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Associazionismo (17 ottobre 2006)
Sessanta rivoli di linfa vitale per l'umanità

di Marco Girardo

Due massi di travertino a cui Giuliano Giuliani ha mirabilmente trafugato la pesantezza, rendendo la materia evanescente. Nel primo, steso, l’orizzontalità della morte. Poco oltre la verticalità della Resurrezione: giù si immagina il corpo del Cristo appena uscito, sopra la pietra custodisce l’attimo dell’ascesa e della rinascita. "È risorto, non è qui", scultura dell’ascolano Giuliani, è un primo passo, quasi ermeneutico, nel padiglione espositivo della Fiera. Dischiude un percorso che nasce dalle opere d’arte sacra contemporanea della Fondazione Stauròs - il paradosso cristiano del corpo di Gesù risorto - e si ramifica nella molteplicità di associazioni, gruppi, movimenti che animano il corpo vivo della Chiesa italiana. Ci sono terra e muscoli, in questo compendio variegato della contemporaneità ecclesiale. C’è la fatica del pensiero e c’è la corroborante fluidità del donare.

In mezzo chilometro quadrato, le mani della Coldiretti e il fegato della Consulta nazionale antiusura, l’impegno intellettuale del Comitato Scienza e Vita e la spinta missionaria della Comunità di Sant’Egidio, della Fondazione Migrantes, della Gioventù francescana, solo per citarne alcune. E poi i media cattolici, le Comunità di assistenza e quelle impegnate nel campo dell’educazione: sessanta stand come tendini del Corpo risorto, a puntellare la speranza che là sgorga e defluisce in mille rivoli fino a lambire, lontano, aridità dimenticate.

«Speranza è dare anche una sola possibilità ai giovani di uscire dai lacci della disoccupazione», declina Gianvincenzo Nicodemo, rappresentante delle Acli nel Progetto Policoro, iniziativa della Chiesa italiana per educare a una nuova cultura del lavoro. «Trovare un lavoro - continua Nicodemo -, soprattutto al Sud, significa liberarsi da un futuro bloccato, alzarsi e camminare». Speranza, aggiunge Flora Urso, referente nazionale del Progetto, «è l’opposto di rassegnazione. Alla Chiesa chiediamo di non lasciare solo alcun giovane, di conservare la forza e il coraggio di farsi contaminare, di sporcarsi con le difficoltà di una generazione in bilico».

Virtù teologale, la speranza, certo, ma con le radici ben piantate nel suolo. A volte nel fango: «Ancora oggi - racconta la bolognese Maria Pia Api dell’Aifo, l’Associazione italiana amici di Raoul Follerau - ottocento persone al giorno muoiono di lebbra, sebbene la malattia, sulla carta, risulti quasi debellata». Nel 2005 si sono registrati circa 300mila nuovi casi, ma in realtà nessuno può dire esattamente quanti siano i malati nel mondo. Di fatto, quando si avviano piani di ricerca dei casi di lebbra in aree poco raggiungibili, si continuano a scoprire tante persone affette dalla malattia. «Per noi - spiega Maria Pia Api - essere qui a Verona come associazione laica di ispirazione cristiana significa confrontare e condividere quest’attenzione per gli ultimi in un mondo che conosciamo. E poi trovare proprio negli oratori, nelle associazioni aperte al volontariato, nelle parrocchie un terreno fertile perché si moltiplichi». La speranza, del resto, anche nella Chiesa, si trasmette per contagio. Senza generalizzazioni.
Perché s’irradia da un Volto e a ogni volto, unico ed irripetibile, ritorna. La risurrezione, suggerisce Adriano Di Bonaventura, introducendo la Biennale d’Arte Sacra, «è l’esperienza sconvolgente di trasformazione e di trasfigurazione che Gesù ha seminato nel grembo della storia».

Rendere ragione della propria speranza, allora, «non è solo un atto di amore intellettuale, ma un esercizio storico, un compito e un rischio della libertà che ha bisogno di un incontro e di un confronto». Fabrizio Lovecchio incontra vittime dell’usura. Barese, lavora per la Fondazione antiusura San Nicola e Santi Medici. Ma parlando di speranza l’accento lo pone sulla prevenzione: «Seminare speranza - spiega - significa fare in modo che le famiglie si accostino ad un utilizzo responsabile del denaro». Allungando la falcata, dirimpetto, sullo stesso corridoio, la Comunità Papa Giovanni XXIII, la Fondazione Don Carlo Gnocchi, Nomadelfia, l’Azione Cattolica. Più avanti la Fondazione Giustizia e Solidarietà, nata dalla Campagna ecclesiale per la riduzione del debito estero dei Paesi più poveri, lanciata durante il Giubileo dalla Cei. Oggi è impegnata in particolare a completare le operazioni di conversione del debito con lo Zambia e la Guinea Conakry.

Poco oltre, affacciata su tutt’altro crinale, quello antropologico, Beatrice Rosati, responsabile del Coordinamento attività e comunicazione dell’Associazione Scienza e Vita. Che della speranza, probabilmente, esplora l’ultima frontiera: «Fare in modo che la ricerca sia a servizio delle vita e non il contrario». Ennesimo rivolo, da sorgente comune.

 

I numeri

700 i volontari diocesani per il servizio nei giorni  del Convegno, preparati in gruppo

650 i volontari della Protezione civile che si aggiungeranno giovedì, per la visita del Papa

5 i chilogrammi di peso della borsa dei convegnisti, che tra libri e materiale contiene 36 pezzi

15.000 i presenti ieri all'Arena

37.000 i partecipanti alla celebrazione di giovedì con il Papa allo stadio Bentegodi

1.000 le autorità

22.000 gli ospiti (divisi fra diocesi e vicariati)

2.000 i portatori di handicap con accompagnatori

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