Fare del bene può, a prima vista, apparire un desiderio universale, il primo nella scala dei valori di ciascuno uomo, e invece non è affatto così. Prevale, in realtà, il piacere di dominare, di mostrare il proprio potere, di essere riconosciuti come forti, almeno più del proprio interlocutore, o del gruppo o del luogo in cui ci si trova in quel momento. Insomma, il piacere si lega di più alla potenza, al gusto di fare semplicemente perché si può. Nella forma attuale, il potere si esprime attraverso il denaro posseduto, che permette di comperare tutto, e allora il potere lo si esibisce attraverso simboli visibili, che ostentano anche senza dovere spiegare. I simboli del potere vanno dal modo di abbigliarsi, tutto griffato, all’auto con cui si arriva, all’atteggiamento, al portamento. Presenza insomma che si impone. Tra i simboli del potere, c’è anche il modo di parlare, con un certo sussiego, e certamente la dimostrazione di saper comandare. Questo modo di essere si contrappone a chi invece ama fare del bene, manifestarlo, distribuendo sorrisi, apprezzamenti, senza paura di mescolarsi con chi è troppo lontano dalla propria posizione sociale, e dunque senza la preoccupazione di mantenere le distanze gerarchiche.
La contrapposizione è tra il potere che non ha bisogno di nessuno, in cui anzi l’altro serve per mostrarsi attraverso gesti di forza che lo rendono succube o gregario, e la fragilità, che è una condizione esistenziale in cui si ha bisogno dell’altro, e dunque si mandano segnali di benevolenza, di voglia di dare ma anche di ricevere, poiché il fragile sa di non poter fare conto solo su se stesso. Il fragile è disposto a dare e a ricevere aiuto. La fragilità ha la stessa formula che permette l’amore, e dunque il bisogno di legarsi all’altro, perché da soli si è perduti, bisognosi sempre di un supporto umano. Questo dualismo è particolarmente leggibile nella cultura dominante, la quale appare all’insegna del nemico, per cui – fino a prova contraria – chi si avvicina può fare del male, può inserirsi negativamente nel proprio dominio con il progetto di scalzarlo. La cultura del nemico sostiene la lotta e, se si passa dal singolo ai gruppi e alle nazioni, la guerra. Mentre chi ama fare il bene segue la cultura della cooperazione, che vuol dire operare insieme e sincronicamente per uno scopo comune, non antitetico né in antagonismo.
È veramente incredibile l’ignoranza che domina sul bene e sul fare del bene. Proprio perché si pensa che si tratti di una posizione prescelta dai deboli, da chi è timoroso. E così si ignora la felicità che se ne ottiene, la gioia che si prova nel fare un sorriso e nel riceverlo proprio da chi invece, sentendosi guardato in cagnesco, dovrà mostrare tutta la sua capacità di difesa e di offesa. È incredibile constatare come le relazioni individuali cambierebbero se la bontà ne diventasse il motore principale, e dunque se si ritenesse che, fino a prova contraria, chi si avvicina viene per portare gioia e per riceverla. E non si tratta di un atteggiamento ingenuo, di chi si immola sul piano della bestialità umana, credendo di trovarsi in un paradiso terrestre, e non in una valle di odio e di vendetta.
È ampiamente dimostrato che la serenità e la bontà hanno maggiore efficacia sul piano delle relazioni rispetto alla lotta, che lascia sovente rancori e voglia di vendicarsi: un circolo perverso che continua a caricarsi sempre più di energia negativa, che si fa nemica. In una etnia dell’Amazzonia, gli Yanomami (popolo in via di estinzione), ha dominato per molto tempo la crudeltà come elemento di distinzione e di forza. Colui che poteva esibire nel proprio curriculum di aver ammazzato di più, era ritenuto capace di dare sicurezza, e di conseguenza era particolarmente desiderato dalle donne. Quindi poteva scegliere tra le donne più forti, che avrebbero assicurato anche una prole resistente, e dunque la costituzione di una comunità guerriera. Mentre chi mancava di simili requisiti era emarginato. È l’esempio di una popolazione in cui l’uccidere era segnale del potere per eccellenza, e dal quale dipendeva lo status sociale.
Ma ci sono anche esempi in cui si mostra il contrario, uomini che si sono imposti come giganti e maestri di bontà: Cristo naturalmente, ma anche Socrate, Tommaso Moro, e Ghandi. Esempi che ritornano, che attestano come sia possibile non colpire mai e come il gesto di amore e di bontà sia sempre vincente.
Ebbene, il sacerdote non può non collocarsi tra coloro che, invece di una sberla, con la stessa mano preferiscono fare una carezza, che invece di urlare preferiscono bisbigliare, e invitare a capirsi e a volersi bene. Il sacerdote non può non essere un campione di bontà, quella semplice e genuina, quella che viene dall’esempio di Cristo. Ma il sacerdote fa quello che fa non solo perché conosce i dettami della sua religione, ma per l’esperienza della gioia, perché l’essere buono significa anche sentirsi bene ed essere persino felice. E allora mi sembra utile ricordare che, almeno per la mia percezione forse non precisa o troppo personale, nella religione cristiana dominano troppo i termini del dolore, del peccato, e della pena che segue il giudizio divino. Una religione che appare talora mossa dalla paura, dal male sempre in agguato, in una corsa ad accaparrarsi l’assistenza di santi e beati che possano aiutare in una estenuante lotta terrena. Lotta contro il demonio e lotta contro le tentazioni, avendo presente la sofferenza e quella morte in croce che Cristo ha subìto per causa nostra. Una religione insomma nella quale a sovrastare è talora il senso della lotta, la paura, il timore e il tremore, quando non lo sconforto, e l’ossessione del male. Eppure, c’è anche la prospettiva della gioia, della gioia di essere insieme con il Padre, una gioia che nel sacerdote ha la forma del dare quello che ha ricevuto dal Signore, quindi anche oltre le possibilità umane. I sacerdoti allora devono spandere gioia, devono darla copiosamente, nella consapevolezza tra l’altro che la stessa gioia affascina. Soprattutto in un mondo in cui, per conseguire un traguardo, bisogna fare lo sgambetto e atterrare chi ti sta superando, magari per meriti oggettivi.
Dunque, il sacerdote come inviato del bene. E qui si riaccende il grande tema del contrasto tra bene e male, che un giorno interessò autori come Dostoevskij, o Tolstoj, ma che continua a intrigare, interrogandoci sul perché del male e sul suo legame con il bene: c’è tutto, infatti, dentro un uomo che sa fare l’uno e l’altro. Viene qui in mente Hanna Arendt che un giorno scoprì la banalità del male. E a me sovvengono i casi di cronaca di cui mi sono professionalmente occupato, dove erano stati uccisi i genitori o i fratelli, o anche soltanto persone qualunque, colpevoli semplicemente di vivere, e di essere un giorno nate. Casi in cui qualcuno si è comportato da mostro: ma solo per un poco, perché è tornato poi a vivere lontano dal piacere di uccidere, e addirittura senza riuscire a darsi ragione della pena che ormai doveva affrontare. Giovani, ad esempio, che hanno ucciso e poi sono andati in discoteca, o sono rientrati a casa per prepararsi all’interrogazione in programma per l’indomani a scuola. La banalità del male, appunto, che diventa così comune e quotidiana da non fare neppure notizia, a meno che non arrivi a livelli in cui la vittima è fatta a pezzi, e il cadavere disperso in qualche maniera orribile. E dire che si è arrivati persino ad esporre pezzi di corpo umano lungo una autostrada, per simulare una sorta di esposizione dell’orrore, sculture di carne spaccata.
Il sacerdote è portatore di bene. È rappresentante del Bene, e di un Bene che spande gioia, che distribuisce fiducia, che fa sentire buoni perché almeno in quel momento si allenta la stretta che impugna il coltello. La bontà genera speranza, fa trasparire che è possibile un mondo totalmente diverso, di cui il sacerdote con la sua dottrina e soprattutto con il suo stile è esempio.
E a me, scusate se insisto, torna sempre in mente suor Maria Laura che, chiamata al telefono alle 10 e mezza di sera da una ragazza che le raccontava di essere incinta e di aver assoluto bisogno di aiuto, senza chiedere null’altro si fa indicare dove si trova, e la raggiunge. Ma proprio lì tre ragazze la uccidono con un pugnale. Appartenevano a una setta satanica. E mentre sta morendo tra le fitte delle pugnalate, trova il tempo e le parole per perdonare. Cioè, anche in quel momento di straziante, inimmaginabile dolore, il dolore di un corpo lacerato a morte, suor Maria Laura trova l’istinto del bene e del perdono, indicando la via del riscatto.
Come ogni persona consacrata, il sacerdote deve essere l’uomo del bene: non solo per principio o per dovere, ma per gioia, perché prova piacere nel fare il bene, essendo incapace di fare il male. Anzi, se lo facesse, lo sentirebbe prima di tutto contro se stesso, in quanto uomo, e ancor più in quanto uomo di Dio.
Io mi fermo a questa dimensione, che poi è la dimensione di questo mondo, e per essa l’uomo che fa il bene, in quanto uomo, sperimenta una gioia sconfinata. Il che è una prova per affermare che gli umanesimi sono possibili, anche in un tempo travagliato. Non posso entrare invece in quella dimensione ulteriore che viene dalla fede, e in particolare dalla ordinazione. Tuttavia so che se un sacerdote non raggiunge anche sul piano umano l’esperienza del bene, e non sperimenta la gioia stessa del bene, non potrà essere un buon sacerdote. Rischia di fare il burocrate che contabilizza, ma non contagia. Se invece il bene diventa fonte della gioia vissuta, allora lo si compirà anche in maniera gioiosa. E una simile esperienza si farà epidemica, poiché trasmettendo il bene, aumenterà la voglia di farlo. Quanto è bello poter fare il bene senza una ragione, semplicemente perché il bene è paga al bene stesso, perché è meraviglioso farlo. Ecco chi è il sacerdote: un uomo vero che vuole il bene vero, un uomo che si perde per la felicità degli altri.