Una scelta "precoce"
Si ha la percezione, non so quanto suffragata dai fatti, che sia in atto una rivalutazione circa il seminario minore. Un’opzione che si inquadra nella strutturazione dei nuovi percorsi formativi del futuro sacerdote, e che potrebbe motivarsi anche per la dispersione che caratterizza le esperienze infantili e adolescenziali odierne. In altre parole, potrebbe emergere sempre più nettamente la volontà di promuovere un’educazione più stretta, dunque più raccolta, in ordine alla formazione del sacerdote "in erba". Il seminario minore diventa in questo caso il luogo in cui si favorisce l’esplicitarsi di una chiamata, in un clima fatto anche di silenzi e di raccoglimento, invece che di quel baccano del mondo che sembra impedire la coltivazione dell’interiorità e riduce l’uomo alla sua superficie cutanea e all’apparire.
Se è vero che la scuola in generale deve prima di tutto insegnare a vivere, e dunque non limitarsi alla trasmissione di informazioni tecniche, ne deriva che una vera formazione condotta in età scolare debba occuparsi anche dei modelli esistenziali, a cui si legano processi importanti proprio per la maturazione e l’equilibrio della personalità.
Se si volesse ricercare un confronto, vengono in mente le scuole militari: ad esempio, la Nunziatella di Napoli (che ora è anche a Milano), in cui si entra in età adolescenziale, per completare gli studi liceali, e poi passare alle accademie militari, come quella di Modena per l’esercito, nelle quali si conclude la preparazione specifica, che è poi l’università per gli ufficiali.
Comunque la si voglia vedere, nelle varie tendenze e organizzazioni, l’età della adolescenza è molto importante ai fini di una formazione rigorosa. Così anche il seminario lo è, pur con i suoi adattamenti da luogo a luogo: in esso il giovane seminarista si prepara alla vita ma anche specificamente al sacerdozio, con la consapevolezza e la maturità che la scelta comporta. Già, perché questo può essere per taluni un problema.
Psicologia, elemento non decorativo
Colpisce, nel documento normativo per formazione al sacerdozio, la prudenza riservata verso gli strumenti diagnostici e terapeutici, o anche solo analitici, quali sono forniti oggi dalle psicologie, in un periodo come l’attuale nel quale si ricorre abitualmente ad esse per capire ciò che in una persona può ancora non apparire. Tanto più che detto documento, emesso nel 2006 dalla Conferenza episcopale, cita l’inconscio, e lo fa in termini certamente corretti, quale istanza che può incidere su scelte e comportamenti.
Insomma, si avverte un’attrazione che nel contempo genera allerta. E questa risente forse di un passato critico, influenzato dalla teoria freudiana e da alcune esperienze di psicoanalisi, la quale ? com’è noto ? si propone un’esplorazione della personalità profonda, senza essere centrata su un problema specifico di personalità o comportamentale. Bisogna tuttavia dire che taluni comportamenti espressi da sacerdoti sarebbero stati per tempo individuati, se ci si fosse affidati alle valutazioni psicologiche o psicoanalitiche (voce disturbi della sfera sessuale).
Una certa cautela la si può riconoscere anche nella richiesta di prestazioni psicologiche da parte di professionisti esterni, che se troppo limitate potrebbero risultare anche scarsamente utili. Più che il dato di fede o l’adesione a determinate scuole, nello psicologo cercherei un’indiscussa professionalità, fatto salvo sempre il rispetto per il seminarista, la sua scelta e il suo impegno.
La chiamata da parte di Dio
Non si deve mai giungere frettolosamente alla conclusione che l’ingresso in seminario sia già una determinazione a svolgere "quel" particolare ruolo sociale che è proprio del sacerdote. La chiamata di Dio ha bisogno di tempi lunghi per palesarsi ed essere verificata. Fondamentale tuttavia è l’atteggiamento di fede, e l’appartenenza alla fede stessa.
Ma ciò non è ancora la vocazione al sacerdozio. Per questo si rende necessaria una fase lunga di monitoraggio, che avrà cura di seguire, oltre alla disposizione individuale, anche gli effetti della chiamata sulla persona.
In questa sequenza, che dovrà rivelare una progressione nella consapevolezza circa la scelta da compiere, ci sarà vicino al seminarista un’opera educativa partecipata, l’equivalente di ciò che fa il tutor delle scuole inglesi, ma forse ancora più assidua, e che punta specificamente alla crescita vocazionale, con attenzione ai segni di cambiamento che, oltre a essere propri di ogni adolescente, si legano a quell’evento particolare che è la vocazione al sacerdozio.
Forse, per comprendere le scelte della Conferenza episcopale occorre passare dal fatto psicologico, legato alla verifica di doti e attitudini, all’"evento" dell’incontro con Dio che coinvolge tutta la persona, nella sua specificità e concretezza.
Due dimensioni di un’unica scelta
Il seminario è, quindi, il luogo in cui si valutano e si coltivano quelli che a me sembrano i due versanti della vocazione, quello – appena menzionato – della chiamata divina e quello più legato al ruolo che per il futuro sacerdote si prospetta nella società.
Queste due dinamiche sembrano evocare, nel tempo presente, competenze e profili diversi ma chiamati a collaborare in vista della costruzione della stessa personalità: da una parte il padre spirituale, oltre che gli educatori, dall’altra il psicologo professionista, nella veste del consulente ipotetico. Una considerazione a cui probabilmente si è arrivati in forza non tanto di valutazioni teoriche ma alla luce di esperienze qua e là accadute. Per le quali c’è da dire che quando un tutorato psicologico viene condotto con modalità di separatezza, può capitare che, se pur si offre al singolo l’opportunità di risolvere problemi rilevanti della personalità (disturbi) legati sia alla scelta che alla formazione, si finisce tuttavia per provocare una separazione delle problematiche, e persino una duplicità di percezione quanto all’"essere nel mondo", con la conseguenza di creare artificiosamente dei problemi.
A parte questo nodo, l’intervento psicologico – quando è richiesto – esige colloqui ripetuti per un tempo che non è possibile ipotizzare in via preventiva.
Se ne sono dedotti alla fine una serie di criteri operativi. Ne cito due: il primo è quello di operare delle verifiche molto attente, compreso lo studio di personalità, prima di inserire un giovane nel seminario maggiore; il secondo, di attivare quando serve la relazione con uno psicologo esterno, che possa intervenire su casi specifici, o su richieste precise, prevedendo persino in circostanze rare dei periodi di interruzione del percorso formativo.
Bisogna aggiungere, infine, che uno screening psicologico esteso a tutti finirebbe per essere talmente generico e superficiale da non dare né garanzia vocazionale né aiuto ai singoli seminaristi.
Sempre in riferimento alla psicologia c’è tuttavia una buona notizia. Nel senso che la materia è ora prevista tra le discipline fondamentali, dove infatti figurano le Scienze umane. «È necessario – si dice – che negli anni della formazione i seminaristi acquisiscano la capacità di conoscere in profondità l’animo umano, intuirne difficoltà e problemi, facilitare l’incontro e il dialogo, ottenere fiducia e collaborazione, esprimere giudizi sereni e oggettivi. Inoltre, essi devono poter disporre degli strumenti essenziali per una valutazione delle dinamiche e delle strutture sociali. A tal fine di non poca utilità sono le cosiddette Scienze dell’uomo, la psicologia e la sociologia» (Cei, Formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana: orientamento e norme per i seminari, cap. IV, 2, 2). E così, la psicologia tenuta a bada nella valutazione del dato umano dei chiamati, acquista un suo peso negli itinerari formativi degli stessi, in vista del ministero.
La "chiamata" annulla il resto?
E qui si pone subito una questione che, per me, ha la consistenza dei principi teorici. La certezza della vocazione, come chiamata speciale e misteriosa di Dio, rende inutili altre attenzioni? In altre parole, se uno è stato chiamato da Dio, gli serve un accompagnamento anche per quanto riguarda l’impatto con la società? È possibile che Dio chiami chi al contempo non ha le caratteristiche personali per svolgere il ruolo sacerdotale?
È del tutto probabile che la presenza strutturale degli educatori e in particolare del padre spirituale, presente di norma nell’itinerario di ogni seminarista, abbia in sé i requisiti che rendono secondario ogni altro intervento. È tuttavia innegabile che la vicenda di non pochi sacerdoti sia anche prova che questo criterio da solo può in certi casi rivelarsi fragile.
La mia convinzione risente ovviamente dell’esperienza clinica, e dunque delle scienze comportamentali; perciò sono persuaso che i risvolti umani debbano essere tenuti in considerazione. In altre parole, che la vocazione di speciale consacrazione vada iscritta nella dotazione terrena, che non è solo biologica ma anche sociale, perché – come s’è detto – ogni professione risente delle condizioni in cui si svolge, e di conseguenza fare il sacerdote oggi richiede adattamenti che non urgevano ieri.
Occasione per "volare alto"
La valutazione della chiamata speciale è necessaria sempre, e particolarmente quando si avvicina il momento della ordinazione e dunque delle scelte definitive, che poi significa anche l’adozione di uno stile particolare di vivere in società. Fino a questo momento deve essere possibile attendere e anche desistere.
Va da sé che non sia prudente spingersi verso l’ordinazione quando sussiste un dubbio vocazionale: sarebbe un errore affidarsi, almeno in questo caso, alla speranza. È troppo delicato per il singolo individuo e per la società che un sacerdote fallisca nella sua scelta: si determina per lo più un infelice, una persona che finisce per rappresentare male la Chiesa, la quale verrà a sua volta mal percepita dai fedeli.
Occorre valutare la chiamata di Dio come una gioia, ma mai la non-chiamata alla vita religiosa come un rifiuto da parte di Dio. Al massimo essa potrebbe voler dire che uno vivrà la propria vita nelle forme ordinarie, impegnandosi in una professione normale, che a sua volta arricchisce il valore della vita stessa.
Proprio per questo occorre che la vita del seminarista sia tranquilla e serena, impegnata ma non ossessiva. Egli si avvertirà un prescelto da Dio senza per questo ritenersi un toccato dall’onnipotenza. Il che gli permetterà di non sentirsi abbandonato o escluso nel caso che, verificando la vocazione, dovesse concludere che non è fatto per il sacerdozio.