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Dodicesima puntata
(30 aprile 2008)
Attrarre nel tempio
di Vittorino Andreoli
Ritengo che siano diverse le tipologie umane compatibili con la missione del sacerdote, anche se poi ogni persona incontrerà delle difficoltà proprie e avrà delle sfide specifiche da superare per modificare ad esempio un dato carattere e meglio orientare certe tendenze. E di per sé questo non è neppure un discorso che riguarda esclusivamente i sacerdoti. È chiaro infatti che un temperamento ribelle dovrà fare uno sforzo maggiore per sottostare alle regole che determinate professioni comportano. Maggiore, rispetto a chi o a che cosa? Rispetto ad esempio a chi spontaneamente tende ad obbedire, a chiedere consigli, a meditare prima di agire. Una premessa, questa, che se nasce dall’esperienza e dall’osservazione empirica, induce anche a ricercare la personalità ideale, o meglio l’insieme di caratteristiche che teoricamente sembrano preferibili per affrontare una data professione, in un certo momento storico. Il che, con le dovute distinzione, vale anche per il sacerdote. Mi propongo qui di indicare alcune dimensioni della personalità che, sulla scorta della mia sensibilità e della mia personale esperienza, mi sembrano particolarmente importanti per la missione sacerdotale. Va da sé che esse, per essere comprovate, hanno bisogno di incrociare il portato di esperienza di chi, per ruolo, segue la formazione dei (futuri) sacerdoti. È evidente, peraltro, che l’efficacia di una funzione sociale come il felice svolgimento di un ruolo dipenderà, oltre che dalla personalità dell’individuo, anche dall’ambiente in cui questi si cala. Poiché il comportamento è dato dall’insieme tra la persona e l’ambiente; dove l’ambiente è inteso non tanto, come s’è già detto, in senso geografico ma anche come intreccio relazionale.
Il sacerdote è un apostolo di Cristo, e quindi si presenta al mondo imitando il suo Signore e portando di questi il messaggio. Infatti va alla ricerca dell’uomo per attirarlo al suo Dio. Se nel passato era la gente che andava al tempio, ora bisogna che il sacerdote esca e richiami chi è sordo o disattento ad entrare. Bisogna che egli si proponga. Per questa funzione, il sacerdote deve possedere una buona dose di quello che ho chiamato narcisismo positivo (cfr. puntata n. 9, del 9 aprile scorso), che gli deriva dall’intensità delle sue convinzioni di fede, ma anche da una propensione a provarsi, a mettersi in gioco, a proporsi. E per potenziare questa facoltà, egli deve prepararsi a comunicare in maniera efficace per essere in grado di interessare, incuriosire, attrarre. Si parla a questo proposito di carisma, cioè di un insieme di caratteristiche e di qualità che dipendono dalla persona. Carisma che è sì una dotazione naturale, ma che in parte si può anche acquisire. Da notare che la stessa comunicazione ha assunto oggi i caratteri di una vera disciplina scientifica, e dunque la si può apprendere, ad fine di disporre dei linguaggi verbali come pure di quelli non verbali.
Siccome il sacerdote ha per obiettivo non di piacere agli altri, ma di portarli là dove l’attenzione si centra su Cristo, egli deve dedicarsi alla causa del Signore in modo che sia attraente. Cioè, il sacerdote deve sapere attrarre individualmente ma curare ad esempio anche il tempio, che a sua volta deve affascinare. All’occorrenza infatti, egli deve poter accompagnare in chiesa o negli ambienti che ad essa sono legati e mostrare il loro decoro, e persino il gusto con cui sono predisposti, e le caratteristiche finalizzate al compito che svolge e che riguarda lo spirito. Ecco, cosa s’intende per narcisismo: la voglia di attirare l’attenzione per infine "proporre" la figura del Cristo. Questo è il centro, il resto funge da contorno, la stessa sacralità delle cose e degli ambienti è la cornice che deve valorizzare però il punto focale, il Santo di Dio. Il paragone non disturbi: se uno vende saponette deve poter richiamare l’attenzione sulla pulizia, sulla decontaminazione, sul profumo. Chi dà risposte al bisogno di sacro, deve saper ridestare e rendere avvertito questo stesso bisogno, che oggi più di ieri può finire sovrastato e addirittura nascosto da altri desideri. Le tecniche, lo ribadiamo, hanno una loro importanza. Giacché il sacerdote propone Cristo salvatore, che è una dimensione che sfonda sull’eterno, è naturale che per rendere il discorso convincente si cerchi di mostrare anche a cosa si riduca la vita senza Cristo. Gli antichi predicatori si adoperavano per evocare anche un po’ di paura – paura dell’inferno, della morte eterna, delle pene in vita e dopo morte – ma non bisogna esagerare perché se no il rischio è che il problema venga semplicemente rimosso e si tenti di vivere come se non ci fosse. La chiesa della paura non attrae più, anche se ci sono stati tempi in cui questo era il messaggio più convincente per legare il popolo al sacerdote.
È comunque importantissimo il legame del sacerdote con il tempio, e diventa difficile capire come egli possa assolvere realmente al proprio compito staccandosene, o limitandosi a mostrare sé piuttosto che sé nel tempio. A tale proposito, il territorio italiano mostra degli evidenti vantaggi: l’edificio chiesa è sovente carico di storia e di oggetti di grandissimo valore culturale. E dunque verrebbe subito da dire che tutto è una carta potente da giocare. Ma occorre stare attenti: il fatto che le chiese siano così belle da essere state ridotte quasi a musei, può portare ad un loro uso come se Dio non ci fosse, mentre c’è un meraviglioso Tiziano o un Giovanni Bellini, per richiamare solo due dei grandi maestri delle pittura veneta del quattro-cinquecento. Il tempio finisce per dare così una sensazione strana, di mancanza di sacralità. Ma per un simile uso il sacerdote non serve, e il suo potenziale ruolo appare nascosto. E che si tratti di un simul-museo lo si evidenzia, in alcuni casi, quando bisogna acquistare un biglietto, oppure infilare un euro per attivare l’illuminazione dell’altare e così ammirare la splendida pala che vi è sovrapposta. A mio giudizio, una tale bellezza va fatta valere per quello che è, come dotazione del tempio. Non si tratta infatti, in questo caso, di bellezze d’arte acquistate ad un’asta miliardaria, ma di opere che si inseriscono in una tradizione importante di fede, e sono ad essa strettamente legate. Una tradizione in cui c’entra, e come, il Dio cristiano, quel Dio che è a tutt’oggi rappresentato dal sacerdote che mi sta introducendo in chiesa, che mi accoglie e mi mostra le ricchezze di quel tempio, ma anche di quella lunga fila di testimoni di cui egli è l’ultimo anello.
Quando vado a visitare un amico, che magari è anche ricco, è ovvio che egli mi mostri le cose di valore che tiene a casa propria, e il fatto di poterle ammirare aiuta me a capire qualcosa del personaggio che mi ospita, mi svela un po’ del suo gusto, della sua storia, mi racconta del perché quel capolavoro è giunto su quella parete. Trovo invece che sovente la ricchezza del tempio non abbia nulla a che fare con il sacerdote che lì è in cura pastorale, come se si trattasse di due dimensioni parallele. Al punto da invitare a non entrare in chiesa se si svolge una celebrazione. Per carità, si capisce che i visitatori non debbono distrarre troppo, e tuttavia bisogna evitare che quella dotazione arrivi a sembrare un ostacolo, un orpello marginale rispetto alla vera funzione del tempio. Come se la celebrazione fosse vera quando è priva di qualunque contenuto artistico. Ora, certo una Messa non ha bisogno delle opere d’arte, ma dove queste ci sono devono poter servire alla preghiera e alla celebrazione, perché così si è pregato in passato e questo pensiero può aiutare anche la preghiera dei fedeli di oggi.
Insomma, il tempio e la sua funzione sono dissociate, come talora lo è il sacerdote e il tempio stesso. Ma la prima casa del sacerdote è la chiesa, questo è il luogo dell’incontro durante le cerimonie e fuori anche dalla liturgia, un luogo in cui il sacerdote lì in servizio riesce ad attrarre anche grazie alle suppellettili d’arte che la storia e la fede gli consegnano. A me, lo confesso, appare come spreco un certo modo di trattare i templi di Cristo, bellissimi ma freddi e chiusi, oppure aperti e bui, quasi si volesse nasconderne la bellezza. Lo so, c’è la paura dei furti, delle persone che possono approfittare di luoghi abbandonati, ma ecco il punto: perché sono abbandonati? Se fossero luoghi di vita, se – arrivo a dire – il sacerdote vivesse la chiesa, allora sarebbe più facile entrarvi, accogliere le persone, amici e discepoli, che assaporando un certo clima finirebbero per percepire che è bello, e dà gioia, stare nella casa del Padre, al cui servizio egli sta dedicando la vita. Occorre una diversa strategia della bellezza dei templi, ma ad occuparsene non deve essere chi già si occupa di musei, e vive tra uffici e archivi, ma i preti che amano stare con il popolo di Dio, sia i credenti sia i non credenti.
Naturalmente so bene che non tutti i sacerdoti esercitare la propria missione in chiese d’arte. In generale, la situazione sotto questo profilo è nel nostro paese vantaggiosa, ma sono molti i casi in cui la chiesa è disadorna. La storia non l’ha beneficiata, oppure si tratta di un edificio recente, innalzato in economia. Bisogna allora saper rendere belle queste chiese lo stesso, ordinate e linde, anche grazie agli stili dell’architettura moderna e degli arredi contemporanei. Non è detto peraltro che non ci siano enti e fondazioni sensibili, che possono aiutare. Insomma, voglio dire, chiedendo scusa di impicciarmi io, non credente, di queste cose, che bisogna avere la consapevolezza non tanto del nostro fascino ma del fascino che il Signore ha esercitato lungo il tempo, e di cui spesso le niostre chiese sono testimonianza. Per me, è l’asse sacerdote-tempio a fornire l’unità di due parti coessenziali, e in cui l’una è in qualche modo espressione dell’altra e la richiama. Entrando nel tempio viene spontaneo chiedersi dov’è il sacerdote, perché questi è titolato a dire dove è il Signore.
È ovvio che la bellezza del tempio non rimane fine a se stessa, ed è da mettere in rapporto con la liturgia perché questa si svolga dentro una cornice che la valorizza e la rende ancora più eloquente. Allora verrà voglia, pare a me, di stare un po’ di più in chiesa, dove tra l’altro c’è spazio per il canto sacro, che a sua volta non poco aiuta al raccoglimento e alla preghiera. Faccio notare che qui s’è parlato di arte, non di lusso o sfarzo, orpelli inutili anche se diventati ormai simbolo di ricchezza. Ma l’arte riporta al bello e mai al denaro. Nella mia vita ho visitato tante chiese come anche tanti musei, ma mai, nemmeno una volta, mi sono fermato al valore economico di ciò che vi si trovava esposto. Di fronte al lusso sono sempre indignato e non lo sopporto in nessuna casa, tanto meno in quella di Dio e del sacerdote.
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