Parlare dei sentimenti dell’uomo è sempre complicato, ma lo è ancor più se quest’uomo è un sacerdote, che ha una percezione del mondo – e del proprio essere nel mondo – del tutto peculiare. In questo viaggio che stiamo conducendo attorno alla figura del sacerdote, con l’intento di identificarne talune caratteristiche e relazioni, non possono sfuggire alcuni sentimenti che, se non conosciuti e ben controllati, potrebbero farlo soffrire e renderlo triste: condizioni che si riflettono poi sulla sua missione, non tanto nei contenuti quanto nello stile in cui la realizza.
La mia prospettiva è quella di osservare il sacerdote attraverso le competenze sui comportamenti umani, dunque sull’uomo in relazione ad altri uomini e donne, all’interno della missione scelta. Un compito sempre difficile, questo, ma che mi sembra di qualche utilità quanto meno per portare l’attenzione su alcuni punti di maggiore fragilità, che quindi necessitano di attenzione particolare. Non rientrano nei miei propositi le declamazioni retoriche o entusiastiche: anche una persona che non abbia nulla di rotto, è pur sempre meritevole di attenzione da parte della medicina preventiva.
In questa ricerca voglio continuare a mostrare il mio punto di vista che scaturisce da una profonda stima e rispetto verso il sacerdote. Per questo non temo né la parzialità né l’errore, che sono inventariati tra il possibile e annunciati fin dall’inizio .
La solitudine tra mente e anima
l primo sentimento di cui vorrei occuparmi è quello della solitudine. Occorre premettere che il sacerdote è abituato a stare da solo, a vivere nella meditazione e a farsi compagnia in spazi di silenzio; egli sa che questa dimensione in qualche modo gli si impone se si vuole cogliere i bisogni interiori dell’uomo e se si desidera percepire anche quel vuoto che va riempito con la relazione con Dio. Una solitudine questa che va intesa forse in maniera particolare, poiché sovente è fisicamente solo, ma non nell’intimo, come avviene nella preghiera: colui che prega si pone in rapporto con Dio, fino a sentirne la presenza. La sua è una solitudine fisica, non mentale. La mente anzi è piena di Dio.
Un eremita sta da solo per un lungo periodo nel cuore del deserto o in un eremo solitario, ma la sua solitudine potrebbe essere affollata di esperienze spirituali o di movimenti dell’anima, mentre la mente tace e il corpo anche. Voglio dire, semplificando un tema di grande complessità, che la mente è un’espressione del cervello (dunque del corpo), mentre l’anima trascende corpo e mente. La mente interagisce con il corpo, ha la possibilità di controllare i sensi, di non far provare dolore, di dare resistenza persino al calore di una fiamma o di braci che solitamente bruciano quel che gli si mette sopra. Fenomeni che nella cultura orientale sono frequenti, come i prolungati digiuni e la resistenza al sonno e al dolore: funzioni compatibili con la "logica" della mente.
L’anima, nell’interpretazione spirituale è invece un’essenza che è altra dal corpo e che possiede una propria vita e una propria individualità: è qualcosa di diverso dalla psiche, ma che tuttavia ha un peso nel comportamento del credente, poiché con l’anima egli stabilisce una relazione che lo occupa e che impedisce ad esempio di chiamare solitudine ciò che ne avrebbe tutte le stigmate esteriori.
La solitudine umana del prete
Ebbene, pur in questo mondo allargato all’anima, il sacerdote può perdersi nei labirinti di una solitudine umana che si manifesta quando ci si sente abbandonati, quando si cerca chi non c’è, chi non risponde, chi si teme sia diventato sordo e dunque che non risponderà mai. Ci sono poi momenti nella giornata in cui questa deprivazione sembra farsi più intensa, come la sera quando ci si mette in cucina a preparare la cena, o quando non si sta bene in salute, e si avrebbe un acuto bisogno di qualcuno che prepari una spremuta e faccia un po’ di compagnia. Insomma, guai a dimenticarsi che il sacerdote è un uomo che può avere alcuni elementari bisogni. Che può sperimentare la solitudine di una notte insonne, quando si è presi dalla paura, e dalla paura della paura che non conosce le certezze che solitamente provengono dalla propria fede.
Quanti sacerdoti ho assistito in questo stato, quando pur ricchi di spiritualità sentivano il bisogno dell’umano, sia pure con tutti i limiti che l’umano ha. Esperienze troppo vere per poterle nascondere al cielo. E ancora sento il lamento e intuisco i bisogni che talora si presentano con i tratti della sofferenza, di una sofferenza che diventa ancora maggiore per il pensiero che essa non dovrebbe esserci, se solo si avesse più fede: o almeno così il sacerdote può pensare, magari colpevolizzandosi. Ho conosciuto la sua voglia di stare a parlare con me, e di starci anche a lungo, come se questo via via lo potesse rifornire proprio di ciò di cui aveva bisogno.
Non credo che la voglia di umano vada necessariamente a cozzare contro la dimensione spirituale del prete. Direi anzi che mi piace questa sua umanità. E in fin dei conti amo il sacerdote quando è fragile, mentre mi insospettisce talora il prete tetragono, che palesa una forza indistruttibile. Se c’è stato un momento in cui ho pensato a Cristo è stato quando ho ascoltato sul mio "lettino" da psicanalista qualche sacerdote, e con lui ho cercato di tessere un’analisi dei bisogni, partecipando della sua doppia sofferenza, di uomo per una fragilità persino evidente, e di ministro di Dio, che non si sente all’altezza del compito assunto. Mi commuove, dicevo, questa fragilità e del resto penso che essa sia nota non solo agli psichiatri ma anche, e prima ancora, a quel Padre cui si rivolge sempre ogni sacerdote, e che con ogni sacerdote ha un’alleanza speciale. La solitudine, quando è avvertita, porta sconforto, e può generare anche svalutazione di sé, e persino senso dell’inutilità: così si apre la via alla depressione da cui certo i sacerdoti non sono immuni. E talora le terapie proprie dello stato sacerdotale non sono sufficienti e allora entra in campo anche la psichiatria, sia pure con i propri strumenti empirici e talora inadeguati. Del resto, l’uomo non può stare fermo davanti al dolore di vivere, che è più acuto per un sacerdote caricato di un ruolo, di una missione forse più grande dell’ordinario. Un uomo e un medico non possono non provare a sollevare la depressione, e lo fanno con quello che hanno, con un bagaglio di sapere più ricco di quanto disponevano in passato, ma sempre poco. Ma quel poco non va svalutato per la preoccupazione di poter affrontare la depressione solo con una presenza, o con parole che appaiono insufficienti di fronte alla sofferenza.
In questo momento, mi passano per la mente i tanti volti di sacerdoti che mi guardavano come se fossi stato l’immagine della speranza e che si attaccavano a me per poter continuare a essere sacerdoti, e quindi con una voglia – se possibile – ancora maggiore di chiunque si sente nulla e vuole almeno potere esistere. Esistere prima che la vita venga avvertita come male, e sia preferita la morte, il suicidio. Lo confesso adesso: quante volte dopo un lungo colloquio con un sacerdote solo o depresso, pur essendo non credente, chiedevo che mi impartisse la benedizione poiché così lo riportavo dentro il mistero della sua missione, che certamente aveva effetto terapeutico; e ricordo tante suore e monache di cui mi sono occupato e a cui davo un po’ del sapere psichiatrico e di dedizione terapeutica chiedendo loro di pregare per mio padre e per mia sorella, anche se mi è sempre mancato il coraggio di chiederlo per me, sembrandomi la cosa inutile, e comunque pensando che fosse meglio destinare le orazioni a chi forse ne aveva necessità e credeva.
Ecco perché mi sono voluto qui dedicare al sacerdote, perché nella mia memoria trovavo troppi volti di sacerdoti che avevano bisogno di cose di questo mondo, persino del sorriso di uno psichiatra che voleva non renderli uomini guariti ma dimetterli come sacerdoti felici.
Ricordo di religiosi, in paesi sconfinati, in cui si muovevano per la loro missione da soli, con un mulo, che andavano di casa in casa a predicare la parola del Cristo senza sapere chi avrebbero incontrato e sicuri di dover passare giorni e magari notti da soli. Ricordo in particolare un francescano in missione in Bolivia che, fatto rientrare per essere curato, mi chiedeva sempre quando avrebbe potuto ritornare in quella missione, il che dal punto di vista del medico sembrava solo follia.
La solitudine del sacerdote. La solitudine nascosta, la paura segreta, la voglia di un sorriso mentre riceve fedeli che non sanno piangere, bloccati nella paura. Non si tratta di dire che il sacerdozio è una funzione al limite dell’umano, ma certo l’uomo che diventa sacerdote, deve vivere in questo mondo con la debolezza dell’umano, anzi deve confrontarsi con la propria personalità, con i sentimenti che sono le caratteristiche proprie dell’uomo.
Ma il sentimento è un legame, e se non c’è nessuno non ci si può legare ad alcuno e si rimane come sospesi nel vuoto. Ci sono condizioni di depressione in cui il sacerdote non riesce a pregare perché si sente indegno di farlo, così gli vengono a mancare quegli aiuti che la preghiera gli portava. Sacerdoti che gridano nel silenzio. E il sacerdote vive, da solo, tra gente che magari si aspetta di essere capita e amata, e non pensa che quell’uomo cui sta dinnanzi va capito e amato perché possa essere uomo prima e sacerdote dopo.
Io non frequento i campanili, ma occorre che tutti si chiedano come si vive oggi all’ombra di quel manufatto verticale che richiama a Dio. Occorre che nessun uomo venga abbandonato, e che anche un sacerdote sia aiutato a fare parte di quella comunità che egli deve servire. C’è un tempo in cui si dà molto e un tempo in cui occorre ricevere almeno un poco.
La solitudine si lega alla paura, e insieme i due conducono alla depressione, che seppellisce l’energia vitale, e anche l’anima – per quanto indipendente dal corpo – ne risente. E anche chi si occupa di anima deve ricordarsi dell’uomo, dell’uomo che è dentro un sacerdote.