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La celebrazione (17 ottobre 2006)
«Cittadini del cielo costruttori di storia»

Antonio Giorgi

Riscoprire il battesimo «che ci iscrive nell’anagrafe della nuova patria, il cielo». Prendere sul serio il mondo «perché è Cristo che ce lo insegna». Non temere le sfide del secolo perché il credente può contare sulla forza «persuasiva e pervasiva» del Vangelo. Se il tema generale del quarto Convegno della Chiesa italiana è ben compreso in quel titolo lapidario e pregnante che farà da leit motiv all’intera manifestazione veronese – Testimoni di Cristo risorto speranza del mondo – è toccato al vescovo padrone di casa, cioé al pastore della Chiesa scaligera padre Flavio Roberto Carraro, precisare i contenuti della proposizione dando di fatto il via ai lavori e alla riflessione del grande meeting ecclesiale. Davanti al cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, e al cardinale Dionigi Tettamanzi, incaricato di tenere di lì a poco la prolusione ufficiale, presenti i cardinali, arcivescovi e i vescovi delle nostre diocesi, presenti i 2.700 delegati di ogni angolo della penisola, padre Carraro ha presieduto la liturgia d’apertura del Convegno ricordando la verità profonda di un monito del Vangelo spesso dimenticato: non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. «Su una parola, eleggere, elezione – ha esordito – richiamo la vostra attenzione.

Si tratta di una parola determinante che scandisce alcuni passi della prima lettera di Pietro rivolta a comunità piccole, disperse, quasi fuori del mondo, perseguitate. Cosa vuol dire allora essere eletti, se poi il mondo ci rifiuta? Perché essere eletti se poi ci sembra di essere trattati da nemici?». Nell’Arena di Verona, tempio laico della lirica diventato per un pomeriggio sede di un rito religioso che ha fatto memoria dei santi di tutte le diocesi italiane e invocato la loro protezione sui lavori, ha illustrato il senso dell’essere eletti, evento che se da un lato trasforma il battezzato in un cittadino del cielo, dall’altro gli impone di non sottrarsi alla responsabilità di vivere – come Abramo – sulla terra che Dio gli ha dato. Già: il mondo, il tempo, le occasioni, le circostanze, i luoghi.

Tutti gli ambiti, insomma, nei quali il credente-l’eletto – è chiamato ad operare. Paure, remore, fobie? L’elezione operata da Cristo induce semmai il battezzato a non cedere al timore quando si tratta di affrontare il secolo, sporcarsi le mani, misurarsi con le difficoltà e i problemi del quotidiano, così da diventare vero testimone del Risorto. Sfida ineludibile ma onerosa, che richiede tuttavia di non innalzare muri tra il partito dei buoni e quello dei cattivi, «facendo dei buoni gli eletti e dei cattivi i maledetti». «L’elezione, cari fratelli, comporta una nuova posizione sul mondo, sulle cose, sugli affetti, sulla gestione del tempo, sul lavoro, sul disagio, sulla festa, sulle relazioni sociali, sull’impegno politico, sul corpo, sul male, sul bene comune, sulla storia e sul passato, sui giovani, sulla famiglia, sull’anziano, sulla vita nascente, sul futuro e sulla morte, sul dopo morte. Ogni dimensione della vita – ha concluso il vescovo di Verona – ha sete del Vangelo, lo reclama. Nulla rimane inesplorato dalla grazia; l’elezione è dunque segno di predilezione, dopo aver incontrato Cristo sarà impossibile mantenere lo stesso stile di vita di prima». Su queste suggestioni semplici e profondissime si confronteranno da oggi i delegati del quarto Convegno ecclesiale nazionale che, forti di quella speranza della quale vogliono essere segno, sono affluiti nel grande catino dell’Arena attraverso percorsi processionali partiti da quattro chiese della città.

In Arena hanno cantato le litanie della Vergine, dei santi e dei beati, hanno ascoltato la lettura della prima lettera di Pietro, hanno pregato e sono stati benedetti con l’acqua lustrale aspersa da dodici presbiteri. Terminata la liturgia, prima che il cardinale Tettamanzi, arcivescovo di Milano, pronunciasse la prolusione al Convegno, il sindaco di Verona Paolo Zanotto ha portato il saluto della città agli ospiti, certo che dall’incontro scaligero nascerà «una nuova stagione dove i laici possano riprendere vigore illuminando le realtà temporali con la partecipazione attiva e con la consapevolezza non solo di avere qualcosa da dire e da dare, ma anche qualcosa da ascoltare e da ricevere».

 

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