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Il grazie della Chiesa italiana
(03 novembre 2007)
«Infaticabile apostolo della carità»
di Mimmo Muolo
Il Papa lo definisce «infaticabile apostolo della carità». Il presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, sottolinea che «quello che ha seminato non verrà disperso». Per il cardinale Ersilio Tonini è stato «un esempio eccezionale». E monsignor Angelo Comastri riassume il sentimento di tutti, affermando: «È morto un santo». In effetti, per dirla con il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna», don Oreste Benzi è «uno dei testimoni più alti che la Chiesa italiana abbia avuto del Vangelo di Cristo». Un prete che ha testimoniato di fronte all’intera società la forza dirompente del Vangelo e del quale perciò tutta la comunità ecclesiale nazionale può andare fiera, sia per le doti spirituali, sia per il suo «farsi carico – come scrive il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, nel telegramma di cordoglio a nome del Pontefice, che Avvenire pubblica qui di fianco – di tanti gravi problemi sociali». «È una grande perdita – ricorda anche il presidente della Cei, Angelo Bagnasco – sia per la comunità ecclesiale sia per la società italiana, perché quello che lui ha fatto per il recupero della dignità della persona, nel campo della tossicodipendenza, della prostituzione, della famiglia, dei bambini, è noto a tutti». Don Benzi, aggiunge l’arcivescovo di Genova (ormai prossimo cardinale nel concistoro del 24 novembre), «adesso è nel cuore di Dio e continuerà a sostenere tutte le persone deboli, fragili, povere e sofferenti che ha conosciuto, sostenuto e difeso anche esponendosi alla critica e talvolta alla derisione. Ma è andato avanti per la sua strada con la semplicità che è degli umili e dei santi». La morte del fondatore dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII ha suscitato in tutte le diocesi della Penisola sentimenti di profonda commozione. Tra i più colpiti, naturalmente, il vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi, che alla Radio Vaticana ha ricordato di essere andato prestissimo, intorno alle 6 di ieri mattina a benedire la salma: «Trovarmi lì, di fronte a lui, che avevo visto appena qualche giorno fa e con il quale avevamo condiviso varie ipotesi di impegni comuni, mi ha colpito nel cuore». Il presule ha poi raccontato di aver letto ad alta voce le parole scritte qualche giorno fa da don Oreste a commento della liturgia del 2 novembre: «In realtà la morte non esiste, perché appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro all’infinito di Dio». «Tutti – ha spiegato monsignor Lambiasi – abbiamo avvertito un brivido di emozione molto forte». Non solo. Don Benzi lascia alla Chiesa in Italia un’eredità molto grande. Un messaggio che il vescovo di Rimini riassume così: «Credere significa amare, e amare i membri più poveri del corpo di Cristo, le membra più umiliate, più offese, più calpestate nella loro dignità». Proprio questa attenzione agli ultimi suggerisce al cardinale Ersilio Tonini un paragone con san Lorenzo. «La sua vita – dice il porporato – mi ricorda quella del diacono romano, che fu chiamato dal pretore perché gli portasse i beni della Chiesa. Lui rispose: "Mi devi dare parecchi carri". E quando li ebbe, portò allo stesso pretore i poveri e gli emarginati, che sono il vero tesoro della Chiesa. Per questo don Benzi merita la nostra venerazione. La sua opera, infatti è il segno che Gesù è in azione tra noi». Anche il cardinale Carlo Caffarra mette l’accento sulla carità cristiana di don Oreste. «Una figura – dice l’arcivescovo di Bologna, legato al sacerdote riminese da «una profonda amicizia e fraternità» – sulla quale sarà necessario ritornare e meditare a lungo. Amavo, quando lo incontravo, dirgli sempre: "Don Oreste, quando ti vedo, vedo davanti a me san Luigi Orione". E lui si arrabbiava anche un po’». La conferma di questa somiglianza arriva proprio dalla famiglia orionina. «Ricordo don Oreste presente ad alcuni eventi della nostra Congregazione – afferma il direttore generale dell’Opera, don Flavio Peloso, che parla di cui come di una «perla preziosa della misericordia di Dio donata al nostro mondo inquieto» – e mi torna in mente che veniva istintivamente definito un "don Orione vivente" da confratelli e laici. Il suo impegno sociale aveva una sicura e inesauribile fonte nella vita spirituale che lo portava a conformarsi a Gesù», conclude don Peloso. «Un capolavoro di sacerdote, un uomo di Dio, una Eucaristia vivente», è invece la triplice definizione coniata da monsignor Angelo Comastri. «Ritengo – afferma il vicario del Papa Per la Città del Vaticano e prossimo cardinale – che i requisiti della fama di santità ci siano tutti: è morto un santo nel senso classico e biblico del termine: un uomo che ha tradotto in concreto le Beatitudini». La sua morte, dunque, «è una perdita anche per l’Italia», sottolinea il vescovo di Terni-Narni-Amelia, monsignor Vincenzo Paglia. «Era un grande prete e un uomo dal cuore senza confini, un grande italiano che non ha avuto paura di percorrere le frontiere più difficili. Don Oreste sapeva bene che percorrere la via dell’amore significa stare dalla parte dei più deboli». Perciò, come fa notare monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, «egli ha portato la fede dove sembrava impossibile che potesse essere portata: nei vasti mondi del male, dell’emarginazione, della violenza, dell’ingiustizia, della devianza, delle droghe, dello sfruttamento, della prostituzione. E ha fatto capire a a queste vittime che Cristo era vicino a loro e capace di condividere la situazione di ciascuno». Al cordoglio si associa anche il vescovo di Cesena-Sarsina, monsignor Antonio Lanfranchi, il quale ricorda che nelle chiese della diocesi e durante le celebrazioni liturgiche si è pregato per il sacerdote riminese, «il quale ha lasciato testimonianze indelebili in tutto il territorio». Grande partecipazione anche da parte di Rinnovamento nello Spirito («È tra i testimoni dello Spirito del ’900», ricorda il coordinatore nazionale, Salvatore Martinez, di don Luigi Ciotti, Gruppo Abele, Libera («In un’epoca in cui prevale l’individualismo, don Oreste ha tenacemente promosso e costruito il "noi"»), di don Fortunato Di Noto, fondatore di Meter («Ha sempre gridato nel deserto del mondo e dell’umanità contro ogni forma di sfruttamento»), di don Vinicio Albanesi, comunità di Capodarco («Se ne va una figura emblematica, un uomo di forte spiritualità, dalla sensibilità moderna verso gli ultimi»), di don Pierino Gelmini, comunità Incontro («Era una persona che amava chi soffriva. Ora è come una stella tra le più luminose del cielo») e di don Mimmo Battaglia, presidente della Federazione delle comunità terapeutiche: «Un prete innamorato di Cristo che ha saputo saldare il cielo e la terra, sempre dalla parte degli ultimi».
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