Avvenire dossier

Testimonianze - I senza fissa dimora (03 novembre 2007)
La «sua» capanna fra gli emarginati

di Francesca Lozito

Da tanto tempo aveva deciso che questa sarebbe stata la sua casa. E da due mesi don Oreste Benzi viveva qui: la Capanna di Betlemme, sulle colline di Covignano, che sovrastano Rimini e da cui si vedono la città e il mare, non è solo fatta di muri. È un luogo in cui vivono quelli che nella vita di prima, quella della solitudine, erano, per vari motivi, senza dimora. Quelli che se li incontri a un angolo della strada li eviti e che invece qui sono trattati con cura e si sentono persone. In mezzo a loro i volontari, ragazzi dai volti puliti che hanno fatto una scelta precisa. Hanno risposto a una chiamata: stare in mezzo agli ultimi.

Qui c’è la stanza in cui don Oreste ha dormito negli ultimi giorni di vita. È solo un caso che l’altra notte non ci fosse, doveva curarsi, per questo era rimasto a Rimini. Un paio di ciabatte ai piedi del letto, una coperta semplice e degli asciugamani puliti. Tante scatole ancora da aprire, gli occhiali sul tavolino e una coppetta con acqua e aglio, un ottimo antibiotico naturale, come sa bene chi come lui viene dalla campagna. Alla parete, la foto di tre persone qualunque tra la sua gente, volti sorridenti di chi è sceso nell’inferno ed è ritornato alla vita. E poi il computer e la stampante, gli strumenti di un lavoro quotidiano fatto di incontri che cominciavano la mattina e finivano la sera. Anche ieri, molto presto, alle 7 avrebbe voluto parlare di un progetto con il coordinatore di Rinnovamento nello Spirito, Salvatore Martinez, a Rimini per l’annuale conferenza animatori. Incurante del malessere, non si era sottratto.
All’ora di pranzo gli ospiti della Capanna, in tutto una quarantina tra quelli che sono qui fissi e quelli che girano con l’unità mobile che si occupa soprattutto di assistere i senzatetto che si trovano nella zona della stazione, stanno guardando alla televisione un servizio su don Oreste. Sono tutti commossi. Carlo Fabbri, un volontario che ha il compito di coordinare, racconta che «anche se lo aveva deciso da molto tempo, da un giorno all’altro ci aveva detto ’domani vengo’.

Aveva scelto di stare qui per far parte della vita della comunità e, anche se le sue giornate iniziavano alle cinque di mattina e finivano alle 11 di sera, trovavamo sempre un suo messaggio sul tavolo con scritto vi saluto e vi affido alla Madonna, stasera ceno con voi». A un patto però: «Che quando tornava ci portasse qualcosa del posto – continua Carlo – come il pecorino dalla Sardegna che abbiamo mangiato tutti assieme».
Come un padre lo ricordano gli abitanti di questa casa: «Era la garanzia della chiarezza del nostro cammino di comunità – dice Beniamino, anche lui volontario – che dava importanza a tutti, dal primo all’ultimo. E che metteva al centro il Signore, qui alla Capanna in cappella spessissimo si fermava a pregare e diceva la Messa con noi».

Attorno al tavolo tutti vogliono dire qualcosa: Gianfranco è la seconda volta che è ospite qui: «L’ho conosciuto personalmente un mese fa, era un uomo nato per il prossimo». Poi Antonio che se ne sta in un angolo e riesce solo ad affermare «era una bravissima persona». Qualcuno, come Salvatore che viene da Napoli e ha una storia dura di problemi psichiatrici alle spalle, ha invece una gran voglia di raccontare e ammette di «sentire molto la sua mancanza, oggi siamo un po’ più tristi, ma siamo sicuri che è andato in Paradiso, perché ci ha aiutato con tutto il suo amore».

Poi, in ordine sparso la comunità della Capanna di Betlemme si muove verso la parrocchia della Resurrezione. Si sistemano sui pulmini e nelle macchine per andare a pregare ancora una volta con don Oreste, anche se ha lasciato fisicamente il mondo degli uomini. Andrea, volontario con una grandissima vitalità, ammette che «era uno dei pochi difensori dei poveri». Daniela gli fa eco: «Ora possiamo solo portare avanti quello che lui ci ha lasciato». La piccola carovana si muove per scendere dalla collina. Entrano composti in chiesa, salutano chi è già lì. In silenzio e nella preghiera custodiscono l’ultimo tratto della vita di don Oreste.

 

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