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Quinta puntata (12 marzo 2008)
Le promesse: cornice generale

di Vittorino Andreoli

Le promesse nel contesto dell’amore
Nel clima che caratterizza il nostro tempo, è difficile che si scorga nei voti sacerdotali (chiamati con linguaggio più preciso "promesse" o "impegni", per distinguerli dai voti che sono emessi negli ordini religiosi o monastici) delle scelte consapevoli e felici, giacché in una visione terrena o mondana essi appaiono piuttosto come un limite, o come un’imposizione. Al punto da sembrare assurdi, e umanamente inaccettabili.

Per capire come una simile scelta possa invece essere addirittura gioiosa, bisogna partire dall’amore, e – se non scandalizza – dall’amore anzitutto come dimensione propriamente umana. Considerato il più sublime dei sentimenti, quale condizione straordinaria e sognata, se ben valutato l’amore è la promessa di fare non solo ciò che è gradito all’amato o all’amata, ma anche quello che vuole. E in questo legame, fare ciò che piace all’altro dà gioia, non per il gesto in sé, ma proprio per l’effetto che provoca nell’amato. L’amore ribalta la "logica" di ciò che sembra avere o non avere un senso. È una condizione in cui ciò che è considerato "normale" si trasforma.

Le rinunce d’amore non di rado sono imponenti, eppure sono pesi portati con la certezza di arrecare piacere e gioia a colui senza il quale non si riuscirebbe a vivere. E non è nemmeno necessario caricare l’altruismo proprio dell’amore di significati teorici, basta analizzare la dinamica dell’unione di mente e di corpi, per convincersi che la rinuncia tende alla soddisfazione dell’altro e a far piacere.

Insomma, l’amore insegna che si può essere felici per un bene o un gesto che si riceve, ma altrettanto felici per un bene o un gesto che si compie. Oggi viviamo in una società irrigidita nelle espressioni altruistiche, e ciò a causa di una dominante cultura del nemico. Le relazioni interumane sono dapprima fredde e sulla difensiva. Ci sfugge persino la gioia e il piacere che derivano dall’essere gentili e generosi, nel fare qualcosa che l’altro apprezza, nel mostrare rispetto, e offrire solidarietà, comprensione, condivisione, cooperazione. È bellissimo fare il bene, esattamente come riceverlo. Così, la scelta del sacerdote che, vista dall’esterno pare una rinuncia, può essere vissuta addirittura come gioia. E certamente poter dire alla persona amata, faccio tutto ciò che vuoi, potrebbe sembrare culturalmente un romanticismo depassé, mentre psicologicamente rimane un’esperienza vera.

Così le promesse di ubbidienza, castità e povertà, staccate dal contesto in cui si pongono, finiscono con l’acquisire un significato totalmente differente rispetto a quando le si legge inserite in un legame d’amore. Le promesse cioè fanno parte della scelta sacerdotale, e quindi rientrano in un legame d’amore con Cristo e la sua Chiesa. Lette come rinunce, apparirebbero follie, inserite invece in un contesto d’amore acquistano un significato diverso: già nella dimensione dell’amore umano, figurarsi in un rapporto d’amore con Dio.

E chi non ha mai vissuto la relazione dell’amore teologale deve astenersi dal giudicare le dinamiche di questa dimensione, per non cadere in un intellettualismo freddo e arrogante o nell’ateismo.

Le promesse nella missione sacerdotale
Non è nemmeno corretto, parlando del sacerdote, partire dai voti, quando questi hanno senso se collocati dentro la missione propria del sacerdote, nella prospettiva di una completa dedizione agli altri, agli ultimi, agli abbandonati.

Si aggiunga poi la facoltà di rimettere i peccati. Dove lo scarto tra l’essere e il dover essere genera un senso di colpa che con l’Ego te absolvo viene superato, come la più preziosa delle terapie.

Al di là del dinamismo sacramentale, questa è un’operazione che a suo modo e al suo livello compie ad esempio anche lo psichiatra. Basti ricordare il rapporto che egli attua con un ossessivo, con un soggetto cioè che è gravato dal senso di colpa, fino a vivere ogni gesto come colpevolezza e quindi come qualcosa che egli avrebbe dovuto evitare. Sostenuto dall’autorità clinica, lo psichiatra gli garantisce che non è stato compiuto nulla di tragico: a quel punto il paziente comincerà a respirare, a vivere cioè senza la cappa di piombo che si sentiva addosso. Uscendo dalla patologia, chi non ricorda il proprio padre che, non approvando un nostro comportamento, tuttavia ci abbracciava e a suo modo "ci assolveva", raccomandandoci di non ripeterlo più? O come quando, ritenendo di aver commesso una mancanza, si ha l’annuncio che il timore era sproporzionato e si viene come liberati da una colpa che in realtà non si era commessa.

Naturalmente nella visione cristiana, e in particolare nella dinamica sacramentale, il senso di colpa si precisa e si identifica nel peccato, inteso come mancanza commessa nei riguardi della bontà e della fedeltà di Dio, e dunque nella mancanza verso i fratelli. E la Confessione è atto non comparabile ad altri. Il non credente può faticare a percepire il salto di qualità tra una relazione meramente umana e la relazione che lega personalmente a Dio, ma non gli può sfuggire che la facoltà di sciogliere dal peccato e dalla colpa, sia un compito straordinario.

Ci sono altri "poteri" che il sacerdote acquisisce con l’ordinazione: per la spiritualità cristiana egli all’altare è un altro Cristo, mentre per la teologia egli agisce in nome e per conto di Cristo. Cioè, ci sono azioni che sono proprie ed esclusive del sacerdote.

Ebbene, è nel quadro di questa identità che si possono leggere e capire le promesse di povertà, ubbidienza e castità, le quali ad di fuori di una simile cornice apparirebbero come semplici rinunce.


Le promesse nell’esperienza della sacralità
Gioverà ricordare che figure sacerdotali, pur variamente connotate, sono esistite praticamente in tutte le religioni antiche ed ancora esistono in molte culture animistiche. In simili contesti, a determinate persone vengono attribuiti dei poteri speciali, che le contraddistinguono nel comportamento dalla vita ordinaria. Il che significa che già sul piano antropologico ha un senso che, per fare certe cose, bisogna non compierne altre. E ciò corrisponde alla necessità di dare una connotazione speciale all’uomo sacro, per riconoscerlo come un rappresentante della divinità. Una simile rappresentazione carismatica l’avevano assunta, nell’antichità e in talune tradizioni, anche certi monarchi: nella cultura egiziana, ad esempio, il re era coincideva con la divinità; di qui le forme della sua rappresentazione in vita e dopo morte.

So bene che il sacerdozio cattolico è una figura non confondibile con altre. È un unicum come Cristo. Tuttavia, a me interessa qui rilevare come non sia un assurdo sul piano antropologico che vi sia una distinzione di comportamenti da commisurare in taluni casi sulle dimensioni della sacralità e sulla necessità di comunicare questa.

In ambito cattolico, le promesse che il neo-sacerdote assume al momento dell’ordinazione attengono a dei fatti comportamentali, i quali sono a loro volta sono attinenti all’identità del sacerdote, e al carattere della sua missione. Si può dire che sono questi comportamenti la vera tonaca, in senso metaforico, del sacerdote, il segno della sua distinzione tra il popolo.


Il voto nel comportamento laico
Il voto (da votum = promessa) è un impegno solenne fatto a Dio. Il sacerdote esprime in tal modo l’impegno a rimanere povero, ubbidiente e casto. Ma è utile ricordare l’etimologia poiché, in se stesse, le promesse non risultano come atti esclusivamente riservati al sacerdote. Quelle del sacerdote però sono promesse, oltre che pubblicamente assunte, espresse anche all’interno della celebrazione di un sacramento. 

In questo contesto sarà utile ricordare pure come la parola giuramento (juramentum) contenga la radice jus-juris, che sta per diritto. Giurare è una promessa che si basa sul diritto, e che segue una formula rituale. Ma non è altro che una promessa. I soldati promettono fedeltà alla costituzione o alla patria. Già lo facevano i mercenari che giuravano davanti al comandante. In tribunale, si giura di dire la verità, di mantenere il segreto e lo si fa ritualmente, un tempo alzando la mano e recitando una formula precisa. Dunque, il giuramento richiede una forma data e non può essere mutata. I ministri giurano davanti al capo dello stato.

Non è un caso che nella storia juramentum si trovi spesso associato a sacramentum. Una formula presente nei testi antichi è Deos jurare, nel senso di chiamare a testimoni gli dei.

Anche il matrimonio avviene attraverso lo scambio di promesse, dove è esplicitato il desiderio ("vuoi tu …") del legame e la promessa di mantenerlo. Varie sono le promesse che si esprimono nel corso della propria vita, nei diversi dominii; e promesse si fanno anche a se stessi, quando ci si impegna a realizzare qualcosa, quando si fa un progetto e si stabiliscono i termini della sua realizzazione. Insomma, tutta la vita in un certo senso è una promessa. Un altro termine che esprime qualcosa di analogo è: contratto (contractus, participio passato di contrahere), e lo si usa nel senso di contrarre un patto che ha in sé la promessa di mantenere ciò che è stato stabilito. Anche il matrimonio nella sua dimensione laica è un contratto (mentre nella dinamica religiosa è un sacramento), che ha la valenza di un legame basato sulla promessa di reciproca fedeltà, e un tempo anche di automatica comunanza dei beni (che ora è solo una opzione).

Insomma, traspare abbastanza nettamente che l’esistenza umana è contrassegnata da promesse, giuramenti e contratti, che hanno una propria liturgia; formule dell’esperienza terrena, che in questo si differenziano dal voto che ha una sua intrinseca connotazione religiosa. Dal punto di vista psicologico, i voti si pongono nella dinamica tra l’Io attuale e l’Io ideale che tende a migliorare il singolo, e lo induce a perseguire i propri obiettivi attraverso l’impegno. Il sacerdote deve raggiungere un suo Io ideale cristianamente connotato, sull’immagine di Cristo sacerdote: per questo formula tre grandi promesse e si impegna a realizzarle. Certo, anche il sacerdote può sbagliare, e talora non riesce a mantenere le promesse solenni che ha fatto di fronte a Dio e alla comunità. Io però rimango puntualmente esterrefatto quando, in un mondo in cui non ci sono più regole e nessuno sembra più avvertire il senso di colpa, si riservano invece giudizi tremendi per le mancanze di un sacerdote.

Personalmente ritengo, ma il mio osservatorio è limitato, che il sacerdote sia profondamente umano anche quando formula il suo impegno a essere povero, ubbidiente e casto.

 

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