Legge 194 (29 maggio 2008)
"Svuotiamo la domanda di aborto, ora è possibile"

Ilaria Nava

«Nessuna donna, certo, desidera abortire come si può desiderare un gelato o una Porsche. Vuole l’aborto come un animale preso in trappola desidera strapparsi la zampa». È uno degli slogan del gruppo di femministe americane Feminists for life, adottato anche dall’associazione «Il dono». Una frase scioccante: eppure quelle locandine non vengono tirate fuori da un vecchio ripostiglio e srotolate solo in occasione di qualche marcia di attivisti pro-vita. Alcune campeggiano nelle bacheche di diversi consultori pubblici d’Italia. Strutture che collaborano attivamente con il mondo del volontariato sociale dove non sempre – come invece spesso accade – l’unica via d’uscita prospettata è quella di abortire. Già, perché ancora prima e a prescindere dalla discussione sull’opportunità e fattibilità di cambiare anche solo una virgola dell’inossidabile 194, uguale a se stessa da trent’anni, c’è qualcuno che si è già dato da fare per mettere in campo tutti gli strumenti a disposizione per raggiungere il traguardo – in questo momento largamente condiviso – di portare la domanda di aborto il più vicino possibile allo zero.

Ne è un esempio l’associazione «Il dono» (www.il-dono.it), che si rivolge sia alle donne in difficoltà a causa di una gravidanza imprevista sia a quelle che hanno già abortito e necessitano di un sostegno post-aborto, offerto attraverso l’esperienza di chi ha già vissuto questa terribile esperienza e ora si dedica ad aiutare le altre: «Dobbiamo smetterla di parlare dell’aborto come di un diritto. L’anno scorso – racconta la presidente Serena Taccari – ho seguito circa 450 donne, quasi tutte italiane, che si sono rivolte alla nostra associazione per avere un sostegno post-aborto. Posso assicurare che nessuna di queste scegliendo di abortire ritiene di aver usufruito di un diritto. Molte sono disperate, e rimpiangono di non aver avuto prima la possibilità di parlarne con qualcuno».

Solo partendo da questo presupposto sarà possibile mettere in campo tutte le forze: «Siamo circa un centinaio di volontari sparsi in tutta Italia – prosegue Taccari – e mai avremmo immaginato di poter lavorare fianco a fianco degli operatori del consultorio pubblico. Eppure ci hanno cercate loro, chiedendoci espressamente di mettere a disposizione la nostra esperienza per un servizio para-consultoriale, oggi attivo in alcuni consultori della Sicilia, in sei strutture di Roma e, in fase di avvio, a Piacenza e Milano. In questo modo il consultorio può diventare davvero un luogo in cui oltre all’interruzione di gravidanza si offre una reale alternativa. Pannolini e latte sono l’offerta minima: cerchiamo di dare condivisione, vicinanza, spesso da parte di donne che in passato hanno abortito e sanno cosa significa».

Una sinergia che alla Mangiagalli di Milano funziona bene da diversi anni, visto che la sede del Centro di aiuto alla vita è proprio accanto alla sala operatoria. Una presenza professionale e costante, che nel 2007 ha portato i volontari del Cav ad aiutare 900 mamme in difficoltà. Ma anche a spendere 1 milione e 750 mila euro. «L’ente pubblico latita, non ha risorse e lascia esclusivamente a noi il compito di assolvere quello che la legge prescrive – sbotta la presidente Paola Marozzi Bonzi –. Dobbiamo applicare tutte le parti della legge 194, e invece talvolta ho il sospetto che nel titolo si parli di "Norme per la tutela sociale della maternità" solo per rendere accettabile l’intera norma. In realtà si tratta di un inganno, perché lo Stato non fa nulla per disincentivare l’aborto. Il compito di attuare la parte positiva della legge non può essere delegato dallo Stato alle associazioni di volontariato: deve farlo anche e soprattutto il pubblico. Trovo profondamente ingiusto – prosegue la presidente del Cav – lasciare alle associazioni il compito di reperire i fondi per aiutare le donne, mentre il pubblico non ha risorse per questo. Noi siamo i primi a voler applicare interamente la legge e a voler lavorare insieme alle strutture pubbliche».

E intanto c’è chi anche nelle strutture pubbliche si rende conto delle potenzialità che queste hanno, come ci spiega Maria Pia Caretto, psicologa al consultorio di Parabiago, alle porte di Milano: «Il nostro ruolo, e quello di tutti i consultori, dovrebbe essere quello di aiutare la donna che si rivolge a noi per una Ivg a riflettere, a fermarsi e pensare a ciò che la sua scelta significa, sui motivi, sulle conseguenze. Mi sembra importante non sottovalutare questo spetto perché noto che spesso scatta un meccanismo di difesa e di negazione: "Ho già deciso, di cosa dobbiamo parlare?". È quello che dicono molte donne quando arrivano da noi. Eppure mi rendo conto che spesso non hanno riflettuto sulle conseguenze che questa scelta porta con sé, e che si manifesteranno non solo nella loro vita di donne ma anche nella loro vita di coppia, nella loro vita di madri, se già lo sono. Spesso ci chiedendo di abortire senza averne parlato con qualcuno, o comunque non con persone che per la loro esperienza e professionalità possano aiutarle a vedere aspetti che in quel momento non riescono a vedere».

Nell’assolvere questo compito dettato dalla legge è fondamentale la formazione degli operatori:« Il colloquio previsto prima di accedere all’aborto – afferma la psicologa – non è mai neutro; moltissimo dipende da chi lo fa, non solo da cosa dici ma anche da come lo dici, da come guardi la persona che hai di fronte». Per quanto riguarda la collaborazione pubblico-privato «c’è ancora molto da fare – conclude – anche se la Regione Lombardia cerca di favorirla. La nostra Asl ha da poco organizzato una giornata di studio con gli operatori sia del pubblico che del privato: un modo per conoscersi e cercare di collaborare per ridurre la domanda di aborto».