Religioso trova la propria etimologia in religio, che significa legare insieme, e quindi "religioso" è chi stabilisce legami. Nella consuetudine si circoscrive l’uso del termine religioso o religiosi a tutti coloro che appartengono ecclesia: oltre al sacerdote, ci sono le sorelle (suore) e i fratelli (frati), e ci sono i monaci. Ognuno di questi ruoli meriterebbe una menzione approfondita. Ma questo termine appartiene in qualche modo anche ai fedeli: a tal proposito nel linguaggio comune si è soliti dire "io sono (o non sono) religioso", nel senso di appartenere a questa o quella religione, a questa o quella fede.
La parola "religioso" racchiude in sé dunque anche dei legami affettivi: un sodalizio che certo non mira, come nei contratti commerciali o nelle joint venture, al profitto. E nel legame che ha un contenuto affettivo la finalità principale è la sicurezza: vincere la paura, sostenere con l’aiuto dell’altro la propria fragilità, e contemporaneamente, attraverso la propria, sostenere la fragilità dell’altro, fino a fare di tale legame addirittura un tema sacro. E ce ne accorgiamo non appena riflettiamo sulle forme dell’affetto: l’amore, l’amicizia, la solidarietà.
L’amore è sacro, e basterebbe scorrere nel ricordo le poesie d’amore o i sacrifici d’amore, non solo di coppia ma anche del singolo padre o della singola madre per i propri figli, per notare come si giunga ad espressioni, prima, di devozione e poi di sacrifico anche estremo.
I sentimenti coinvolgono, dunque, la figura del sacerdote proprio perché egli stabilisce legami, e quindi forma un tutt’uno con i fedeli. E come avviene in una rete, un nuovo nodo modifica e rafforza anche tutti gli altri. È il concetto stesso di corpo: non a caso, una metafora molto efficace della chiesa. La chiesa come corpo mistico, corpo che non si vede, che dunque è misterioso ma reale, dove ognuno è presente con la propria individualità, ma è anche frammento del corpo totale, quello appunto che non si vede.
Ebbene, in forza di questo gioco dei legami si giunge alla società, e addirittura ci si potrebbe allargare a tutta la terra e parlare di una sola grande comunità: la comunità umana, che diventa come un unico corpo ideale. Basta infatti pensare al cumulo di divisioni e guerre prodotto dalla storia, per rendersi conto come questa dimensione della comunità non possa non avere appunto un forte valore ideale, fino a configurarsi come un sogno.
Il sacerdote, insomma, è uno che unisce la comunità cristiana. E ad un tempo punta a unire anche la comunità degli uomini. Ed è interessante considerare come un dato territorio ricada sotto una duplice giurisdizione, quella politico-amministrativa e quella religioso-ecclesiastica. Come a dire che l’uomo ha per costitutive due dimensioni e che rientra in due appartenenze, da nessuna delle quali si può esonerare. La classe politico-amministrativo gestisce il governo della comunità civile, seguendo una logica e delle competenze che sono di questo mondo; la classe religiosa invece segue rispetto alla prima logiche diverse, talora anche molto differenti, perché risponde a bisogni specifici. Organizzazioni e strutture diverse, ma anche atteggiamenti e stili differenti. Il solo modo per mantenere separate nella correttezza queste due reti relazionali, è che non manchi mai la chiarezza nella distinzione.
Sarà bene precisare che i due poteri devono essere realmente e concretamente divisi. Sarebbe errato che il governatore di una regione entrasse nel merito della Santissima Trinità, o che esprimesse la propria opinione a favore o contro il purgatorio o l’inferno; ma altrettanto sbagliato sarebbe che le autorità religiose entrassero nell’allestimento delle leggi o nella gestione delle risorse economiche, interferissero in materia di politica estera o nelle scelte fiscali. E perché questo non accada, ecco che viene sancita la "sovranità" e l’indipendenza di ciascun ordine rispetto all’altro.
Mi piacerebbe insomma che la chiesa si occupasse del cielo e di come raggiungerlo, che contribuisse a trovare il senso della vicenda umana, che aiutasse la costruzione di un umanesimo che non si rende possibile senza includervi anche la morte.
Ma voglio ritornare ai legami religiosi, a quella solidarietà, a quella appartenenza che servono per vincere la paura del mistero e della fine, che poi è il dramma della morte. Ognuno ha bisogno di dare una risposta a questo limite, a questo destino che resta avvolto nel mistero anche nel caso in cui la soluzione annunciata si ritenesse capace di sedarla. Ma insieme e oltre la morte, si sa, c’è la paura del giudizio e la paura della pena. Oltre a queste paure esistenziali, l’uomo ha a che fare con le delusioni del quotidiano, con i problemi della propria salute, con lo status sociale che angustia il futuro, in particolare di quello dei figli.
È questo il clima complessivo della vicenda esistenziale e della fatica del vivere: che passa attraverso quella di nascere, poi di crescere, fino alla vecchiaia, sulla soglia ormai del redde rationem.
E non bastano qui le risposte sociali e politiche, che al massimo affrontano il problema nella sua immediatezza e urgenza, e riescono forse a sedare le angosce ma per un tratto, senza mai giungere a quel futuro che va oltre il limite terreno. Per affrontare questa dimensione, e dunque la paura nella sua identificazione più precisa, serve la speranza. E il sacerdote è colui che offre un legame di speranza. Parla di speranza, ma vive egli stesso dentro la speranza.
Nessun uomo d’altra parte può vivere senza la speranza: sarebbe avvolto solo di paura e ogni rimedio alla paura gli farebbe ulteriore paura.
Nell’enciclica Spe salvi, Benedettto XVI parla di piccole speranze e della grande speranza. E in questa distinzione, che ben interpreta la psicologia umana, si riconosce l’importanza ai piccoli problemi e alla loro soluzione, poiché tutto ciò consente di vivere, ma poi si richiama la grande speranza che è, nelle parole del Papa, Cristo Gesù: speranza che si tinge di salvezza, e di salvezza eterna. E se è possibile sperare in una simile salvezza, a che cosa valgono le attese minori, quelle solamente storiche?
Il bisogno della salvezza è dentro il cuore di ciascun uomo, anche se vi si darà una connotazione di volta in volta differente. Così come la grande speranza è risposta ad una grande paura e al timore di non riuscire a compiere ciò che solo quieterebbe l’animo umano. Quella inquietudine che così bene esplicita Agostino nell’«inquieto è il mio cuore finché non riposa in te».
Ma se il sacerdote rende presente Cristo oggi nel mondo, allora il sacerdote diventa l’uomo della speranza, il distributore della speranza, intesa non come mera consolazione, ma addirittura come impegnativo gesto sacramentale e liturgico. Il quale è, ogni volta che si rinnova, un’azione di speranza. Ed è questa infatti, secondo me, l’essenza del prete, quella che l’uomo di oggi ha bisogno di sentire e di conoscere.
Molto significativo è per un cristiano il profilo del sacerdote come colui che può rimettere i peccati, ma collegato a questo ancor più significativo mi appare il profilo di uomo della speranza. Colui che sa indicare al disperato la fonte del futuro che non è una parola vuota, ma realtà che il sacerdote vive, poiché lui è l’incarnazione della speranza.
Quando un mio paziente esprime paura, spesso senza parole poiché si fa attonito, statua pietrificata dal terrore, io non spiego cosa è la paura e attraverso quali meccanismi e dinamiche si attivi, ma lo stringo a me, gli prendo la mano e gli dico che anch’io ho avuto paura, che anch’io sono fragile e consideri che ora sono con lui per affrontarla e possibilmente risolverla. Non posso fare di più, non sono io capace di gesti liturgici che mi permetterebbero di veicolare la grande speranza. Ma il sacerdote sì può, e in questo egli è più dotato di me.
Un uomo spaventato, sottomesso alla tecnologia, ansioso di successo, piegato dal timore di essere un "signor nessuno" sul piano dei ruoli sociali: ecco da una parte l’angoscia della frustrazione e dall’altra la voglia di visibilità. Perché c’è una morte sociale, quella dell’irrilevanza, che oggi è più sentita addirittura dell’altra morte, quella fisica. Perché quella dell’irrilevanza la si esperimenta ogni momento, è una morte che sembra continuamente annunciata. E quella che la riguarda, è l’unica agonia oggi ancora percepita. Mentre l’agonia reale, ossia la fine della propria esperienza terrena, si può fingere di dimenticarla, fingere che non ci sia.
Dicevamo del bisogno di speranza. Il sacerdote è l’uomo della speranza: non l’imbonitore che sa suggestionare, ma piuttosto l’exemplum del Cristo che si è fatto speranza per tutti gli uomini. Di quel Cristo che ha detto «io sono la via, la verità, la vita».
Qui si recupera in tutta la sua essenzialità il significato di legame, di cui dicevamo all’inizio. Non certo un mettersi insieme per vezzo, o per le piccole speranze sociali, ma un unirsi del sacerdote all’umanità di oggi, mettendo al centro la speranza, la grande speranza, quella che almeno un poco sa calmare la paura, la paura per quel senso ulteriore della vita che non è facile trovare. Ebbene, questo senso arduo da reperire lo si può intravedere in chi, come il sacerdote, sa dare fiducia all’interno di un rapporto disinteressato sul piano terreno ma interessato invece su quello del cielo. Ed è proprio lì che la grande speranza si compie: sulla terra invece si reperiscono al massimo soluzioni per le piccole speranze.
Sì, con la speranza è possibile vivere bene, anche tra affanni e limitazioni. Si può vivere bene anche se si sta male. E qui il pensiero corre alla depressione, che non a caso potrebbe essere definita la malattia della speranza. Meglio, la depressione c’è quando la speranza appare solo un’illusione, solo una chimera.