Aborto come "diritto umano", da difendere come si difende la vita, nuova voce nella «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo»: era questo l’obiettivo della petizione promossa da alcune organizzazioni non governative guidate da «Marie Stopes International», nota ong abortista. La petizione doveva essere presentata all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre, in occasione del 60esimo anniversario della Dichiarazione. Ma dopo aver raccolto solo 600 firme dalla fine del 2007, Marie Stopes International ha fatto marcia indietro. Il 10 ci sarà, invece, la petizione promossa da «C-Fam», il «Catholic Family & Human Rights Institute»: 300 mila firme per chiedere che la Dichiarazione venga interpretata estendendo il diritto alla vita anche al concepito.
Ufficialmente, la petizione di Marie Stopes è stata solo posticipata per ragioni di restyling del sito web, a quanto riferisce Tony Kerridge, uno dei portavoce dell’associazione britannica che offre servizi di controllo delle nascite e salute riproduttiva in tutto il mondo, praticando aborti, sterilizzazioni e screening medici, lavorando al fianco dello Unfpa, lo «United nation population fund» (il Fondo Onu per la popolazione), la più grande agenzia dell’Onu che si occupa di programmi demografici e pianificazione familiare in molti Paesi in via di sviluppo. «Abbiamo lanciato la petizione nel 2007 durante la Global Safe Abortion Conference, e dopo aver raccolto un po’ di firme all’inizio di quest’anno ci siamo fermati e abbiamo smesso di fare campagne di marketing o promozionali perché abbiamo nuovi progetti». Difficile non guardare ai numeri, non supporre che la necessità di cambiare strategia si sia imposta anche a causa di quelle sole 649 firme che dal sito della Marie Stopes, a oggi, chiedono di riconoscere il "diritto all’aborto". L’associazione, però, intende far ripartire ugualmente la sua campagna che punta a una diversa interpretazione delle leggi internazionali sui diritti dell’uomo: «Crediamo che ogni donna nel mondo abbia diritto all’aborto, a un ambiente legale dove possa interrompere la gravidanza o ottenere cure nel caso in cui abbia subìto un intervento con pratiche che possono mettere la vita a rischio. Sono 66 mila le donne che ogni anno muoiono per pratiche non sicure», spiega Tony Kerridge.
Marie Stopes, che sostiene di non essere pro-aborto ma a favore della libera scelta delle donne, riceve finanziamenti da diverse istituzioni nel mondo ed è stata oggetto di dure polemiche e pesanti accuse, sempre respinte dai vertici dell’associazione. Gli Stati Uniti, infatti, hanno interrotto sotto la presidenza Bush ogni genere di finanziamento, anche indiretto, a Marie Stopes International, sospettata di aver chiuso gli occhi su aborti e sterilizzazioni forzate in Cina, con la complicità dell’Unfpa che «supporta il programma di pianificazione familiare della Cina», secondo Ken Hill, amministratore della sezione salute dell’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale.
La libera scelta di cui tanto si parla, in effetti, è impensabile dove si praticano aborti forzati, a giudizio di Piero Tozzi, avvocato statunitense e vice presidente esecutivo di C-Fam, istituto che studia le politiche sociali delle Nazioni Unite e che in un paio di mesi ha raccolto circa 300 mila adesioni alla petizione che chiede di interpretare il diritto alla vita estendendolo anche al concepito. «Ogni bambino ha il diritto di essere concepito, generato ed educato in una famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, essendo la famiglia la cellula naturale e fondamentale della società», come recita il testo della petizione, facendo riferimento anche a quegli articoli della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, come il 16 e il 25, che pongono l’accento sulla protezione che gli Stati sono chiamati a garantire alla maternità, alla famiglia e all’infanzia. «Non c’è riferimento ad alcun diritto all’aborto in nessuno dei documenti delle Nazioni Unite – incalza Piero Tozzi –. Non solo: quando i singoli governi hanno ratificato i trattati non è emersa alcuna volontà di modificare le leggi. Piuttosto, dai testi risulta che la tutela del concepito è coerente con le disposizioni che difendono il diritto alla vita. Si pensi che la pena di morte non può essere applicata alle donne in gravidanza», spiega Tozzi.
La petizione di C-Fam non verrà presentata all’Assemblea generale ma a una serie di delegazioni: ha infatti l’obiettivo di sensibilizzazione in quanto le petizioni non producono effetti giuridici e «l’Assemblea non è tenuta a fare nulla – prosegue Tozzi –. Con la petizione noi vogliamo far crescere la consapevolezza su questo tema. La stessa Dichiarazione dei diritti non è vincolante, ma ha ispirato molti documenti. Sappiamo dei tentativi di includere l’aborto tra i diritti dell’uomo e ci aspettiamo che questi vengano ripetuti anche nel 2009, per i quindici anni della Conferenza del Cairo sulla popolazione». Se alcuni Paesi stanno premendo perché venga inserita la salute riproduttiva nei «Millennium Developments Goals» (gli obiettivi umanitari Onu per l’inizio del nuovo millennio), il testo non menziona né diritti riproduttivi né aborto, ma anche se dovessero esserci aperture, ciò che è vincolante sono i trattati. E al momento non sembrano esserci in corso negoziati che prevedano l’introduzione di un "diritto all’aborto", secondo quanto riferisce la stessa C-Fam.
«Attualmente non c’è un generalizzato consenso a un’ipotesi del genere, né tentativi di sviluppare una legislazione vincolante», aggiunge Tozzi, che spiega come molto si giochi, in realtà, sulla sottile differenza tra "salute riproduttiva" e "servizi per la salute riproduttiva", perché in quest’ultima dicitura, secondo alcune interpretazioni, verrebbe ricompreso anche l’aborto. La battaglia planetaria sui "nuovi" diritti dell’uomo, insomma, è solo all’inizio.