Il professore non ha dubbi: «Con la riforma del Codice di diritto canonico del 1983 e l’Accordo di revisione del Concordato del 1984, viene risolto il problema del dignitoso sostentamento del clero non solo in cura d’anime, ma di tutti i preti che svolgono un servizio nella diocesi. Una vera rivoluzione». Ogni rivoluzione segna un confine netto tra un prima e un dopo. La storia del "dopo" è nota, ed è stata ricordata ancora una volta nei giorni scorsi dai vescovi nella Lettera pastorale Sostenere la Chiesa per servire tutti, a vent’anni da Sovvenire alle necessità della Chiesa. È il "dopo" delle offerte per il clero e dell’otto per mille, degli Istituti sostentamento clero, del riordino complessivo di beni ed enti ecclesiastici. Ma il "prima"? L’epoca del supplemento di congrua? Ne sappiamo quasi nulla. Più che di storia si vive di memorie, quelle dei sacerdoti un tempo "congruati". L’argomento è stato trascurato, dopo le indagini avviate nei decenni ’60 e ’70 dal gruppo di Gabriele De Rosa e di Mario Rosa, perlopiù relative all’età moderna. Ne parliamo col professor Carlo Fantappiè, pratese, ordinario di storia del diritto canonico all’Università di Urbino, recente autore di Chiesa romana e modernità giuridica (Giuffré, 2008), un monumentale studio – due volumi, 1300 pagine – sul Codice del 1917, voluto da Pio X nel 1904 e promulgato da Benedetto XV.
Com’era organizzata economicamente la Chiesa prima del 1983?
Per un millennio, ossia dall’istituzione dei primi benefici nell’VIII secolo, era cambiato pochissimo. Il sistema si basava su uffici correlati a benefici.
Che cos’è un ufficio ecclesiastico?
È un incarico stabile conferito dall’autorità ecclesiastica per scopi spirituali. In altri termini, è l’incarico (vescovo, parroco, canonico, ecc.), che dà diritto alla rendita di un patrimonio (il beneficio, appunto), che a esso è inscindibilmente connesso. Ma la loro gamma si è articolata mediante il frazionamento della proprietà indivisa, all’inizio amministrata dal vescovo, in tante piccole masse patrimoniali, a causa del legame tra la Chiesa e il sistema feudale. Si andava dalla mensa vescovile retta dal vescovo, al beneficio parrocchiale, con parroco e cappellano della parrocchia, fino alle prebende dei canonici e cappellani del Capitolo della Cattedrale e delle chiese collegiate.
Allora occorre puntare sulla nozione chiave di beneficio ecclesiastico…
È un istituto giuridico formato da una massa di beni annessi all’ente (mensa vescovile, parrocchia, chiesa collegiata ecc.), in genere terreni e immobili. Il titolare pro-tempore del beneficio aveva diritto a riceverne le rendite annue, con l’obbligo di prestare il servizio pastorale e/o liturgico e migliorare i beni della dotazione, del resto inalienabili. Questo sistema, non privo di contraddizioni, ha funzionato in tutto il mondo latino e, in Italia, fino alle cosiddette "leggi eversive" del Regno di Sardegna. Prima di avventurarci nella vicenda, però, è necessaria un’avvertenza: è una storia straordinariamente vasta e complessa.
Abbiamo capito: una materia che poco si presta ad essere ospitata negli spazi ristretti di un quotidiano. Proviamoci comunque.
Vasta e complessa, dicevo, perché sta all’incrocio delle proprietà ecclesiastiche, delle politiche degli Stati e di un clero fortemente differenziato, con parroci e canonici, il cosiddetto "clero in cura d’anime", ben provvisti e preti senza benefici, il cosiddetto "basso clero" che fino alla metà del Novecento può contare soltanto sulle elemosine della messa.
Procediamo con ordine. A quando risalgono le prime leggi eversive?
Sono scaglionate in alcune fasi. La prima fase corrisponde alle riforme dei "sovrani illuminati" della seconda metà del Settecento, con le prime soppressioni in Lombardo-Veneto, Toscana, e Napoli. La seconda ondata di soppressioni e incameramenti risale alla breve esperienza di dominazione napoleonica. La terza ondata, più vicina a noi, si apre con le leggi del Regno di Sardegna e culmina con le leggi eversive del 1866-67.
Nel 1866 l’Italia è in guerra.
Sì, e non è un dettaglio irrilevante. La legge n. 3096 del 7 luglio 1866 viene infatti approvata, in tutta fretta, dalla sola Camera e varata dal Governo senza approvazione del Senato per i poteri speciali accordati al Governo stesso a causa dello stato di guerra con l’Austria. Il testo afferma che non sono più riconosciuti dallo Stato "gli ordini, le corporazioni e le congregazioni religiose regolari e secolari e i conservatori e ritiri i quali apportino vita comune ed abbiano carattere ecclesiastico".
Che cosa cambia rispetto alle leggi eversive piemontesi del 1855?
Allora la soppressione riguardava gli istituti di vita contemplativa, ora riguarda tutti i religiosi, anche quelli di vita attiva, senza distinzioni. Di comune c’è l’idea che i beni sottratti siano devoluti ad un ente di creazione statale ma autonomo, prima la Cassa ecclesiastica, ora il Fondo per il culto per aiutare i parroci. La seconda legge, la n. 3848 del 15 agosto 1867, estende la soppressione agli enti ecclesiastici secolari diversi dalle parrocchie (capitoli delle collegiate, chiese ricettizie, canonicati, cappellanie) ed anche ad abbazie e fondazioni pie. Questi incameramenti mirano a limitare la base materiale del "potere" della Chiesa e soprattutto concorrono a colmare l’enorme deficit finanziario del Regno, pari a 580 milioni di vecchie lire.
In sintesi, quali sono le conseguenze per la Chiesa cattolica?
Cambia quasi tutto. Sono eliminati conventi, monasteri e chiese collegiate, e sarà soltanto il Concordato del 1929 a ristabilire la responsabilità civile delle congregazioni religiose soppresse. Restano in vita le parrocchie e i capitoli delle cattedrali, però con un numero ridotto di canonici e cappellani. Sui benefici sopravvissuti di parrocchie e capitoli, viene imposta, a favore del Fondo per il culto, una tassa del 30 per cento. Ma non finisce qui: la soppressione di tutti i benefici semplici ha effetti sul numero dei sacerdoti.
Riassumiamo: la Chiesa è sotto scacco. Prima perde gli istituti religiosi di vita contemplativa, poi anche quelli di vita attiva. I capitoli devono ridurre la "rosa" dei canonici. I benefici rimasti alla Chiesa, per gentile concessione, vengono pure tassati del 30 per cento. Lo stesso sacerdozio viene scoraggiato. Se non è una persecuzione, poco ci manca. Ma torniamo a provare a mettere ordine alla materia vasta e complessa. Che cosa sono i benefici semplici?
Dal Medioevo un privato poteva erigere presso una chiesa un beneficio senza cura pastorale, per celebrare messe in suffragio delle sua anima, riservandosi il "diritto di patronato", ossia la facoltà di presentare al vescovo il titolare, un semplice chierico. Era la strategia adottata da secoli in molte famiglie, per garantire la dote patrimoniale necessaria a essere ordinati sacerdoti.
Per diventare sacerdoti occorreva una dote?
Garanzie economiche minime, sì, ma non necessariamente. Per il diritto canonico il vescovo aveva la facoltà di ordinare sacerdoti a titolo di patrimonio privato o di beneficio. In questo caso, il vescovo era libero di assegnare a sua discrezione al sacerdote uno dei benefici disponibili. Talora capitava che ufficio e beneficio fossero messi a concorso. In qualche caso, il vescovo poteva ammettere agli ordini sacri anche chierici poveri ponendoli a carico del capitolo della cattedrale. Spesso però il beneficio era in mano a un privato, a un’opera pia, ad un Comune, ed erano loro a presentare al vescovo una terna di candidati, all’interno della quale il vescovo era tenuto a scegliere il beneficiato. Quindi la soppressione dei benefici semplici, se libera le mani dei vescovi, limita però la possibilità di avere nuove leve pastorali. Quello beneficiale era, come si è accennato, un sistema dalla forte impronta feudale. Ma stiamo parlando del Nord. Nel Sud la situazione era ancora diversa e del tutto particolare.
Altro che complessità…
Nel Sud, specialmente nella campagna, c’erano le cosiddette "chiese ricettizie", cioè chiese di patronato laicale. La gestione di queste numerose chiese spettava alla comunità e avveniva appunto in forma comunitaria. Si formava un gruppo di sacerdoti nativi che condividevano la massa comune dei beni e nominavano un arciprete. Accadeva che lavorassero in proprio anche le terre del beneficio. Quei preti continuavano a vivere in famiglia e quindi non c’era necessità di una casa canonicale. Tra gli altri difetti di questo sistema c’era che, anziché espandere il numero delle parrocchie nel Sud rurale, il clero ricettizio tendeva a concentrare chiese e beni, per non suddividere la massa patrimoniale. La soppressione delle chiese ricettizie nel 1867 comporterà conseguenze assai serie per la Chiesa del Sud.
Perché?
La chiesa ricettizia figurava come corporazione religiosa, non come parrocchia; e come tale fu soppressa, anche se fu salvata una quota per la congrua del relativo parroco. In una pagina famosa, Nicola Monterisi, vescovo di Monopoli nel 1913, afferma che in questo modo "il clero meridionale fu rovinato". La legislazione eversiva non tenne conto di tante peculiarità, né della diversa organizzazione e distribuzione della ricchezza. L’Italia si ritrovò divisa in due: al Nord e al Centro parrocchie sostenute mediante il supplemento di congrua, al Sud preti privati di parrocchie e beni.
In sintesi, lo scenario alla nascita della congrua, nel 1866-67, è questo: restano in vita soltanto gli enti ecclesiastici con funzione di cura d’anime - le parrocchie - e i capitoli delle cattedrali, sia pure dimagriti. Tutto il resto è soppresso e i loro beni…
…Incamerati dal demanio. Gli immobili dei monasteri diventeranno i municipi, le scuole, le sedi universitarie, le caserme e gli ospedali del Regno d’Italia. Da una stima approssimativa, nove edifici pubblici su dieci sono beni incamerati.
Nove su dieci? Anche se non spontaneo, un significativo contributo all’unità d’Italia… E perché le parrocchie si salvano?
Come modello rimangono gli interventi di politica ecclesiastica di Cavour e Rattazzi del 1855. I presupposti ideologici erano chiari, anche se non dichiarati. Lo Stato italiano aveva bisogno di grosse rendite per organizzarsi; inoltre intendeva operare una sorta di perequazione, basandosi sull’"utilità sociale" degli enti. A conventi, abbazie, monasteri e cappellanie questa utilità non veniva riconosciuta. Alle parrocchie sì. La funzione sociale della parrocchia e del parroco era ampia e complessa, attraversava tutti i settori privati e pubblici della vita. Il parroco svolgeva da sempre una funzione mediatrice tra i singoli, e poi tra le famiglie e il municipio. Nei primi cento anni dell’Italia unita saranno importanti anche il sindaco e il farmacista, ma il parroco resta la figura essenziale per la comunità. Non potendone fare a meno, lo Stato nutriva un interesse politico nei suoi confronti. Fu così che istituì con la legge del 1866 il supplemento di congrua, un contributo stipendiale erogato dal Fondo per il culto affinché ad ogni parroco italiano fosse garantito un decoroso sostentamento.
Possiamo dire che la congrua fu una sorta di compensazione per tutti quegli incameramenti?
Ovviamente il termine "compensazione" non compare mai. Sul piano formale, i legislatori erano ben attenti a restare fedeli al principio della separazione tra Stato e Chiesa. Tuttavia entrambi i provvedimenti sono presenti all’interno della stessa legge. E la volontà è evidente: togliere moltissimo al clero regolare e dare qualcosa al clero secolare.
Ma i parroci non ricavavano già di che vivere dai benefici parrocchiali?
Il beneficio era espressione di un marcato individualismo proprietario e comportava forti squilibri. C’erano benefici pingui, con tanti aspiranti, accanto a benefici minimi o che con il tempo avevano perduto valore economico. La disparità di rendite era notevole. Lo Stato intende garantire un minimo uguale per tutti. Dove il beneficio è sufficiente, non aggiunge niente. Negli altri casi, lo Stato interviene con il "supplemento", la somma necessaria per arrivare a una cifra "congrua" per una vita decorosa. La cifra sarà stabilita per legge e via via adeguata al costo della vita, in una sorta di "scala mobile" ante litteram.
Però, quanta generosità. E quale senso della giustizia…
Un momento, la verità ancora una volta è assai più complessa. Era forte, e palese, anche il calcolo politico. Lo Stato intendeva accattivarsi la simpatia e il favore dei parroci, allentando il loro legame con la Santa Sede. Non c’era nulla di segreto. Basterebbe leggere Domenico Schiappoli, professore di diritto ecclesiastico, che nel 1899 nel suo libro Le congrue ed i supplementi di congrua ai parroci sostiene che, se non si migliorano le condizioni del clero con cura d’anime, il clero stesso viene rafforzato nel suo legame con il Papa. Scrive Schiappoli: «Occorre emancipare i parroci dalla soggezione economica e politica della Santa Sede». La congrua è anche strategia.
Calcolo politico o anche ideologico?
Il miglioramento economico del clero, per lo Stato, mira a tre obiettivi: selezionare i candidati al sacerdozio; favorire una maggiore istruzione per eliminare quelle che sono ritenute le tendenze superstiziose della pratica religiosa; e, come già detto, rafforzare il legame con lo Stato unitario stesso. Nessuna illusione, diceva Schiappoli: il sentimento religioso non è sradicabile dal popolo. Però si può favorire una religione più colta e profonda. Tutto ciò obbedisce al clima culturale positivista.
Intanto il demanio vende le proprietà terriere della Chiesa. Chissà quali pingui guadagni…
Mancano ricerche complessive, però, come sempre, lo Stato non ricava quel che sperava e molto va ai soliti latifondisti.
Vabbè, se lo stato non ricava tutto quello che poteva, è colpa sua. La Chiesa è comunque espropriata. A proposito di proprietà sottratte: ci eravamo dimenticati dei religiosi. Che fine fanno?
Lo Stato liberale gli era fortemente avverso e impedisce ufficialmente la ricostituzione delle loro comunità. Negando ogni tipo di riconoscimento morale o civile, religiosi si può essere soltanto di nascosto. Molti ricostituiscono alla chetichella le loro comunità e, quando le proprietà vengono messe all’incanto, sono acquistate da privati che in realtà agiscono per conto dei religiosi. La proprietà viene trasferita a un individuo (per esempio il superiore), il quale la trasferisce al suo successore. Sono le cosiddette "frodi pie".
Intanto i parroci ricevono il supplemento di congrua. Il sistema funziona?
Le difficoltà si acuiscono nei periodi di crisi economica e finanziaria, quando i prezzi crescono e le congrue non ne tengono il passo. Ne fa le spese specialmente il clero curato, tartassato mediante altre imposizioni, come la tassa sull’esercizio delle libere professioni.
Il "mestiere del prete" come quello dell’avvocato o dell’ingegnere?
Proprio così. La cura delle anime era assimilata in tutto e per tutto a una libera professione con i suoi proventi, sui quali i Comuni riscuotevano le tasse. La situazione si fa insostenibile a tal punto che nel 1907 nasce un vero e proprio movimento di protesta, quasi di rivolta, di parroci che si organizzano per difendere i propri diritti. Tra il 1909 e il 1917 sorgono organizzazioni del clero in molte diocesi, fino alla creazione della Faci, la Federazione tra le Associazioni del clero italiano. Vengono inviate petizioni al Parlamento per adeguare la congrua alle mutate condizioni economiche. La situazione sembra sfuggire al controllo e finisce per destare preoccupazione anche presso la Santa Sede. La Faci intende tutelare gli interessi morali e materiali del clero, anche ricorrendo alle vie legali. Si prende cura del clero anziano e malato. Dà vita alla cooperativa Fraternitas, che permette ai parroci di acquistare oggetti di vario genere, necessari alla vita quotidiana, a prezzi convenienti.
Ma perché questa difficoltà nell’adeguare la congrua al costo della vita?
Dobbiamo fare un passo indietro, al secolo precedente. I beni ecclesiastici soppressi sono dunque messi in vendita. Gli immobili, come le sedi di monasteri e conventi, vanno agli enti territoriali. Il ricavato della vendita degli altri è patrimonio dello Stato e confluisce nel Fondo per il culto, che si autoalimenta con la tassa di concorso che grava per il 30 per cento sui beni ecclesiastici conservati, come le parrocchie più ricche e i capitoli. Una bella spremitura. Il principio era che lo Stato non avrebbe dovuto contribuire al culto attraverso propri finanziamenti, di qui l’autonomia del Fondo. Ma il Fondo si impoverisce, i supplementi di congrua crescono con l’aumento del costo della vita e alla fine il sistema salta. In questo passaggio sembra che avvenga il salto di posta: i preti che prima in qualche modo si autosostenevano ora cominciano a gravare sulle finanze dello Stato. Nel 1918 l’aumento dei supplementi di congrua grava sul Ministero del Tesoro che dal 1919 si prende a carico l’intera faccenda. Nel frattempo c’è stata la guerra, lo spirito nazionale ne è uscito rinfocolato, con un riavvicinamento reciproco tra Stato e cattolici italiani. Anche i rapporti politici sono ormai mutati. Nasce il Partito popolare. E con il ministero Orlando si comincia a cercare una soluzione alla questione romana.
E la congrua?
Nel 1922 viene estesa anche a vescovi, canonici e cappellani dei capitoli, vicari e cappellani parrocchiali, che ne erano sempre stati esclusi. E siamo al 1929.
Dunque è storicamente certo: la congrua, al contrario di quanto molti sono convinti, non è un’invenzione del Concordato.
No. Il Concordato, per quanto riguarda il supplemento di congrua, conferma un impegno già assunto: "Lo Stato italiano, finché con nuovi accordi non sarà stabilito diversamente, continuerà a supplire alle deficienze dei redditi dei benefici ecclesiastici con assegni da corrispondere in misura non inferiore al valore reale di quella stabilita dalle leggi attualmente in vigore" (n. 30). La congrua dovrà essere adeguata al costo della vita. In fondo il regime fascista non muta la politica precedente e cerca di accattivarsi pure lui il clero. L’intenzione è di fondare una religione cattolica e patriottica assieme, facendo dei parroci i sostenitori dell’ideologia del regime. Pur con alcune eccezioni congiunturali, il tentativo andrà ancora una volta ampiamente deluso. I parroci italiani non si fanno manipolare.
E siamo al dopoguerra e alla Costituzione repubblicana.
La congrua sopravvive ad entrambi. Ma intanto la discussione cresce. Vorrei citare una voce al di sopra di ogni sospetto, quella di Arturo Carlo Jemolo, che sul numero dell’aprile del 1947 del "Ponte", la rivista di Calamandrei, sente il bisogno di scrivere un saggio intitolato I bisogni economici del clero, in cui giudica criticamente la legislazione eversiva dello Stato e ammette: "Cominciò la miseria del clero italiano". Jemolo auspica che a ogni parroco non manchino i mezzi: il telefono in ogni canonica, una modesta autovettura, una biblioteca parrocchiale con testi non solo religiosi ma anche di letteratura. Jemolo, un "separatista", avanza una proposta, allora bocciata, che ricorda il modello tedesco: una "tassa per il culto", come allora accadeva per la comunità ebraica, con un’addizionale assai tenue per scongiurare le apostasie.
La congrua resiste ma si rivela sempre più strumento inadeguato ai moderni rapporti tra Stato e Chiesa.
Accade ad esempio che nel 1974, in seguito all’inflazione galoppante, venga istituita un’indennità speciale mensile, cospicua, assimilando di fatto i parroci ai dipendenti statali. A questo punto possiamo davvero parlare di una sorta di scala mobile applicata alla congrua.
E di preti assimilati a dipendenti statali. Ma ormai siamo al 1984 e la nostra storia termina.
Termina con quello che a me pare un paradosso. Dal punto di vista storico, non c’è nessuno strappo sostanziale e l’attuale sistema appare in continuità con la tradizione legislativa italiana. Nell’Ottocento come oggi, il principio è sempre quello di evitare commistioni e confusioni tra Stato e Chiesa. A questo sarebbe dovuto servire, con la sua autonomia, il Fondo per il culto, per evitare che lo Stato passasse direttamente al clero somme di denaro. È un paradosso e lo presento come tale. Ma un certo preteso laicismo insiste nel leggere l’Accordo del 1984 in una linea contraria alla distinzione degli ordini (art. 7 comma 1). Invece no. C’è ancora la distinzione, ma ci sono anche la stima reciproca e la collaborazione per il bene del Paese insieme col riconoscimento dell’autonomia dei cittadini. La vera, positiva novità, se vogliamo, è questa.