamica pubblica. Perché, anche qualora si riuscisse a far passare con una sottile maggioranza la linea "più vera", il costo politico del disaccordo grave e permanente con le opinioni di una larga minoranza non tarderebbe a presentare il conto. Le maggioranze cambiano con una certa frequenza e le leggi che spaccano un Paese prima o poi vengono revocate in dubbio.

3. Il "rifiuto delle cure" si estende a casi di nutrizione dei comatosi e a quelli di eutanasia attiva? Può un fiduciario rifiutare cure salvavita per il suo assistito (cfr. il caso Terry Schiavo)? Qui metti in linea casi di natura alquanto diversa. Rispondo stavolta con altre domande: abbiamo il diritto di prolungare un’agonia? Lascio perdere l’eutanasia, cui sono naturalmente contrario. Ma non può uno volersene andare in pace, rifiutando delle cure? Perché questo deve essere deciso da altri e non da lui (se può deciderlo in piena avvertenza e deliberata coscienza)? Perché un fiduciario non dovrebbe rifiutare cure al suo assistito che ritiene inutili, moltiplicatrici di sofferenze? Io ho l’impressione che noi tutti abbiamo dimenticato che cosa vuol dire "morte naturale"... e che abbiamo anche dimenticato questa semplice verità: che a un essere umano deve essere risparmiato anzitutto il dolore inutile.

Caro Francesco, non sono forse esercitato quanto te nelle questioni tecniche di bioetica, ma sulle nervature dell’etica ho riflettuto alquanto. Quanto basta (spero) per poter credere d’aver imparato a dubitare (lottando contro la mia eccessiva inclinazione alla chiarezza, che è molto simile alla tua) intorno alla nostra capacità di dare un taglio netto alle situazioni complicate che la vita ci somministra, senza aver ascoltato altri, tutte le volte che la cosa paia possibile. Forse anche per questo il metodo rawlsiano, nella vecchiaia (mia), mi suona saggio. La bioetica non potrà certo sempre ridursi alla biopolitica; ma a volte (tante?) sì. Il manifesto che ho firmato non vuole dire di più. O così a me pare.
Un abbraccio forte.

 

Vigna, 25 anni di etica e filosofia a Venezia

Carmelo Vigna è dal 1981 professore ordinario di Filosofia morale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove ha fondato e dirige il Centro Interuniversitario per gli Studi sull’Etica. È tra i firmatari del manifesto di bioetica per il Partito Democratico promosso da un gruppo di filosofi tra cui Enrico Berti, Salvatore Veca, Roberta De Monticelli e Claudia Mancina