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Tredicesima puntata (07 maggio 2008)
Donarsi senza «appartenere»

di Vittorino Andreoli

Nel tentativo di tracciare quello che, secondo me, è il profilo della personalità ideale del sacerdote, ci troviamo ora a descrivere una caratteristica veramente difficile, legata al tipo di relazioni alle quali il sacerdote si dedica, che riguardano tutte le persone del territorio di cui ha la cura d’anime. Tutte, perché sarebbe errato pensare che si debba rivolgere soltanto ai fedeli, dovendo tenere conto, e chissà se in misura maggiore, anche dei non praticanti, e poi dei non credenti, che essendo potenziali credenti, rientrano dunque nella missione contrassegnata dall’"andate e predicate a tutte le gent".

La caratteristica a cui ci riferiamo riguarda il tipo di legame che ha per cornice il comandamento dell’amore (la prima enciclica di Benedetto XVI si intitola Deus caritas est): il figlio di Dio, Gesù Cristo, s’è incarnato, è morto e risorto per amore.

Sembrerà un paradosso, ma il sacerdote deve amare sfuggendo alla percezione comune dell’amore, alla relazione che porta Caia a legarsi a Caio in un rapporto stretto, quello proprio dell’amore umano, sanguigno, di questa terra. Il sacerdote deve amare tutti, non appartenendo a nessuno. Che è un modo non comune, che non rientra in una percezione standard. Si tratta piuttosto di un amore che prevede il darsi senza ricevere qualcosa di simmetrico. Che è come trovarsi dinanzi ad una divaricazione innaturale, giacché l’amore prevede nella dinamica umana la partecipazione simultanea. Io ti amo perché mi ami, e sento di doverti amare sempre più, perché tu mi possa voler bene ancora di più.

Quello del sacerdote è invece un amore gratuito, che manca della parte corrispettiva proveniente dall’altro. E per questo egli giunge ad amare anche chi non lo ama, chi lo ignora, persino chi lo detesta. Si tratta di un paradosso, dicevamo, che però ha un suo paradigma, rappresentato da Cristo. Dunque, si pone lontano dalle consuetudini, in modo altro rispetto alla condizione della coppia che genera figlioli, e ha il compito naturale di proteggerli ed educarli.

Questa condizione sociologicamente non è un’esclusiva del sacerdozio cattolico. Per dire, un tempo agli insegnanti era imposto di vivere dentro i collegi e gli antichi collegi di Cambridge e di Oxford tengono ancora stanze per i docenti che vogliono vivere all’interno del college, come se l’insegnamento richiedesse di donarsi completamente a tutti gli allievi; e dunque, per analogia, come se il sacerdote a sua volta dovesse insegnare ma non tanto una data materia, quanto a vivere, e ciò non permettesse di dedicarsi a un proprio figlio o a una propria famiglia.

È altrettanto indubbio che storicamente gli apostoli, che sono il primo nucleo della Chiesa, e anzi ne sono i pilastri, non avevano imposto questo limite, infatti la decisione del celibato si radicherà solo nel Medioevo. La Chiesa cioè per alcuni secoli ha ammesso il matrimonio dei presbiteri, e la decisione di non procedere si basa su un’esperienza che complessivamente deve aver mostrato sul piano empirico molte difficoltà per il perseguimento della missione. Un legame di natura familiare condizionava i comportamenti del pastore e poneva spesso in essere delle differenziazioni che non permettevano di onorare al meglio il mandato.

Sempre sul piano pragmatico ci sono argomenti che afferiscono alle implicanze economiche, che poi sono quelle della giustizia: nella successione ereditaria il presbitero a quel tempo maritato finiva per distribuire ai figli anche beni che non erano nella sua disponibilità personale. Inoltre, generando propri figli era fatalmente portato a prepararne il futuro, impiegando per questo contatti e risorse del suo lavoro ecclesiastico. Il che a lungo andare non poteva non far riflettere. Ma più ancora dell’aspetto economico, devono aver pesato i problemi psicologici che l’essere padre e marito comportano: un trattamento verso le figure familiari che fosse diverso da quello riservato a tutti gli altri, non può non indurre anche inconsapevolmente a situazioni di disagio, addirittura a proteste ed allontanamenti.

Il legame con una donna poi finisce per far sentire un’appartenenza forte ed esclusiva, con momenti che si fanno totali, e dunque implicano quasi sempre il disinteresse o l’allontanamento dal bisogno di tutti gli altri componenti la comunità a cui il sacerdote deve dedicarsi.

Queste considerazioni, che hanno un carattere generale, mostrano ancora degli strascichi dal momento che un sacerdote, pur non generando figli e non potendo avere discendenti diretti, tuttavia è legato alla famiglia naturale con padre e madre, fratelli e dunque nipoti e pronipoti. E accade che nei loro riguardi talora il sacerdote usi attenzioni di particolare generosità, anche economica, e dunque investendo talora risorse che dovrebbero avere altre destinazioni. Si creano evidenti relazioni di favore che condizionano il suo agire, e nulla è più deleterio delle preferenze evidenti, e dunque delle differenziazioni ingiuste, per allontanare i fedeli.

D’altra parte, i legami naturali, quelli che si chiamano di sangue, non possono essere condannati, perché costituiscono la base stessa del legame matrimoniale che il sacerdote non solo accetta ma benedice nella celebrazione degli sposi. A rappresentare l’eccezione è proprio lui, nell’ambito di una condizione esistenziale che si lega alla sua missione. Deve dunque amare tutti e non essere amato, almeno nella maniera espressa o nella forma dell’amore umano, da nessuno. E deve essere attento che il suo amore sia rivolto alle persone che gli sono affidate senza distinzione e senza ingiustizie. E il matrimonio già di fatto le porrebbe come inevitabili.

Il matrimonio è ammesso in altre chiese cristiane, ad esempio (ma non solo) in quella anglicana o in quella scozzese. Ebbene, senza entrare in valutazioni puntuali, non si può tuttavia non sottolineare come il rapporto tra sacerdote e fedeli in quelle comunità sia radicalmente diverso da quello nel nostro Paese, non tanto per i contenuti teologici o liturgici, quanto proprio per il tipo di relazione che la gente stabilisce con il pastore protestante. Nel protestantesimo domina un rapporto uomo-Dio non mediato (o non così fortemente) dal sacerdote o attraverso santi e angeli presenti nel tempio, come invece capita nella chiesa cattolica. In quel contesto il pastore è un ministro che opera solo alcune liturgie, che ha solo alcune attività, e dunque gli potrebbe essere richiedere anche un tempo parziale, per il quale la vita coniugale non è un ostacolo.
A me pare, stando ad una lettura delle cose di questa terra, che la scelta del celibato sacerdotale sia una condizione praticamente indispensabile. Lo dico per quel che sono da un punto di vista religioso, ossia un non credente, e dal punto di vista professionale, per le cose insomma che misuro con l’abilità che la vita mi ha dato.

Credo che la scelta celibataria sia richiesta anche dai bisogni che i fedeli esprimono al loro prete. E dunque che nella società attuale continui a presentarsi come particolarmente opportuna. Ma al di là delle questioni pratiche, è l’amore a non potersi riversare in un recipiente solo, per non svuotare gli altri, o riempirli solo a metà. Ma non per questo l’amore deve essere meno vero o farsi sentire poco. Gli affetti non possono essere mascherati, perché si sentono, e si avverte la distanza abissale tra comportamenti all’apparenza identici. Non vi è dubbio che questa condizione d’amore è difficile, ma il sacerdote è anche consapevole di potersi fondare sulla forza di un amore ideale, di un amore verso Dio. La parola "ideale" probabilmente è inadatta, ma interpreta il concetto psicologico di sublimazione dell’amore umano verso qualcosa di trascendente. Una dimensione che nel sacerdote raggiunge però espressioni concrete (incarnate), perché il Dio a cui si lega parla, quel Dio è presente, quel Dio vive con lui quotidianamente. È importante infatti che tutto ciò sia reale e non una congettura, non un semplice spostamento, e neppure solo una sublimazione, che rimanderebbe sempre al problema della mancanza d’amore umano. Insomma, i meccanismi di difesa non permettono mai di risolvere il bisogno d’amore di cui il sacerdote deve essere consapevole, ed egli sperimenterà anche che l’amore che riceve dalla comunità e da Dio valgono la rinuncia insita nella scelta sacerdotale. Cristo, del resto, s’è dato tutto ai fratelli, sostenuto dall’amore grandissimo del Padre.

In questa epoca storica, il problema dell’amore terreno nel sacerdozio si è riaperto poiché si sono evidenziati comportamenti che hanno rivelato come anche per il sacerdote l’amore terreno può ritornare con una forza che finisce per trascinarsi appresso tutto. In un tale clima, si rileggono magari i vangeli apocrifi, che parlano di un Cristo sposato addirittura con la Maddalena, il che per qualcuno darebbe forza a quella vicenda di sacerdoti che hanno abbandonato il ministero proprio per una storia d’amore vissuta umanamente, disobbedendo alla promessa del celibato.

È comunque anche tempo di allargare il senso della parola amore: per dargli un valore che vada oltre a quello della coppia. Allargarlo all’amore tra padre e figlio, ma anche verso le persone che sono sole e chiedono di essere notate, di avere senso agli occhi di qualcuno, di esserci. L’amore per gli ultimi, per i bambini abbandonati. Scappare dalle strette di una società che attorno a certo amore di coppia ha creato un mercimonio e addirittura la possibilità di fare affari fino a trasformare il matrimonio stesso in un contratto di vantaggi e perdite. L’amore è qualche cosa che si contrappone alla morte. Come una forza che fa sentire vivi e utili, che dà la sensazione forte di esserci, di avere appunto un senso. Occorre scappare da una società in cui l’amore viene ridotto a corpo e sesso. L’esistenza è ben più che un corpo e i suoi impulsi. Bisogna che l’essere sacerdote torni a parlare di cose dello spirito, a far volare con lui in alto, altro che il sacerdote con moglie e figli e suocera. Anch’io sono sposato, ho figli, ho avuto una suocera. Ho apprezzato e apprezzo tutto, ma quando incontro un prete non desidero che mi dia l’impressione di incontrare un simpatico collega di lavoro, con cui si fanno quattro chiacchiere in allegria. Se il sacerdote è colui che fa cose sacre, saremmo a un livello troppo basso se tutto si ancorasse alla salute della signora o ai risultati scolastici del primo o del secondogenito. E non voglio fare accenni alla gelosia che però, lo ricordo, è un sentimento di questo mondo e fa parte dei conflitti di appartenenza.

Io so che un tempo chi si dedicava alla vita militare non poteva sposarsi, se non altro per il rischio di lasciare vedove le signore, dato il mestiere, sempre in pericolo di vita; e so anche che ora i militari si sposano. Un tempo i professori, lo abbiamo ricordato, rimanevano celibi per darsi totalmente all’insegnamento e all’educazione dei loro allievi, e che fra l’altro vivevano in collegio, dunque lontano dalle famiglia di origine, sostituite per il periodo di studi; e che adesso si sposano. So tutto questo e su una simile scansione qualcuno potrebbe magari augurarsi di vedere presto un prete con la moglie o con la fidanzata, ma io ritengo invece che sul piano della sua scelta egli debba amare tutti, e non essere amato in maniera speciale da qualcuno. Con l’eccezione dell’amore di Dio che ha promesso a chi lo segue che sarà remunerato il centuplo quaggiù, e poi la vita eterna.

 

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A me pare che la scelta del celibato sacerdotale sia una condizione praticamente indispensabile. Lo dico per quel che sono da un punto di vista religioso, ossia un non credente, e dal punto di vista professionale. Non vi è dubbio che questa condizione è difficile, ma il sacerdote è consapevole di potersi fondare sulla forza di un amore ideale, verso Dio.

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