Il senso di colpa è scomparso dalla società del nostro tempo. È scomparsa la sensazione di malessere e di disagio che sorge dinanzi alla constatazione di un comportamento difforme da come avrebbe dovuto. Un malessere, dunque, legato allo scarto tra come si è agito e come si sarebbe dovuto agire; tra essere e dover essere. Questo processo avviene all’interno del singolo individuo, che si confronta con la propria coscienza.
Il senso di colpa ha una funzione straordinariamente positiva, perché la percezione dell’errore richiama a ciò che si deve fare, e aiuta a evitare ciò che non si deve fare mai. Si differenzia dalla vergogna, che invece è un malessere che si attiva non a seguito di un’azione, ma quando e se quell’azione viene svelata, allora e solo allora si fa sentire. La vergogna c’è solo se si è scoperti, mentre se si vive tra persone che non si scandalizzano per quel comportamento, lo si compie senza alcuno strascico interiore.
Oggi la vergogna ha sostituito la colpa, e così ormai si può fare di tutto purché non si venga scoperti: solo in questo caso si sente il rossore del viso. La colpa semmai fa impallidire: un volto esangue come se non volesse più esistere, come se preferisse scomparire. Il processo educativo dovrebbe portare a interiorizzare le norme comportamentali del vivere insieme e, una volta interiorizzate, agire attraverso questo strumento di bordo, il senso di colpa.
Ecco la coscienza, il dover essere, che in termini psicologici si chiama anche l’Io ideale, quella dimensione di sé che si vorrebbe esprimere sempre e che dovrebbe migliorare l’Io attuale, che è la dimensione in cui ci si trova. E tra l’Io attuale e l’Io ideale si pone il progetto del proprio miglioramento, dei propositi che combaciano con i desideri.
Senza il senso di colpa scompaiono i princìpi, si fanno evanescenti i propositi e muore la coerenza, che non è più nemmeno comprensibile in quanto manca di un riferimento, e si entra nella flessibilità che conduce all’etica della circostanza per cui è sempre possibile fare tutto, dipende solo dal come e dal quando. Si ammazza il principio generale per il quale certe cose non si devono fare mai e certe sempre. E così viene cancellato il termine dovere, che è propriamente ciò che si deve.
La flessibilità coinvolge l’empirismo, il tempo qui e ora, e la storia dell’uomo si riduce a frammenti di tempo ognuno indipendente dall’altro, senza un seguito, senza una sequenza. Così l’uomo attiva ora un frammento ora un altro, e i due momenti non hanno relazione alcuna tra di loro.
Il senso di colpa e il prete
Il senso di colpa, se ancora c’è in questa società, lo si ritrova nei sacerdoti. Il sacerdote ha un legame con il senso di colpa, e questo senso di colpa, per paradosso, in una società che lo ha perduto, può in lui assumere una dimensione che si fa dolore. Sempre l’errore, il non aver fatto ciò che si sarebbe voluto, genera dolore. Peccato è il termine religioso che esprime esattamente lo scarto tra l’essere e il dover essere. Nel sacerdote vive un preciso riferimento morale: lui non ha dubbi sul come deve essere, e per definirlo parte dai comandamenti e si giunge alle virtù e ai precetti, ma anche a quel volere personale che finisce per dare la misura singola, il colore del proprio comportamento. C’è chi non è mai soddisfatto, e dunque sente quel malessere anche per piccoli scarti; e chi invece valuta "a colpo d’occhio" che non permette di rilevare le piccole differenze. I santi vorrebbero fare di più e, senza esserne consapevoli, sono i migliori.
Il tipo di risposta e le sue variazioni disegnano la scrupolosità, ed è proprio di questo sentimento che desidero parlare.
Lo scrupolo
Se la singola azione umana viene confrontata con il dover essere, l’agire ne è condizionato, ma se questa operazione è portata all’estremo si può giungere all’idea ossessiva di non riuscire a seguire mai la norma, o alla paura dell’errore e del peccato.
Questo stato ha gradi diversi, ed è proprio la dimensione quantitativa a fare la differenza, a trasformare un atteggiamento utile, che aiuta a vivere, in uno dannoso che impedisce di vivere. Ciò vale anche per l’ansia: un’ansia esistenziale è utile perché riattiva tutte le funzioni dell’uomo, in modo da impegnarlo di più per ottenere risultati migliori. Ma se l’ansia diventa eccessiva, l’ansia clinica, riattiva la paura che finisce per bloccare le funzioni mentali. Analogamente si può dire per lo scrupolo che, aiutando a correggere le tendenze comportamentali, aumenta la critica e la vigilanza su quanto si fa, rendendo dunque consapevoli; ma esiste un livello di scrupolo che raggiunge dimensioni talmente elevate da bloccare, per la paura di andare contro la norma, per cui si finisce per non agire affatto, temendo di sbagliare; oppure si avverte un senso drammatico di colpa dopo aver agito, anche per piccole variazioni, e persino a seguito di una azione corretta. Insomma, la paura dell’errore o fa sbagliare veramente o fa avvertire errato ciò che non lo è.
Lo scrupolo non è, generalmente, così ampio da coprire ogni tipo di comportamento, ma privilegia alcune azioni che sono di solito quelle verso cui si estende una propria debolezza e si ritengono molto rischiose. C’è lo scrupolo per azioni che possono coinvolgere la dimensione sessuale, oppure che riguardano pratiche religiose. Ma oltre all’agire inteso proprio come un fare, si può giungere allo scrupolo dei pensieri, e quindi al tentativo di controllare quelli "cattivi". Se nonché lo sforzo di tenerli a freno può sortire l’effetto di richiamarli, entrando così in un circolo vizioso.
È incredibile il dolore che si attiva in queste condizioni, ed è penoso vedere persone affrante da questa paura. Si circondano di un alone di indegnità, per cui tendono anche a isolarsi per paura di fare del male, e magari di mostrarlo proprio a chi dovrebbe invece ricevere buon esempio.
Ai livelli patologici, la scrupolosità si rivela in maniera chiara. E la malattia può colpire chiunque, e non risparmia neppure il sacerdote: nel caso specifico però occorre rilevare che si aggiunge una certa prudenza nel chiedere aiuto, nel chiedere consiglio, poiché si teme che ciò possa portare a una perdita di ruolo, a un cambiamento di destinazione: dimensioni certamente piccole e molto umane, che conducono a rafforzare una riservatezza che è già parte del comportamento sacerdotale.
Lo scrupolo non può essere regolato dalla volontà, anzi ogni spinta in tal senso si rivelerà disastrosa, perché il sacerdote cercherà di applicarvisi con tutte le sue forze, ma non potrà raggiungere il suo intento, e verificando di non avercela fatta, si sentirà ancora più indegno. E quindi non solo non si è ottenuto il risultato sperato, ma si aggiunge un altro segno del disturbo vissuto come colpa. Serve invece un aiuto speciale, e per ottenerlo bisogna chiederlo, giungendo a rivolgersi a chi è in grado di aiutare nel rompere quel circolo obbligato e distruttivo, poiché la colpa e la paura della colpa finiscono per paralizzare non solo l’azione ma anche il pensiero.
Ricordo un sacerdote che aveva messo la massima scrupolosità persino nella celebrazione della santa messa. Ogni tanto si fermava perché riteneva di aver eseguito in maniera imperfetta o errata alcuni passaggi e dunque di aver tolto significato alla celebrazione, anzi di essersi caricato di colpe che lo rendevano indegno di proseguire. Un volto scavato e sofferente, come di chi sa cosa fare ma constata di non essere in grado di farlo, nonostante l’impegno e la volontà. Una sofferenza che mi trasmetteva, fino a richiamare in me la voglia di condividere quella lotta assurda.
La paura del sacerdote
La paura merita tutta la nostra attenzione, poiché da meccanismo di difesa, essa attiva l’allarme di un pericolo, e può farsi patologia. Indubbio tuttavia che nella condizione di vita del sacerdote sia più difficile controllarla o sanarla. E ritorna ancora la solitudine poiché, nell’essere soli, la paura è ben peggiore: nessuno ti spiega cosa essa sia, né ti prende la mano per farti sentire che è presente ed affrontarla insieme a te, condividendola con lui, fino a spostarla su colui che in quel momento diventa l’appoggio di salvezza. Talora nella paura non c’è nemmeno la serenità per chiedere aiuto alle figure del cielo, a cui sempre il sacerdote ha rivolto lo sguardo.
Il sacerdote è poi dominato dall’imperativo di essere di esempio, dalla considerazione dei tanti fedeli che si rivolgono a lui chiedendo aiuto. E compreso dal dovere di aiutare gli altri, teme di non avere il diritto di chiederlo a sua volta.
Ma in questi casi il rimedio non sta nel rafforzare la propria immagine. Deve piuttosto ricordarsi che la fragilità può essere la vera forza, e che solamente chi ha il senso della fragilità avverte il bisogno dell’altro, e permette di capire e di condividere quella dell’altro. Può aiutare a capire quello che dico il riferimento a Cristo, il quale non ha avuto paura di apparire umano e fragile, ad esempio nel Getsemani. Ogni uomo è fragile, e può fare molto proprio perché avverte questo limite, e in alcuni momenti e circostanze lo sente di più. La forza della fragilità. Pensiamo per un istante al fascino che ha saputo esercitare quel grande papa che è stato Giovanni Paolo II, il quale negli ultimi anni si potrebbe dire che era solo fragilità. Ma proprio da quel volto distrutto, da quelle parole stentate, il popolo coglieva amore e aiuto. Ricordo un altro papa che mostrava tanta fragilità, e che sembrava uno stelo piegato, pronto a reclinare: papa Paolo VI. Esempi di fragilità e al contempo di grande forza, della forza della fragilità.