Dopo aver parlato del sacerdote in sé e delle fasi della sua formazione quale testimone e servo di Cristo nel tempo presente, entriamo ora nel campo della sua missione. Se la prima parte poteva dirsi di scoperta e quasi di "costruzione" del sacerdote, quella che iniziamo ora si riferisce a come questa figura ben scolpita opera nel mondo. Più precisamente a come questa stabilisce relazioni con gli uomini: sia nel senso di portare loro la parola del maestro, Gesù Cristo, sia nel senso di entrare in empatia con il popolo per comprenderne al meglio i bisogni.
Il che presuppone che da una parte ci sia un bisogno di sacerdoti e dall’altra che nella loro funzione questi siano disposti ad interessarsi agli altri e quindi a legarsi a loro. Motivazione che non può essere formale, bensì di sostanza. E la più profonda anche, poiché le esigenze cui i sacerdoti rispondono riguardano niente meno che il senso della vita, e dunque nulla vi è lì di superficiale.
E qui si impone subito, per quel che capisco, una precisazione: il sacerdote deve occuparsi di tutto il gregge, e quindi dei credenti, che saranno i suoi fedeli, ma anche dei non credenti, ossia i non fedeli. E basterebbe la parabola del buon pastore, che lascia le tante pecore che gli sono accanto per cercare chi non è presente nel gregge, per evocare quelli che sono gli orizzonti irrinunciabili della missione sacerdotale. Non solo, dunque, egli dev’essere disposto a incontrare il non credente, ma dovrebbe andarlo a cercare.
Non posso nascondere che questa ricerca non mi sembra oggi molto perseguita, o almeno non lo è quanto io vorrei: mi pare domini piuttosto la tendenza a rinchiudersi con i propri fedeli nel tempio o in agapi esclusive, serene e certo anche proficue, ma che si svolgono come se i non credenti non esistessero. O come se fosse demandata a loro la prima mossa, quella di cercare il sacerdote. Un atteggiamento che finisce per tenere separati i due gruppi, i credenti e no, e addirittura disperdere coloro che parrebbero resistere alla chiamata, quasi fossero colpevoli e per ciò stesso dei reprobi. Un atteggiamento che, laddove sia consapevole, potrebbe configurare una sorta di razzismo religioso, per usare un termine forte e, lo confesso, un tantino provocatorio.
L’ateismo infatti non è necessariamente un’ideologia di radicale opposizione a Dio e ai suoi fedeli, quasi si fondasse per forza su un credo assoluto che Dio non esiste, arrivando di conseguenza a definire in errore colui che gli crede: personalmente non condivido per nulla una simile posizione. Il non credente è invece per me colui che non ha avuto ancora l’incontro con Dio, a cui manca cioè l’esperienza di quel "dono" che è anzitutto una chiamata, la quale può o no giungere domani o fra un anno o dieci anni, e se ciò accadesse allora il non credente diventerebbe semplicemente parte del gregge. Un’esperienza, questa, che quando capita è sconvolgente, nel senso che cambia la vita. E dunque é in qualche modo vero che tra credente e non credente c’è un abisso. Ma per il sacerdote? Consapevole che egli stesso può farsi tramite di quella esperienza, e che può sensibilizzare all’attesa e impedire che una sistematica disattenzione distolga irreparabilmente dai segni che Cristo può inviare? Il non credente è una pecora da cercare, per accogliere eventualmente nel gregge.
Per paradosso si potrebbe dire che il sacerdote deve operare in particolare per coloro che non credono, specie se in ricerca. E i fedeli dovrebbero essi stessi preoccuparsi di essere di esempio, in particolare e proprio agli occhi dei non credenti. La grandezza e l’originalità del cristianesimo è quella di predicare non un Dio che ha creato il mondo per poi lasciarlo al suo destino, ma un Dio creatore e salvatore.
C’è un ateismo che non ammette nemmeno che l’uomo abbia una percezione del sacro, il che rappresenta un limite che induce però a chiedersi il perché dell’essere invece del nulla, il perché della voglia di verità in mezzo a tanto relativismo. In sostanza, da simili percezioni si ricava che il bisogno del sacerdote è in tutti gli uomini che, immersi nel mistero della vita, credono nella vita stessa. Ecco la parola chiave: credere. Credere che se è innegabile che l’uomo abbia oggi poteri enormi, quali lo sviluppo scientifico e tecnologico rivelano, è altrettanto vero che tutto questo non toglie dall’indigenza un uomo che muore. La morte, anche se si riducesse al nulla, riconduce l’agire dell’uomo al vanitas vanitatum et omnia vanitas dell’Ecclesiaste.
Per paradosso, ha più bisogno del sacerdote il non credente che colui che crede e dunque ha già degli strumenti per orientarsi tra le miserie del mondo. Il tipo poi di relazione che si intesse con il sacerdote cambia se questi si pone con chi crede come chi non crede. Seppur ciò non toglie che il sacerdote sia necessario a entrambi.
I bisogni dei non credenti
Ho bisogno di dire che il sacerdote è una presenza che mi appartiene, e di sapere che nella sua funzione egli mi considera. Che sa cioè chi sono e che mi ama per come sono. E me lo dimostra se mi fa sentire che mi invita al tempio non per sfidarmi, ma per mostrarmi il volto del sacro e la bellezza di appartenergli.
Ho bisogno che nel tempio egli promuova delle attività per i non credenti, per ascoltarli, per sentire in quale modo egli possa fare qualcosa per noi. Un atteggiamento, questo, per il quale riesce egli stesso ad avvertire i dubbi e gli ostacoli al credere. Nella mia immaginazione, sono arrivato a ipotizzare persino un monastero dei non credenti, poiché anche i non credenti hanno bisogno di silenzio e di meditazione, e forse del silenzio come disvelatore del senso. Ho bisogno di sedermi a tavola con lui per godere di un’amicizia gratuita, per il gusto di un incontro che magari non ha nemmeno un programma. Un incontro in cui il non credente sente raccontare del tempio, della Chiesa, e di questi luoghi privilegiati per incontrare a sua volta Dio.
Io non credente ho bisogno di liturgia, ho bisogno anche di ritualità, ho bisogno di conoscere quello che Cristo ha detto di fare agli apostoli. Uno dei limiti più gravi dei non credenti è di trovarsi ad ignorare molto di ciò che appartiene al credere e all’esperienza diretta di Dio e della vita con lui. Una presunzione che arriva a farsi certezza se manca il dialogo con chi sa spiegare e arricchire di notizie e fatti. Lo devo proprio confessare: è straordinario ciò che sto scoprendo mentre mi occupo del prete e dei rapporti che questi ha con noi mondani. Questo viaggio attorno al sacerdote, per tentare di intuire quello che egli si porta dentro, sì, lo sto percorrendo io per primo. So bene che può rivelarsi fin troppo facile rinchiudersi nella presunzione del non credente, di colui cioè che pensa di sapere già tutto sulla storia di Dio con l’umanità, dunque delle scritture e della chiesa. Per questo serve il sacerdote che parli, che mostri, e lo faccia senza arroganza. Non mi meraviglia che i laici dicano cose grossolane, e si comportino talora con sfacciataggine come se fossero a casa loro: in realtà, sono dentro una presunzione, una sorta di solipsismo dal quale faticano talora ad uscire proprio perché manca attorno a loro un sacerdote che abbia a cuore il destino dei non credenti.
Ho bisogno che lo stesso Pontefice, quando scrive le sue encicliche, e talune, penso alla Spes salvi ma anche alla Deus caritas est, sono veramente piene di riflessioni straordinarie per la vita di ogni uomo, e non soltanto per quella dei fedeli, le indirizzi dunque anche ai non credenti poiché questi hanno per lo più un destino identico ai credenti.
Ritengo che in questo modo si avvicinino i non credenti ai credenti e che persino i credenti possano trarre da chi non crede stimoli utili alla propria fede, poiché la fede stessa è uno status non definito una volta per sempre, e si concreta in un avvicinarsi e allontanarsi continuamente da Dio con la paura di perderlo. Non diversamente forse da ciò che capita in un amore terreno, quando l’amato teme sempre di perdere l’amata, senza la quale ormai pensa di non poter più vivere. E magari è lui stesso ad allontanarsene per una gelosia insopportabile. Così può succedere al credente di ritenere Dio come una esclusiva "proprietà" che non va nemmeno mostrato a chi non crede, quasi che questo non ne fosse degno.
Lo voglio dire con tutta la passione che mi anima: provo rabbia talora di fronte a quei credenti che mostrano disinteresse per chi non crede e che anzi si ergono a privilegiati del Signore. Ho bisogno cioè di essere riconosciuto come non credente, seppur pieno di desiderio di credere, e quindi mi piacerebbe essere talora invitato al convito sacro, anche se andrò ad occupare un posto nascosto da questa o quella colonna del tempio.
Da anni ormai per la settimana santa mi reco a Parigi, e lì in particolare seguo le vicende della passione di Cristo, che è il capitolo che più mi affascina di Dio: il giovedì santo a Sainte Etienne au Mont, il venerdì santo a Saint Severin, infine la notte di Pasqua a Notre Dame. Vado Oltralpe perché nelle chiese nostrane mi sentirei osservato dai fedeli, e magari guardato persino come uno che "espropria" un terreno che non gli appartiene.
Invece, "quel" sacerdote è un po’ anche il mio sacerdote, proprio come succede con un sindaco che io forse non ho votato, ma che, una volta eletto, mi rappresenta, e io lo rispetto proprio per il suo ruolo nell’amministrazione della città dove vivo e dove hanno risieduto svariate generazioni della mia famiglia prima di me.
Ho bisogno di un sacerdote, dello stesso tipo a cui ricorrevano mio padre e mia madre e mia sorella prima che lasciassero questo mondo: un prete di famiglia si occupa realmente di tutti, senza fare differenze o test di appartenenza alla fede.
Sono affascinato peraltro dal sapere di essere dentro la preghiera di molti che credono. Mi spingono, costoro, a non sottolineare continuamente la distinzione tra credenti e no, che io tuttavia ricordo solo per onestà, e per il timore di finire male interpretato.
Ho bisogno di essere amato da chi dichiara di amare Dio e di essere in contatto con lui: forse si tratta di una mediazione necessaria o quanto meno utile per entrare a mia volta in rapporto con Colui che non mi si è ancora dato.
Non sopporto quei cristiani e quei sacerdoti che si ergono a giudici e con distacco mi guardano e guardano i non credenti, come coloro a cui spetterà la pena eterna. Sono insopportabili e talora penso che non siano neppure tanto credenti, e magari solo dei parassiti della fede.
Come nella società civile tutti devono essere accettati e aiutati a vivere nella comunione sociale, in maniera ancora più forte ciò deve accadere nella comunità che si riunisce e opera nel nome di Cristo e della pace in terra, in attesa di quella celeste.