Nel programma del Partito socialista per le prossime elezioni legislative non ci sarà la depenalizzazione dell’eutanasia. Non è un’indiscrezione che circola nei corridoi: l’ha detto il premier in persona in un’intervista al quotidiano Publico. A una domanda sulla spinosa questione, José Luis Rodriguez Zapatero ha risposto seccamente: «No, non sarà nel programma».
Un chiarissimo dietrofront da parte del leader socialista: il suo partito (Psoe) inserì infatti l’argomento nel programma elettorale del 2004. «Promuoveremo la creazione di una Commissione nel Congresso dei Deputati che permetta il dibattito sul diritto all’eutanasia e a una morte degna, gli aspetti relativi alla depenalizzazione, il diritto a ricevere cure palliative e lo sviluppo dei trattamenti per il dolore»: questo paragrafo appariva alla pagina 34 del programma del Psoe, alla voce «La democrazia dei cittadini e delle cittadine. La Spagna plurale. La Spagna costituzionale».
La promessa, però, è caduta nel vuoto. Il governo socialista spagnolo ha rimandato, evitato e dribblato l’argomento, lasciando ad altri l’iniziativa in questo campo.
Perché questa marcia indietro? La sera stessa della vittoria – il 14 marzo 2004 – Zapatero promise moderazione: sarebbe stato il premier di tutti gli spagnoli. Pochi mesi dopo, cominciò a spingere l’acceleratore sulle riforme più radicali, dal matrimonio omosessuale al divorzio express, passando per una legge sulla ricerca biomedica più che permissiva. Tutto nero su bianco nel programma del Psoe. L’unica promessa non mantenuta – nel campo che il Psoe definisce dei «diritti della Spagna plurale» – riguarda proprio l’eutanasia: la Commissione parlamentare non c’è stata, i socialisti non hanno voluto aprire il vaso di Pandora. Né sono disposti a farlo nel prossimo futuro, stando alle parole di Zapatero. Il premier sembra deciso a riacquistare un ruolo più moderato e nega l’intenzione di depenalizzare l’eutanasia. Una strategia in vista delle elezioni del marzo 2008? Forse Zapatero sta cercando di riconquistare credibilità rispetto agli elettori di centro, stanchi di tante riforme "progressiste" e preoccupati piuttosto del caro-casa, dell’inflazione, dei rischi della speculazione immobiliare.
Ma questo non significa che la questione sia realmente chiusa. In una recente intervista alla televisione pubblica Tve il ministro della Sanità Bernat Soria – uno scienziato noto per la sua lotta a favore della ricerca con le staminali embrionali – ha dichiarato che «eutanasia è una parola con un significato chiaro dal punto di vista etimologico: significa morire bene. Ma la lettura che si fa nella società a volte non è quella che corrisponde al suo significato etimologico né legale». E poi: «In Spagna abbiamo quattro situazioni ben definite: il suicidio o il suicidio assistito che sono illegali e dunque corrispondono alla giustizia. E le cure palliative e la limitazione dello sforzo terapeutico che sono legali, sono ben regolate, nel rispetto dell’autonomia del paziente». Ma il ministro guarda al futuro: «Ciò che può accadere con il progresso delle tecnologie mediche o sanitarie è che ci siano nuove situazioni che non appartengono a nessuna di queste quattro categorie». A quel punto, bisognerebbe «ricorrere ai comitati etici che ci hanno sempre aiutato, formati da esperti di etica, giuristi, scienziati» e «giornalisti», per offrire «una combinazione di punti di vista».
Soria non accenna alla possibilità di aprire il dibattito ufficialmente, ma conclude: «Al tema della morte non dedichiamo sufficiente attenzione». Sicuro? Eppure alcuni ministri del governo Zapatero ne hanno parlato e continuano a parlarne, spingendo la stampa a dedicare grande attenzione al tema. L’ultimo è stato il ministro della Giustizia Mariano Fernández Bermejo, che a settembre – ai microfoni di Radio Nacional – dichiarava che «la società spagnola è già matura per questo dibattito». Anche qui nessun impegno elettorale, ma soltanto un cenno a una presunta «maturità» socio-culturale che il ministro spiega così: «Aumentando il livello di benessere è cresciuta la longevità dei cittadini, ed è in questo contesto che molti cominciano a riflettere sul diritto individuale di mettere il limite finale alla propria esistenza». Argomenti troppo spinosi, forse, per questa fase pre-elettorale.
Molto significativo intanto che il "no" del premier spagnolo alla depenalizzazione dell’eutanasia sia stato riportato in Italia soltanto da un breve articolo su <+Ev_cors>Repubblica<+Ev_testoband>. Zapatero non era il simbolo del "progressismo etico"? Pagine intere per ogni sua svolta: e ora che svolta veramente, silenzio...
La nuova "prudenza" zapateriana non piace alla sinistra radicale spagnola (Izquierda Unida), che nel corso della legislatura ha presentato ben quattro proposte al Congresso per depenalizzare l’eutanasia. Qualche giorno fa c’è stata l’ultima votazione con l’ennesima bocciatura: appena 20 i "sì", otto le astensioni e 282 i "no". Hanno votato contro – insieme al centrodestra – anche i socialisti, per i quali «non esiste un sentimento maggioritario che esige questa riforma». «L’hanno fatto solo per non perdere voti», ha sibilato la deputata di Izquierda Unida Carmé Garcia.
Ma sarà vero che la società spagnola vuole affrontare il tema? Molti pensano si tratti di un dibattito fittizio, politico, senza alcun interesse per i veri protagonisti: i malati. Interessati, piuttosto, alle vere cure palliative. In Spagna – secondo uno studio della Clinica Universitaria di Navarra – lo sviluppo di questo campo è medio-alto rispetto al resto d’Europa ed è simile a Francia, Italia e Svizzera. Esistono 300 équipe mediche dedicate a questi metodi. Il 30% dei pazienti terminali che muoiono nel Paese iberico ricevono cure palliative. «La vita del malato non è mai indegna», e la scienza medica «deve mettersi al servizio del malato che ormai non ha cura, prestandogli tutta l’attenzione possibile»: non l’ha detto un teologo, ma Pilar Grande, deputata socialista al Parlamento spagnolo.