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Testimonianze - La casa famiglia
(03 novembre 2007)
I fiori di Giovanni: ragazzi «diversabili»
di Francesca Lozito
Elena è un fiore anche se non lo sa. Giovanni la abbraccia, la tiene per mano, la rassicura. E lei sembra non aver paura del mondo con cui non comunica: si guarda attorno e sorride. Elena è una ragazza autistica che vive assieme ad altri sei «fiori» come lei nella Casa famiglia San Giovanni Bosco di Faenza. Giovanni è il papà della casa, anche se in modo davvero speciale: lui ha scelto di consacrare la sua vita a Cristo e di vivere questa consacrazione occupandosi delle persone disabili. O «diversabili» come amava chiamarle don Oreste Benzi. «Questa esperienza – racconta Giovanni – è nata 12 anni fa e da allora sono state varie decine le persone con handicap che hanno vissuto con noi (nella Casa di Faenza vivono un’altra ragazza e due volontari, ndr)».
La comunità fondata dal sacerdote riminese ha promosso in tutto il mondo e nei posti più impensabili numerose di queste esperienze in cui gli esclusi si sono sentiti accolti. Da famiglie che hanno già bambini, da consacrati o da semplici volontari. La preghiera al centro di tutto, perché per fare delle scelte di vita simili ci vuole una dose supplementare di amore. «Elena in ospedale non era niente più di un caso – continua Giovanni – un letto occupato che costituiva anche un peso, da noi è diventata una persona. Quelli come lei nessuno li cerca o li vuole. Noi c’impegniamo a dar loro tutto quello che può migliorarne la qualità della vita: qualcuno che voglia loro bene, che li prenda in braccio, che rimbocchi le loro coperte la sera: non è così scontato che accada e fa davvero la differenza» dice ancora Giovanni. Che come tutti, ieri nel ricordare la centralità dell’incontro con don Oreste nel determinare la sua vocazione si è molto commosso: «Era venuto a Faenza a un incontro pubblico ed ero andato a sentirlo. Poi mi ero avvicinato alla comunità, ma non sapevo ancora bene che cosa avrei fatto. In seguito, durante un viaggio in macchina con lui abbiamo parlato molto: gli ho raccontato che facevo il giardiniere, i fiori mi piacevano molto ma io volevo fare qualcosa di più grande dei fiori. Lui mi disse che quella cosa più grande sarebbe stata la Casa famiglia».
Negli occhi del fondatore la vita della comunità era chiara fin da subito, anche quando non aveva ancora compiuto i suoi passi: «Dopo un po’ di tempo – continua il racconto Giovanni – l’ho rivisto e gli ho detto che i miei fiori preferiti erano diventati questa specie di miei figli, i ragazzi disabili che avevamo cominciato ad accogliere in casa. Lui mi ha sorriso come sempre e mi ha sussurrato: «Te l’avevo detto, te l’avevo detto».
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