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Nona puntata (09 aprile 2008)
L'identità, una e trina

di Vittorino Andreoli

L’identità personale: l’Io
Ciascun uomo, nella sua unità, è formato da tre identità che si acquisiscono progressivamente. La prima è l’identità individuale, data dal percepirsi come un Io ben distinto, separato da ogni altro, capace di autonomia. Dalla psicologia della crescita sappiamo che l’individualità è il risultato non di un processo biologico automatico, ma di esperienze relazionali che si svolgono fin dall’età infantile. Essa si costituisce proprio perché si è legati ad altre persone, di solito i familiari, dai quali riusciamo ad un certo punto a distinguerci. Da un processo simbiotico con la madre, il bambino riesce a separarsi, a riconoscerla come altro da sé, e in questo processo si staglia quel sé che è una individualità differenziata. Insomma, l’individualità personale è il risultato del percepire l’altro come distinto. In altre parole, l’altro mi aiuta a individuarmi.
Questa identità è fondamentale, e sta alla base delle altre: sempre occorre che uno si chieda se, nel corso della sua vita, l’ha realizzata. Se ciò non fosse accaduto, ne deriva l’impossibilità di vivere autonomamente, ossia il non saper fare nulla se non dentro una relazione, giacché l’identità – in questo caso – non è legata al proprio esserci, ma al legame con l’altro. Questa situazione è definita propriamente come dipendenza, e coincide con il non saper fare nulla senza l’altro, il non sapersi definire se non in rapporto all’altro.

Una dipendenza da troncare
Ci può essere una dipendenza materna (il mammismo) che si esprime nel bisogno del riferimento alla madre come condizione per fare qualunque cosa. E paradossalmente, la dipendenza può essere diretta, per cui uno fa ciò che gli viene detto di fare e senza quella indicazione non agisce; ma può anche essere una dipendenza oppositiva: è il caso in cui si sente la necessità di riferirsi all’altro ma per fare esattamente l’opposto di quello che gli viene chiesto di fare. Un rapporto di opposizione, obbligato fino al punto da verificare che un certo comportamento non lo si sarebbe mai assunto se la madre, ad esempio, non avesse indicato l’opposto. «Mi ha chiesto di non farmi tatuaggi, ma io, anche se non mi piace, mi sono inciso sul braccio un drago fiammeggiante». Avere la percezione della propria identità personale è fondamentale, poiché ci si potrebbe trovare a fare scelte che sono condizionate da un forte bisogno di dipendenza. Così si può arrivare a scegliere il legame con una donna, o la donna con un uomo, in base al bisogno di stabilire una dipendenza. Allo stesso tempo, si potrebbe scegliere uno status o una professione solo perché questa ha come sua propria fisionomia quella di dipendere e ubbidire.
La scelta di fare il sacerdote, sotto questo profilo, potrebbe ridursi a una condizione di difesa: si sceglie una comunità protetta, un padre carismatico che diventa il riferimento non solo possibile, ma obbligato (dipendenza), proprio in nome dell’ubbidienza la quale rientra tra le caratteristiche del sacerdozio cattolico. Insomma, la promessa di obbedienza, quando è perseguita da una persona con un Io ben individuato, ha un significato totalmente diverso da quella emessa sulla base della necessità di dare risposta a una identità mancata o carente (confusa), da ricondurre a un bisogno di dipendenza.

Il narcisismo
L’identità personale si collega con il narcisismo, che è la percezione di sé e di un sé che ha valore. Siamo abituati a vedere il narcisismo unicamente come una patologia, e lo riferiamo subito al mito di Narciso che, nella versione aneddotica, è un bel giovane, il quale specchiandosi nell’acqua del lago si innamora di sé fino a tentare di abbracciarsi e morire annegato. Dal che, la sindrome del Narciso è vista come la condizione di chi guarda solo a se stesso, e non si mescola con gli altri; l’altro gli serve solo per essere ammirato e riconosciuto come uno splendore. Il "narciso", dunque, come uno che non sa amare, e nemmeno stabilire legami di amicizia e di solidarietà, tanto da diventare un misantropo che vede solo sé e realizza dentro di sé tutti i propri bisogni.
Questa dimensione, certamente patologica, identifica un narcisismo "cattivo", ma essa non esclude che con lo stesso termine si indichi una valenza positiva, anzi addirittura necessaria. Il narcisismo buono (o sano) si correla necessariamente all’identità singola, e dunque con un Io che deve essere sostenuto da una energia o da una forza che coincide con la convinzione del valore proprio e specifico. Senza questo apprezzamento, l’Io tenderebbe a nascondersi, a chiudersi in una timidezza estrema, che porta il singolo a non esporsi mai, a non mostrare le proprie capacità in quanto le svaluta totalmente.
Se esiste un narcisismo malato, non bisogna dimenticare che un narcisismo buono è essenziale per dare valore al proprio Io, e quindi alla propria identità. Se anche questo venisse percepito come negativo, si finirebbe con l’ostacolare la propria autonomia, e quindi a non volerla mai raggiungere. Ogni Io ha dunque un proprio narcisismo: la percezione di esistere e poter fare in senso positivo. Il che significa  trasporre il proprio Io dalla fase di possibilità alla sua attualizzazione.
Questo punto è un passaggio critico nel caso del sacerdote, e del sacerdote in formazione, poiché si potrebbero scontrare da un lato il narcisismo buono e quindi la consapevolezza di un valore positivo, e dall’altro il bisogno di contenere l’orgoglio, per non doversi magnificare o incensare. In altre parole, la ricaduta sul piano umano che il Discorso delle Beatitudini ha nella vita di una persona non deve ostacolare il suo narcisismo positivo. Interessante semmai diventa – parlo sempre per la professione che esercito – seguire le Beatitudini proprio nel contesto di un Io formato e "narcisisticamente" sostenuto, poiché solo in questo caso le Beatitudini diventano una scelta positiva anche nel loro aspetto di rinuncia.

L’identità di genere
La seconda identità si lega all’appartenenza – in senso biologico e psicologico – al genere maschile o femminile. Si tratta di una qualificazione dell’Io che già si è formato, e che si specializza ora in senso maschile o femminile. Non esiste una gerarchia tra queste due possibilità, né una contrapposizione, ma semplicemente una diversità sostanziale, che in parte si lega all’anatomia e alla funzionalità biologica e in parte alla dimensione psicologica. È questa una tappa importante nello sviluppo di ogni individuo, e lo è anche – e soprattutto – per chi scelga la via del sacerdozio, la quale richiede il controllo totale delle proprie pulsioni libidiche e sessuali, come condizione per l’impegno alla castità. Una scelta, questa, che è possibile fare con consapevolezza e su una precisa identità sessuale, poiché si esprime e si estrinseca con richiami chiari e con tendenze ben esplicite. È questa la base per impostare strategie che consentano una decisione comportamentale che, dal punto di vista terreno, è contro i richiami legati alle pulsioni della sfera sessuale.
Ovviamente è legittima, e persino piena di significati aggiuntivi di tipo umano e religioso, la rinuncia a esprimere la propria sessualità come espressione dell’identità maschile o femminile, ma per farlo e farlo coerentemente è indispensabile che l’identità di genere sia ben precisa, e se ne abbia una indubbia percezione.
Le difficoltà che altrimenti si incontrano sono date, prima ancora dell’uso della sessualità interdetta all’interno di una scelta di castità, che attiva comunque dei conflitti, dalle colpevolizzazioni che procurano un senso di indegnità e rendono inadeguati al comportamento sacerdotale. E si devono aggiungere le deviazioni indirette.

Le deviazioni di genere
Una prima deviazione è costituita dagli equivalenti sessuali: si riesce sì a mantenersi casti, ma si sposta la sessualità su azioni o oggetti che abitualmente o socialmente sono neutri sotto il profilo sessuale, eppure vengono caricati di questo significato.
E a tale proposito occorre accennare al tema del bambino come "oggetto" spostato di una sessualità deviata. La grande attenzione che, nella religione cristiana, è data al bambino Gesù, e agli stessi angioletti, può favorire questo spostamento, mostrando come possibili – in oggetti onorificati dal culto – dei sostitutivi di una sessualità diretta, non permessa dalla posizione sacerdotale.
Occorre inoltre fare attenzione anche alle sublimazioni che spostano la sessualità, la quale non prendendo così i canali abituali finisce per esprimersi su immagini sacre o addirittura su feticci teologici.

L’identità sociale
La terza identità ci porta per via diretta dentro la società. E l’identità sociale può definirsi anche identità di ruolo. La si considera realizzata quando una persona ha chiari i compiti che le competono e gli strumenti per realizzarli.
Ovvio che l’identità sociale è qualcosa che non è dentro il singolo, ma si pone nella relazione tra singolo e società. Non è nemmeno conseguenza soltanto di una data società, poiché il singolo è a sua volta importante, e questi coniugandosi agli altri riesce a imprimere un corso speciale al suo operare. Per convincersene, basta pensare a una stessa azione con valenza sacra, ma dapprima svolta da chi ha un forte carisma e quindi sa coinvolgere altri in un legame e poi, di contro, da chi questa operazione la segue quasi meccanicamente. Sul piano tecnico, l’operazione è identica, ma l’effetto e il senso li distanzia enormemente. Il carisma in questo caso va inteso come una dote della personalità, e rientra quindi all’interno dei dati psicologici, senza il bisogno di riferirsi necessariamente al fattore trascendente.
L’identità sociale deve essere prima di tutto ben percepita, immediatamente dopo deve essere accettata, anzi si deve sentire il bisogno di svolgerla – e quindi di attivarsi per farlo – ricevendo di rimando il piacere di averla svolta.

Un «lavoro» incomparabile
La situazione del sacerdote in questo non è difforme da quella di altre "professioni", ma certo il tipo di "lavoro" a cui è chiamato ha un valore del tutto specifico e incomparabile. Occorre amare questa "funzione" che richiede un preciso operare, con "strumenti" specifici, e allora nasce il piacere di fare comunità. Ritengo che il piacere debba essere avvertito e che si deve provare soddisfazione. Insomma, un discorso analogo – almeno in parte – a quanto si è detto per il narcisismo, perché è un sostegno all’agire futuro e alla sicurezza di avere i mezzi per farlo, e l’esperienza per farlo in maniera utile socialmente. E il sacerdote deve a sua volta provare questa soddisfazione e questo piacere, che rappresentano i prolegomeni per la sua stessa forza operativa.
Ecco perché se il vescovo chiede ai propri sacerdoti di essere santi, io vorrei che fossero felici, e sono sicuro che le due dimensioni, la felicità umana e la santità spirituale, non sono in contraddizione, ma una fa da prolegomeno all’altra. Insomma, un prete deve essere felice perché attrae di più chi ha bisogno della sua opera.

 

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