Avvenire Impegno Referendum

Quindicesima puntata (22 maggio 2008)
La resistenza alle frustrazioni

di Vittorino Andreoli

Le frustrazioni sono strettamente correlate alla società in cui si vive: quanto maggiore è la complessità dell’assetto sociale, tanto maggiori saranno le occasioni di frustrazione. La frustrazione è un sentimento di malessere (mal d’essere) che uno prova quando si trova inadeguato in un determinato ambiente fisico o nella relazione con una persona o con un gruppo.

In passato, quando il rapporto tra individuo e società era sporadico o ripetitivo, il singolo soggetto si abituava a ciò che doveva accadere, e riusciva a prevedere come sarebbe andato un incontro o una determinata esperienza. Ora i rapporti sociali sono aumentati di numero, ma soprattutto nella loro imprevedibilità. La nostra società, inoltre, si basa su un imperativo, il successo, che favorisce la tendenza a ricercare in maniera ossessiva l’approvazione e il protagonismo. Ma quanto più si lotta per il successo, tanto più aumenta il rischio di fallimento. O almeno lo spostamento del traguardo per raggiungerlo. Il che comporta frustrazione, perché il successo oggi è conseguente non tanto all’impegno profuso o ad un programma che si abbraccia, quanto ad un evento che all’improvviso accade. E che può cambiare l’esistenza.

È, questo, un tratto caratteristico della società odierna, la quale coglie il sacerdote in una condizione particolare: egli non distribuisce successo, perché il suo orizzonte non è di questo mondo. Così come il traguardo puntato sul paradiso non ha certo le sembianze del successo che si persegue su questa terra. Anzi, per chi predilige una simile visione, il solo sentir parlare di paradiso, per quanto decantato come meraviglioso ed eterno, ha il sapore della mera consolazione, che finisce per deprimere, distogliendo dal perseguire in maniera ancor più caparbia la strada del successo. Che non è una chimera indefinita, ma una dimensione precisa e misurabile attraverso, ad esempio, la quantità di denaro che si ottiene o che si è in grado di realizzare. E come il successo non è mai abbastanza, così accade per il denaro, che ne è simbolo e attestato.

In un simile scenario, il sacerdote potrebbe apparire un "fallito", residuato di un mondo destinato a scomparire; del resto lui lo sa: è persino scritto che il regno per il quale lavora non è di questo mondo. E che anzi è la povertà, non la ricchezza, a favorire l’ingresso in quell’altro mondo. Se a questo si aggiunge che oggi l’interesse per lo spirito è alquanto debole, e spesso solo di facciata, si può comprendere come il sacerdote non sia sempre visto con grande simpatia, neppure da chi talora, per appartenenza religiosa, dovrebbe riconoscerlo come pastore. La dimensione psicologica dei credenti freddi, come dei non praticanti, lo avverte associato ad una sorta di richiamo della coscienza, che mette a disagio. Nel qual caso, la sua situazione non appare delle migliori. E le occasioni di frustrazione sono veramente notevoli. Per questo è assolutamente necessario che il sacerdote sappia farvi fronte.

C’è da osservare che i singoli individui si differenziano tra loro per il livello di percezione della frustrazione: fino a non percepirla affatto, dato che una frustrazione non percepita è come se non ci fosse. E dunque, non attiva alcun senso di malessere. Un discorso analogo lo si può fare per le gratificazioni: ciascuno di noi infatti deve superare un certo livello per accorgersi e godere di una gratificazione, di un complimento, di un apprezzamento, di una promozione. Ci sono individui che sono sensibilissimi alle gratificazioni e finiscono – in forza di queste – per sentirsi importanti, anzi insostituibili. Altri invece che hanno una percezione di sé tale da non avvertire mai un apprezzamento o una gratificazione, perché magari tendono a obiettivi considerati un nulla. Facciamo qualche esempio: uno per essere un "buon" politico deve non avvertire le frustrazioni oppure dimenticarsene subito, mentre nel contempo si ricorderà delle gratificazioni e le gonfierà in modo che funzionino come corazze di fronte al prossimo insuccesso. È noto il caso di quel politico che, mentre stava per essere rimosso per averne combinate di tutti i colori, compreso il non aver fatto nulla di ciò che avrebbe dovuto (i peccati di omissioni), si sentiva così necessario al paese da affermare di essere criticato proprio per il suo valore e per il fatto che stava cambiando le cose in Italia. Un altro era convinto di fare tutto bene, e di fronte a certe sciocchezze evidenti, negava di esserne l’attore e affermava invece che la responsabilità era dei suoi nemici e predecessori. Insomma l’uno e l’altro si sentivano gratificati persino in situazioni di frustrazione.Per non dire degli intellettuali, categoria dal cervello fine, che quando gli viene detto che i loro pensieri sono idioti o folli, si difendono attaccando i loro critici, che sarebbero loro a non aver capito.

Ma torniamo al sacerdote. Questi si pone sul versante opposto perché la sua condizione è tale da doversi considerare sempre poco per non peccare di superbia, mentre deve essere ipersensibile alle critiche perché la sua missione richiede che egli possa stare con tutti e quindi che venga capito da ciascuno. Insomma, non ama le gratificazioni "per mestiere", mentre sente le frustrazioni come mancanze e quindi come segni di poco valore e talora di incapacità a svolgere degnamente, come vorrebbe, la sua missione. Egli poi per convinzione, per fede, compie sempre peccati, e dunque si frustra da solo; del resto se pensasse di non averne commessi, proprio per questo cadrebbe nel peccato della superbia. Ma al di là di casi particolari, la condizione del sacerdote è difficile poiché il gioco delle frustrazioni e delle gratificazioni non lo aiuta molto, anzi tende a farlo sentire un inadeguato alla funzione. Insomma, il sacerdote si trova in una posizione limite per le regole della psicologia umana, che gli competono ovviamente perché innanzitutto è un uomo.

Le frustrazioni si accumulano e generano violenza che si esprime in qualche maniera e non sempre nei confronti di chi le ha promosse. Si accumulano e, raggiunto un certo livello, hanno bisogno di liberarsi, generalmente contro qualcuno, e allora la violenza è eterodiretta, oppure verso se stessi e allora è autodiretta e in questo caso se ne pagano anche gli effetti. Una delle modalità per diminuirne l’accumulo è proprio il bilancio con le gratificazioni. È certo che tra gratificazioni e frustrazioni si può fare un bilancio giornaliero e che una gratificazione può diminuire o annullare la forza di accumulo e di potenziale violenza che contiene. Ciò dà ragione del fatto che una vita senza frustrazioni non è facile, mentre è possibile organizzarla in modo da dare spazio a comportamenti piacevoli che in quanto tali sono gratificanti.

Nel sacerdote c’è il rischio di un accumulo eccessivo di frustrazioni, con un compenso minimo di gratificazioni proprio per la resistenza a porsi, a sentirsi soddisfatto, a godere. Il sacerdote di oggi risente ancora di un’atmosfera in cui il piacere è visto come l’anticamera del male, e questo mi appare come un terribile errore perché solo se una vita è gioiosa, serena, e con momenti di felicità, si può far fronte alle frustrazioni. Ecco perché vorrei che questo mio viaggio entro la figura del sacerdote producesse felicità: un sacerdote contento, felice naturalmente di essere sacerdote. Insomma, il problema delle gratificazioni è di fondamentale importanza perché, lo abbiamo già ricordato, le promesse, attraverso le privazioni che comportano, possono produrre tante frustrazioni.

Ma in questo bilancio vanno inserite le gratificazioni proprie dello status, dell’essere sacerdote, scelto da Dio. Penso che dell’essere sacerdote, che significa scelto da Dio, derivi una gratificazione persino continua. Penso che dalla Eucarestia, che significa Cristo dentro di me, debba derivare una grande forza che nessun processo psicologico può sostituire. Questi vissuti e queste verità della fede, dosate sulla singola esperienza di vita del sacerdote, vanno lette come gratificazioni, anche se non hanno nulla del successo e della ricchezza tipicamente sociali. E dunque un sacerdote deve trovare nei rapporti celesti una serie di rimandi positivi per azzerare o almeno bilanciare un poco una condizione umane che come abbiamo detto è fatta di frustrazione.

Occorre menzionare due possibilità limite, due letture speciali di questi temi, gratificazione e frustrazione, rapportati al sacerdote e alla sua fede. Si può giungere a dire che anche l’essere trattati male è parte strutturale dell’essere sacerdote. Come di un demone che attacca proprio chi è diretto verso la strada della salvezza. Come si trattasse di una condizione in cui la frustrazione si riduce a un’azione del demonio e pertanto, a una strategia del male e non a qualcosa che attiene al sacerdote singolo in quanto tale. E se il demonio tenta è segnale che uno è forte nella fede. Se ne fosse facile preda, andrebbe a cercare un altro.

L’altro riferimento è alla provvidenza: ciò che succede, anche un errore diventa volontà di Dio, e dunque va visto come qualcosa che Egli vuole, e se lo vuole non può che essere a fin di bene. In questo modo o attraverso Dio o attraverso il demonio, scompare l’Io del sacerdote e dunque anche la possibilità di avvertire la frustrazione, che è sempre una ferita all’Io. Certo diminuiscono anche le gratificazioni poiché tutto va attribuito al Signore, perché ha agito direttamente o attraverso doni, che comunque non sono conquiste del singolo. Il sacerdote come instrumentum Dei totalmente deresponsabilizzato in maniera misteriosa, dal padre celeste. In questo caso, allora la psicologica umana è veramente inadeguata a entrare dentro la figura del prete come essere del cielo fin d’ora e dunque come una eccezione ad ogni regola della terra, compresa la comprensione di un uomo qualunque e di uno psichiatra.

 

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Se si considera che oggi l’interesse per lo spirito è alquanto debole, e spesso solo di facciata, si può comprendere come il sacerdote non sia sempre visto con grande simpatia. La dimensione psicologica dei credenti freddi, come dei non praticanti, può inoltre mettere a disagio. Le occasioni di frustrazione possono essere numerose

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