Avvenire Impegno Referendum

Ottava puntata (02 aprile 2008)
Servitore della Chiesa

Vittorino Andreoli

Il sacerdote, che ha un rapporto personale e in qualche modo speciale con Cristo, esercita la sua missione nella chiesa. Solo astrattamente è possibile che un sacerdote operi sulla base di una sua semplice percezione di Dio. Di fatto egli agisce dentro una comunità istituzionalizzata da Cristo stesso, la chiesa. Il che gli dà garanzia e sicurezza, ma può talora generargli anche qualche difficoltà.
L’italiano chiesa viene dal latino ecclesia. E questa ha radice nel greco ekklesìa, che vuol dire convocazione, e quindi assemblea. Il greco ekkaleo significa infatti "io convoco". La chiesa dunque etimologicamente è la convocazione o assemblea dei cristiani. Essa presuppone una sua struttura diciamo organizzativa, che gli è funzionale, e presuppone delle guide gerarchiche. In questo ambito, il sacerdote, che ha per forza a che fare con l'ecclesìa, è anche un ecclesiastico. Egli in pratica appartiene all’ecclesia, ed essa è il suo orizzonte. 
Ogni chiesa locale è organizzata attorno al vescovo, che ne è il capo, e al quale i sacerdoti devono fare riferimento e obbedire. Non sarà blasfemo dire che il muoversi di ogni chiesa potrebbe richiamare, agli occhi di chi la guarda alla superficie, il sistema di gestione di un’impresa di grandi dimensioni, nella quale non ci può non essere un’unità insieme alle diversificazioni, per poter agire con coerenza e flessibilità, nei luoghi diversi, con popolazioni e in culture differenti.
Le lettere apostoliche, a noi arrivate con il nuovo Testamento, si rivolgono emblematicamente a singole comunità, ciascuna delle quali ha le sue caratteristiche e quindi abbisogna di insegnamenti particolari oltre che precisi, e di spinte adeguate alla situazione. 

Una conflittualità possibile. Sul piano psicologico si parla di splitting quando un soggetto si trova a vivere un dualismo, una divisione, una scissione. Nel caso del sacerdote un dualismo potrebbe sperimentarsi se c’è una divaricazione tra il rapporto individuale con Cristo e il trovarsi all’interno di una struttura gerarchica, dove ci sono dei superiori che determinano priorità e strategie e persino un certo stile di azione.
Va da sé che ogni buona organizzazione deve lasciare spazio alle individualità: così ad esempio avviene nel mondo delle imprese, le quali hanno come finalità il reddito e dunque la produzione di benessere terreno. Si sostiene che un buon management dà spazio ai collaboratori, coordinando le singole operatività in un insieme che attua la strategia aziendale. Non è un caso che oggi i sacerdoti siano in genere ascoltati dai rispettivi superiori, prima che vengano loro assegnati compiti che li riguarderanno personalmente. La motivazione non è solo di convenienza, trattandosi ormai di ambiti nei quali le vocazioni sono numericamente diminuite. Gli è piuttosto che la migliore valorizzazione delle risorse, quali che siano, suggerisce un opportuno coinvolgimento tra i livelli gerarchici e i diversi ruoli.
Il che tuttavia non impedisce che, in alcuni casi, sorgano dei conflitti.
Il conflitto è una contraddizione che il singolo vive, e che si traduce nel dover fare ciò che non ritiene giusto, o quanto meno ciò che non gli risulta essere la risposta migliore al problema che vorrebbe risolvere. Il conflitto può essere di contenuti o di strategia, ma può avere radici anche nei sentimenti. Nei legami positivi o di opposizione tra chi dà le disposizioni e chi deve eseguirle.
Questa ipotetica situazione all’interno della Chiesa non deve allarmare: si è verificata anche in passato, nelle varie epoche, e riflette ciò che succede in ogni organizzazione sociale. Si tratta di conflitti che possono generare angosce, frustrazioni, sofferenze. Il che può accadere anche nella comunità ecclesiale, dove un pastore, non riconoscendo le propensioni di un proprio collaboratore, lo utilizza in maniera inappropriata, confidando magari sulla forza dell’obbedienza che in certi casi però attiva frustrazioni. E la frustrazione è un sentimento di malessere che si prova in un dato ambiente e nella relazione con qualcuno, e che se persiste a lungo causa ansia, somatizzazioni e può talora trasformarsi addirittura in malattia.
Capita, in simili circostanze, che un sacerdote si senta infelice, anche perché l’obbedienza è una promessa impegnativa, assunta davanti a Dio e all’intera comunità. Disobbedire ad un superiore significa allora andare contro Cristo, in nome del quale il vescovo agisce. Quando scoppia un conflitto esterno tra sacerdote e superiore, non sarà difficile intravvedere talora dei problemi di natura personale, anche profondi, che scindono l’operare in due parti di sé in contrasto. E allora la dissonanza non sarà altro che la rappresentazione esteriore di un problema irrisolto sul piano della propria personalità.
Il rimando alla condizione dei ruoli ordinari (imprese e uomini non consacrati) stride ovviamente, ma serve a capire meglio, per chi non è sacerdote e magari non è neppure credente, quali siano le caratteristiche del conflitto. Non si può, d’altra parte, in linea di principio nemmeno negare che possano esistere all’interno della Chiesa delle contraddizioni, delle posizioni differenti e che in particolare si possano individuare nel presbiterio dei comportamenti inaccettabili.

Tre riferimenti principali. Dal mio punto di vista, scorgo una figura di sacerdote che nelle le sue scelte tre riferimenti principali: il Cristo personalmente esperito e con cui egli intesse un rapporto diretto che è la condizione per essere anzitutto un credente; il vescovo che è pastore della sua Chiesa e che provvede al bene delle parrocchie di quel territorio, e la propria coscienza, quale bussola che orienta l’interiorità e attiva sensazioni non solo di disagio, ma talora addirittura di colpa: si tratta del proprio mondo ideale e della rappresentazione di come uno vorrebbe essere. Ebbene, questi tre poli referenziali possono essere perfettamente unificati, ed è ciò che capita alla più parte – immagino – dei sacerdoti. Ma può succedere anche che siano invece scissi e che il singolo si senta interpellato ora dal suo rapporto con Cristo, ora da quello con il vescovo, ora dagli imperativi della propria coscienza che magari, detto alla maniera di Kant, si riducono alla "legge morale dentro di me". In altre parole, il conflitto può attivarsi a seguito di una richiesta del superiore, che può non essere vissuta in sintonia con quanto egli avverte come un bene per sé. Un intreccio complesso sul piano psicologico, una condizione di grave disagio e di sicura angoscia e di infelicità. Insomma, l’opposto dei miei sogni, quelli di vedere preti sereno se non addirittura felici.

La chiesa come terapia. Mi accorgo di evidenziare in questa mia rassegna soprattutto le difficoltà e di privilegiare ciò che le può ingenerare: penso che questo sia in qualche modo fatale, essendo il mio un punto di vista medico. Non mi sfugge tuttavia la grande risorsa che la chiesa-comunità rappresenta. Come mi rendo conto del valore di supporto che viene dal legame con gli altri come dal privilegio di avere un vescovo che ascolta, che si mostra attento alle esigenze di ognuno, sia pure in una visione generale dei bisogni dell’ecclesia. L’organizzazione cioè ha anche la funzione di rassicurare e di offrire condizioni migliori per affrontare e svolgere la missione del sacerdote. Non mi sfugge nemmeno la grandezza di quel concetto di corpo mistico che fa dei credenti in Cristo, quelli in terra e quelli in cielo, un "insieme inseparabile" a cui sono legate le promesse del Signore. «Ora, voi siete il corpo di Cristo e sue membra, ognuno secondo la propria parte. E Dio ne ha stabilite diverse nella chiesa…» (1Cor 12,27). «Cristo è capo della chiesa, del cui corpo egli è il Salvatore» (Ef 5,23). In altra parte del Nuovo Testamento, la chiesa è descritta come sposa di Cristo: «E voi mariti, amate le vostre mogli, come Cristo amò la chiesa ed ha sacrificato se stesso per lei, per santificarla… perché questa chiesa potesse comparirgli davanti gloriosa senza macchia, né ruga, né altro di simile, ma santa e irreprensibile» (Ef 5,25-26).
C’è la certezza di fede che è Cristo a custodire e a proteggere la chiesa. «Perché il tempio del Dio vivente siamo noi stessi, come disse Dio: "Abiterò con loro e fra di loro camminerò; io sarò il loro Dio e essi saranno il mio popolo"»(2Cor 6,16). Del resto è Cristo che conquista la chiesa con il proprio sangue: «Vegliate quindi su voi stessi e su tutto il gregge, sul quale lo Spirito Santo vi ha costituiti Vescovi per pascere la chiesa del Signore che egli si è acquistata col suo proprio sangue»(At 20,28).
È non mi dispiace affatto – anzi – il termine di servitore della chiesa, poiché c’è una dimensione del servire che collima con il piacere e con la consapevolezza che il proprio contributo andrà a fondersi con il contributo di tutti gli altri. In quel «Chi è più grande tra voi sia come colui che serve» sta la segreta grandezza di porsi a disposizione di chi è nel bisogno.
Ovvio che non possiamo però dimenticare nemmeno il delirio che la nostra società registra sul termine "libertà", proprio mentre si dilata l’incapacità a vivere anche solo per poco tempo nel silenzio e dentro se stessi. Una libertà che ha bisogno dell’altro, e che necessita di regole, dove le regole sono il fondamento del legame e dei sentimenti. E persino l’obbedienza è una premessa alla libertà .
In questa atmosfera, la comunità che è la chiesa si presenta come un’insieme capace persino di sedare i conflitti.
Ma non si può dimenticare che talora questi conflitti possono realmente venire promossi. Essi però, pur concorrendo alla missione speciale del sacerdote, non devono interferire con la serenità e la gioia di vivere quel ruolo.
Una serenità che si presenta come la base umana per aiutare i fedeli a vincere il male nella lotta per la vita e la salvezza.
I conflitti non sono evitabili in maniera totale, ma allora ad essi bisogna che i sacerdoti vengano preparati così da saperli elaborare, limitandone gli effetti.

 

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