Intervista al medico Guizzetti (04 settembre 2008)
Gli hospice sono luoghi di vita e tutelano la dignità dei malati

di Viviana Daloiso

Gli hospice, come tutte le strutture sanitarie, «sono luoghi di vita». Ed Eluana non è malata, ma «gravemente disabile». Giovanni Battista Guizzetti, geriatra, da 12 anni responsabile del reparto Stati vegetativi al Centro Don Orione di Bergamo ha due ragioni per condividere appieno i contenuti del rifiuto della Regione Lombardia alle richieste di Beppino Englaro.

La prima?
Riguarda lo statuto specifico degli hospice. L’accoglienza di Eluana in un hospice snaturerebbe completamente il motivo per cui è nato: quello di sorreggere una vita in fase terminale con la palliazione e il sollievo dei sintomi. Gli hospice sono essenzialmente luoghi di vita, non di morte, dove le persone malate vengono sostenute nel vivere la vita che gli rimane nel modo più dignitoso possibile.

Ed Eluana non è malata?
Assolutamente no. Bisogna insistere su questo punto: Eluana non è una malata e non è una malata terminale: non è una persona con un’aspettativa di vita di pochi giorni o settimane. Eluana vive in questa situazione da quindici anni, è quella che in medicina si definisce una gravissima disabile. C’è una differenza sostanziale!

Quale esattamente?
Se consideriamo Eluana una malata, pensiamo di doverle dare risposte sanitarie. In realtà le domande poste dallo stato vegetativo non sono sanitarie, ma assistenziali, di sostegno e accompagnamento delle famiglie. Peraltro se ci convinciamo che questi pazienti sono disabili, e non malati, anche il "giochetto" dell’accanimento terapeutico – parlando di alimentazione e idratazione – non funziona più. Tutti i giorni ci sono migliaia di persone alimentate con la Peg e nessuno si sogna di parlare di accanimento!

Il secondo motivo per cui è assolutamente d’accordo con la risposta della Regione Lombardia a Beppino Englaro?
Il fatto che non solo gli hospice non potrebbero mai accogliere la richiesta avanzata dalla Corte d’Appello di Milano, ma nessun altro luogo e in nessuna parte d’Italia.

Può spiegare perché?
Prendiamo gli ospedali, e le strutture sanitarie in genere: questi sono luoghi dove le persone non vanno a morire, ma per essere curate. Quanto alle mure domestiche, neanche quelle sono idonee a far morire una persona di fame e di sete: all’interno di una famiglia ogni disabilità o debolezza sono accolte e nel limite del possibile sostenute. Per mettere in atto questa sentenza dovremmo stravolgere lo statuto di tutti questi luoghi.