Avvenire Impegno Referendum

Settima puntata (26 marzo 2008)
Sacerdote di Cristo

Vittorino Andreoli

Ogni uomo nel corso della sua esistenza subisce, credo, il fascino di un maestro, che per lui diventa un modello di riferimento. 
Non è possibile un processo educativo, se non incorporando dei modelli. Non bastano i princìpi: questi infatti non sono ancora un "intervento educativo", se con tale espressione intendiamo la possibilità di promuovere un comportamento nuovo o di modificarne uno abituale. E non c’è dubbio che la crisi dell’educazione attuale si leghi proprio a un chiacchiericcio su regole e criteri cui partecipa anche da chi si configura come un cattivo esempio, e non ha dunque le caratteristiche di un modello da seguire.
Nella mia vita ho avuto la fortuna di incontrare e seguire dei modelli. L’affermazione prevede l’uso del plurale, e dunque di una successione di modelli, giacché non è possibile avere più maestri contemporaneamente. O sono identici, e allora si tratta di un eccesso inutile, oppure sono molto differenti, e allora ci si divide tra esempi divaricanti. Il che non facilita l’identificazione, la quale implica sempre l’introiezione del modello, e che il suo comportamento diventi legge interiore.

Il mio modello di coerenza e di moralità, oltre che di grande serietà intellettiva, è stato mio padre, a cui poi si è aggiunto un modello per il sapere storico e filosofico, il mio professore di filosofia del liceo, che ho tanto amato e con cui ho continuato a mantenere un intenso rapporto allievo-maestro fino al termine della sua esistenza. All’università poi ho incontrato un maestro di umanesimo medico, che era incarnato dal mio professore di patologia generale.
Non c’è dubbio che la morte di mio padre, troppo precoce, e avvenuta quando avevo ancora un bisogno estremo di lui, ha fatto riversare sui maestri incontrati nella vita extrafamiliare un’esigenza compensatoria. Tant’è che a quel punto è incominciata una vera "religione" del padre, con un rapporto che è continuato e continua ancora oggi, poiché egli è dentro di me.

Tutto ciò per dire che il modello di riferimento è un’esigenza dell’educazione, e più ampiamente dell’esistenza stessa. Il bisogno di imparare e di migliorare sempre. E chi non avverte questa necessità è da considerare indubbiamente un caso patologico, in direzione narcisistica oppure maniacale, per la mania cioè di sentirsi un "padre eterno", un riferimento non tanto per sé ma per il mondo. E la terra è piena di maniacali che non scorgono nemmeno la propria nullità, anzi la propria stupidità mista a smisurato orgoglio.
Credo che anche solo dal punto di vista umano ci sia l’esigenza di un riferimento continuo, sicuro. Di uno specchio entro cui vedersi e correggere le proprie azioni, e persino i propri pensieri che finiscono per esserne il motore.
Tutto questo per dare sostegno all’affermazione che ogni uomo ha bisogno di un Dio, magari anche solo di un "dio minore" se si lega unicamente a questa terra.

Un maestro del cielo
Insomma, non mi sorprende la figura di chi, come il sacerdote, sceglie nella propria vita di avere come modello Cristo. E non faccio fatica a capirlo, analizzando la figura di Gesù di Nazareth, sia pure dal solo punto di vista umano. Cristo come figlio Dio appartiene alla Chiesa, ma come uomo interpella tutti, anche i non credenti. E non vi è dubbio che, pur limitandosi alla solo dimensione mondana, Cristo risulta essere un grandissimo uomo, che si pone a livello di pochissimi altri, per capirsi di Socrate o di Tommaso Moro.
Un modello lo si deve vedere, lo si deve poter seguire, più o meno come devono aver fatto i primi amici di Cristo, i suoi apostoli, che si chiamavano Pietro, Andrea, Tommaso… Cosa voglio dire? Che la scelta del sacerdote di seguire compiutamente il modello Cristo ha un fondamento del tutto naturale o comune a tutti.
Viene alla mente L’Imitazione di Cristo attribuita a Tommaso da Kempis (1379-1471), che non ha come riferimento un intenso misticismo, ma una quotidianità concreta, che viene scandita dall’esempio di Cristo e da quello che è stato il suo comportamento: l’umiltà, la carità, il raccoglimento, l’abbandono, la gioia (chi ama, vola, corre, esulta).
Come si sperimenta la relazione con un modello umano (sia pure transitorio o parziale), così il credente e soprattutto il sacerdote interiorizzano Cristo, che non è soltanto un uomo ma Dio. Un Dio che si è incarnato e in Cristo si fa dunque modello visibile. Ebbene, devo ammettere che questa chiave di lettura ha per me una forza straordinaria, perché sostiene quel fondamento psicologico che prevede il bisogno del modello: prima per crescere e poi per vivere.
Tuttavia, in un simile scenario, il rapporto potrebbe essere anche solo individuale. Non diversamente cioè da quanto è capitato a me di esperire con i miei maestri, che invece altri miei compagni di liceo e di università evitavano, considerandoli modesti, e persino pieni di difetti.

Saremmo in questo caso dentro ad una logica soggettiva, quasi che il rapporto tra un credente, e in particolare un sacerdote, con il proprio modello, Cristo-Dio, fosse di tipo individualistico. Ma è evidente che non può essere questa la figura del sacerdote: la sua vocazione nasce in una comunità, e la sua missione consiste nell’annunciare e testimoniare Cristo a tutti. In altre parole, la dimensione personale è necessaria, intimamente fondante, ma deve diventare una testimonianza aperta a tutti e dunque comunitaria. E chi è a sua volta l’apostolo rispetto agli altri? È colui che, annunciando Cristo, ne propone l’esempio. E poiché oggi Cristo non è incontrabile come succedeva duemila anni fa sulle strade della Giudea o della Samaria, ecco che il sacerdote diventa a sua volta modello per gli altri. Un modello che rinvia ad un Altro più grande modello, ma pur sempre anche lui modello.
Dire allora "sacerdote di Cristo" significa dire, anche per un laico come me, che questo sacerdote segue in tutto Cristo e diviene a sua volta, nel mondo, un altro Cristo.

Un processo fortemente umano
E’ un passaggio, vorrei insistere, coerente con la logica della psiche. Ogni uomo ha bisogno di maestri, di modelli per crescere e vivere; il sacerdote è colui che ha scoperto Cristo quale modello di vita, ed è stato da lui chiamato a farsi apostolo, ad essere come lui si è mostrato.
So bene che qui l’asse portante è quello sacramentale. Tuttavia anche a livello della mia professione sono indotto a riconoscere che il sacerdote rende presente sulla terra Chi ormai è nel cielo. Imitatore di Cristo, il sacerdote lo rappresenta in questa terra in maniera visibile, sensibile. E se oggi non si può mettere, come Tommaso, le dita nelle ferite del suo costato, si può però incontrare Cristo attraverso i suoi sacerdoti.

Come questo sia possibile, come cioè possa avvenire questa identificazione, rientra in una dinamica sacramentale sulla quale ho poco da dire. Salvo che c’è qui un salto rispetto ad una logica meramente terrena; uno iato che si chiama mistero, per il quale tuttavia la mente è preparata, perché ne possiede la categoria mentale (si ricorderà a questo proposito la prima tappa del nostro viaggio, quella relativa al sacro).
Rispetto al credente, il sacerdote di Cristo è colui che è stato raggiunto da una chiamata: "lascia tutto e seguimi", gli ha detto Gesù Tu es sacerdos in aeternum: sarai la mia effige, rivelerai i miei princìpi che vivono in te, i quali si storicizzano attraverso di te, e diventerai così esempio e modello. Ti ho chiamato per questo.

Il fascino del ruolo sacerdotale
Confesso ancora una volta di essere affascinato da queste prospettive, pur se avverto il balzo che la mente e la logica non aiutano a sanare, ma forse questo è esattamente il limite proprio del non credente.
Devo dire che amo molto il teatro. Dove l’attore è colui che assume su di sé una figura che non è lui stesso. Così può persino capitargli di rappresentare la figura del Cristo; e sono molte le rappresentazioni realizzate, alcune anche di una forza incredibile, capaci di porre lo spettatore come se si trovasse di fronte al Cristo della storia. Non diversamente da quando l’attore copre il ruolo dell’Enrico IV nell’Amleto o nell’Edipo re.
Nulla tuttavia di questo avviene per il sacerdote: egli diventa Cristo, e nel mondo ne compie le funzioni, con la certezza di essere stato a ciò chiamato (la vocazione), e di aver ricevuto per questo la forza necessaria (la grazia dell’ordinazione). Insegna la teologia cattolica che quando il sacerdote compie determinate azioni liturgiche è come se fosse Cristo a farle, in un legame talmente stretto che si giunge a dire (e mi pare affermazione da far tremare) che Cristo è lì anche se il sacerdote sbaglia.

Non c’è dubbio alcuno: il sacerdote è una figura straordinaria pur se carica di mistero, ed è ragionevole pensare che vi sia un livello di comprensione tale della missione sacerdotale che non solo entusiasma ma si fa urgenza, urgenza irrinunciabile.

La dimensione sacerdotale trascende il singolo
Ma è proprio a questo punto che bisogna riprendere il filo di un discorso appena accennato. Giacché tutto questo si situa nel rapporto tra il singolo sacerdote e Cristo, e poiché il sacerdote è sempre un uomo speciale, irripetibile, il sacerdozio è dunque una condizione che si colloca e si consuma all’interno di un rapporto individuale con Dio? Se fosse così infatti, si dovrebbero ammettere tante variazioni del modello di Cristo quanti sono almeno i sacerdoti.
Ma così non è, perché il sacerdote è al contempo espressione della sua comunità, e dunque è servitore della Chiesa, la quale emana regole di uniformità e di coerenza tali da legare il sacerdote con la forza dell’obbedienza .
Chi non vede che può sempre insinuarsi qui un potenziale conflitto tra quanto sembra talora suggerire il maestro interiore e quanto invece richiede la Chiesa, che in taluni frangenti potrebbe essere addirittura qualcosa di antitetico? Sono i casi in cui può capitare di sperimentare le difficoltà più acute in ordine alla promessa dell’obbedienza. È avvenuto così in passato ad esempio con la dolorosa vicenda delle eresie ed è qualcosa che può accadere anche oggi. E come si risolve? C’è chi ipotizza, in casi estremi, una sorta di obiezione di coscienza. Ma questo ha senso per un sacerdote?

 

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