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La testimonianza
(18 ottobre 2006)
Anche dietro le sbarre si guarda verso Verona
di Giacomo Ruggeri
Speranza del mondo, recita il titolo del convegno. Ma c’è un mondo che ha i confini molto ristretti e ben delimitati, entro i due metri per due. Sono le celle di un carcere, i neutri e freddi corridoi delle diverse case italiane di detenzione. Il mondo del carcere sta vivendo, curiosamente, il Convegno di Verona perché è molto informato tramite la televisione, ventiquattr’ore al giorno, li mette in comunicazione con tutto ciò che avviene nel mondo. «Hanno visto nella Chiesa una spinta sensibile a comprendere le loro istanze ed esigenze – racconta Giorgio Magnanelli, volontario presso il carcere marchigiano di Fossombrone e presidente della rivista "Un mondo a quadretti" scritta interamente dai detenuti – specie da quando Giovanni Paolo II chiese l’atto di clemenza a Camere congiunte».
Verona, dunque, è vissuta dietro le sbarre con una speranza tutta particolare perché tale termine è sinonimo di vita. Lo stesso Ispettorato generale dei cappellani delle carceri italiane intende offrire il proprio contributo al IV convegno ecclesiale nazionale di Verona. «Un documento non esaustivo – spiega l’ispettore generale monsignor Giorgio Caniato che ne è il curatore – ma indicativo di una grande realtà fatta di persone, strutture, circostanze in cui opera la Chiesa e che, tra i cinque ambiti di riflessione, s’inserisce in particolar modo in quello della fragilità».
Tutti e cinque gli orizzonti proposti al convegno hanno il sapore dell’umanità nella loro interezza e sono declinabili in modo originale peri i detenuti. «Quello della fragilità, ovviamente, è il più sentito. La vita in carcere – precisa il presidente Magnanelli – è per definizione precaria, la volontà viene espropriata, la libertà è inesistente, non ci si può autogestire se non al minimo. I detenuti si spengono come candele, sono uomini e donne lasciati spegnere, vengono ammassati senza spazi di libertà».
Ciò che è fragile non sempre è sinonimo di sconfitta; anzi, nell’ottica cristiana è possibile vedere una possibilità di riscatto. «Su questo stato di fragilità la Chiesa italiana, il mondo del volontariato e i cappellani – mette in evidenza il direttore della rivista scritta dai detenuti – cerca di porre un rimedio, mantenendo vivo gli interessi degli uomini e delle donne detenute, rafforzando la loro autostima. Se è vero che hanno sbagliato e devono pagare il debito, è anche vero però che non sempre vi sono mezzi per recuperarsi. C’è un passo da fare: è bene accrescere la consapevolezza nella pastorale ordinaria e che la comunità cristiana educhi qualche operatore pastorale che lavori in carcere. Sentirsi mandato dalla comunità e non come singolo».
Don Guido Spadoni, cappellano del carcere di Fossombrone della diocesi di Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola svolge il suo ministero con e per i detenuti con lo stesso amore con cui ama e serve la parrocchia, aprendo loro le porte della canonica. «Hanno bisogno di tutto – racconta don Spadoni – ma la fame e sete di relazione, di essere ascoltati e capiti è molto forte. Grazie alla bella collaborazione con il direttore del carcere ho potuto accogliere molti detenuti nei locali della mia parrocchia offrendo loro un letto, un pasto ed un lavoro. Sono donne e uomini che rinascono quando si tende loro la mano oltre la sbarre della cella». Sul piano spirituale, osserva tuttavia monsignor Caniato, «c’è spesso un fremito di desiderio che percorre l’aria e non sono infrequenti le vere conversioni». I detenuti, secondo l’Ispettore generale, «vivono nella speranza di essere riconosciuti innocenti e/o di avere uno sconto di pena o misure alternative alla detenzione; sperano che vengano loro concessi i permessi, e che moglie e figli li attendano. Speranze alle quali, pur salvaguardando i diritti della parte offesa, nel limite del possibile devono cercare di andare incontro i cristiani».
Assieme alla fragilità anche gli altri ambiti sono fortemente avvertiti e vissuti dai detenuti. Per esempio, l’affettività: «Chi non ha una famiglia o figli – evidenza Magnanelli –, le conviventi tendono a scaricarli; emerge, pertanto, una maggiore presenza con e delle madri. Alcuni anni fa lanciai l’iniziativa "Adotta un detenuto" tramite la corrispondenza con giovani e adulti delle parrocchie. Ne sono nate delle bellissime storie perché lo scrivere, per i detenuti, significa dire io esisto e sono importante per qualcuno». Scrivo dunque esisto, perché «dove c’è la felicità c’è la vita e dove c’è la sofferenza c’è la poesia». Diversamente una delle poche vie d’uscita è vista nel suicidio è, ahinoi, vista nel suicidio.
Ricchi e fecondi sono anche gli ambiti della cittadinanza, del lavoro e tempo libero. «È assolutamente importante – afferma Magnanelli – rompere la divisione tra carcere e territorio, tra carcere e comunità locali, tra case di detenzione enti e regioni. Il carcere non può essere una pattumiera. Allora è necessario creare un ponte». E su tempo libero e lavoro? «Il tempo libero in carcere è una condanna. Il paradosso è non avere tempo libero – conclude Magnanelli –. L’ozio fa a cazzotti con la rieducazione. Ecco, dunque, la scuola offrendo la possibilità di un diploma, il lavoro come la carteggiatura delle sedie, il teatro, corsi di chitarra». Quelle sbarre che ricordano al detenuto l’errore siano utilizzate dal credente per creare dei ponti sempre più stretti con la comunità cristiana.
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