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Diciottesima puntata (11 giugno 2008)
Fierezza nel sacerdote

di Vittorino Andreoli

Credo che la percezione di essere figli di Dio, nel senso non di un’affermazione di principio ma di esperienza che ne attesti il coinvolgimento, debba essere una condizione esistenziale straordinaria, capace di dare forza, di togliere molti dei dubbi e delle delusioni che la condizione umana attiva e alimenta. Di conseguenza, credo che il sentirsi toccati dal Signore, e investiti dalla sua forza, possa diventare fonte di fierezza. Un sentimento che può essere ben compreso anche da chi non ha avuto una simile esperienza.

Quante volte passando dalla stima per una persona e per le sue doti di intelligenza all’affetto, se non addirittura all’amore per lei, si prova voglia di stare in sua compagnia, al punto da sentirne la mancanza quando si è lontani? Così, ma ancor di più, deve essere per chi abbia un giorno incontrato il Signore, e si sia sentito da lui scelto e amato quale discepolo, anzi quale suo ministro.
Capisco dunque, psicologicamente, chi si trova in questa situazione: ne è fiero, anche se avverte il senso di responsabilità che discende dal condurre una missione nel suo nome. Capisco che questa pienezza traspaia da ogni aspetto della personalità, e persino dall’atteggiamento fisico.

I rischi dell’appartenenza
Una tale condizione, sul piano umano, comporta un grande rischio, che mi pare sia stato previsto, se è vero che negli insegnamenti di Gesù viene bandito l’orgoglio quale atteggiamento negativo e del tutto inopportuno: specie per un sacerdote, che semmai deve mostrare l’umiltà del "Domine, non sum dignus": Tu mi hai scelto, ma io non sono degno, e se tu non mi darai un sostegno, io non sarò mai all’altezza del compito che mi hai dato.

Se non vi fosse questo freno, il sentirsi toccato da Dio potrebbe alimentare un atteggiamento insopportabile di sufficienza, quella che produce distacco dal prossimo, e che fa apparire insensibili verso chi non ha una pari fortuna. Si potrebbe arrivare a trattare gli altri con il "non ti curar di loro, ma guarda e passa". Un atteggiamento che taglierebbe fuori dalla propria prospettiva tutti i resistenti a Dio, tutti i non credenti che restano, consapevoli o no, in attesa di quella esperienza, per dare risposta al perché del mondo, dell’essere e non del nulla.

Insomma, il messaggio magari silenzioso dell’orgoglio per un’appartenenza ad un ruolo e a un gruppo, quello dei cristiani, allontanerebbe ancora più dal mistero e dalla fede chi non vi appartiene, e il sacerdote orgoglioso o superbo finirebbe per essere un rinforzo a non credere.

Per chi ha un’esperienza di Dio, le cose di questo mondo hanno spesso un senso diverso da chi le vede senza questa dotazione. E le distinte percezioni tra credente e non credente non riguardano solo Dio e la dimensione teologica, ma anche fatti relativi alla storia e al mondo, pesando nel giudizio soprattutto di un sacerdote. Ma questo senso di appartenenza non potrà mai risultare come la partecipazione ad un qualsiasi "club" basato sulla esclusività, se non nella separazione sdegnosa.

L’orgoglio, anche al di là degli eccessi, conferisce un’aria di superiorità che traspare anche se il sacerdote dovesse a parole dichiarare la sua modestia, o sostenere che il dono che ha ricevuto non si lega alle sue capacità e al valore umano personale. Dall’orgoglio promanano messaggi impliciti di supponenza e di prestigio, che allontanano, anzi fomentano fastidio e inimicizia, anche quando non c’è una motivazione esplicita a giustificarli. Messaggi che l’orgoglio invia attraverso la comunicazione del corpo, delle posture e persino dell’espressione del volto.
Sarebbe tempo di dare maggiore importanza a questo tipo di comunicazione, che il soggetto, non riuscendo a controllare, tradisce con la sua poca aderenza alle parole dimesse, svelando invece un certo che di arroganza dai suoi vari atteggiamenti.
Del resto, basta trovarsi davanti al cancello degli studi Rai per notare come, chi entra, cambia persino cadenza e movimento delle braccia e del corpo, e atteggia il tutto a una sorta di grandeur, che gli deriva dal contatto con i potenti. Dove non vige, nemmeno come forma di educazione, la regola del non travalicare. È l’atteggiamento di chi troverà sempre un potente di livello più elevato, da cui può dipendere una nuova prospettiva sulla scala del potere. Si sa infatti che il potere non giunge mai alla stazione ultima, c’è sempre un altro gradino da poter salire, fino a considerarsi un dio, e ritenere di occupare il suo posto.

Preferisco allora parlare di fierezza, che qualcuno potrebbe ritenere una forma di orgoglio mitigato e accettabile, se si limita a rinforzare il narcisismo buono, a dare fiducia a se stessi e forza nell’impegno, nella convinzione che è possibile farcela. Non deve tuttavia mai tracimare poiché allontana e produce prima antipatia e poi distacco. Anzi, può portare ad essere detestati.

Questo possibile errore comportamentale lo si può intravedere anche in alcuni cristiani, tra coloro che magari si sentono parte di un gruppo forte, o di qualche movimento che dà sicurezza anche impropria, perché dà modo di contare su privilegi e su una catena di opportunità mondane ad altri escluse.

L’esempio di Cristo
Inevitabile allora richiamare la figura di quel Cristo che mai è apparso in simili atteggiamenti, che mai ha allontanato da sé l’uomo, che riusciva a comunicare il proprio carisma anche ai suoi interlocutori più sofisticati e socialmente potenti: il suo definirsi povero tra i poveri, lui che poteva compiere miracoli, non può non far avvertire ridicolo, se non farsesco, qualsiasi potere che assurge sulla debolezza altrui.

Se è vero infatti, e lo dicevamo nei capitoli precedenti, che esiste il senso di solitudine e la paura di non essere all’altezza del proprio compito, bisogna dire che esiste anche un atteggiamento antinomico, che è distruttivo di ogni relazione; in quanto il potere è di richiamo agli altri ma solo per rendersi ancor più esplicito; il potere mai ha realmente bisogno di qualcuno, giacché punta ad essere lui solo necessario.

Che cosa può produrre l’orgoglio nella vita di un sacerdote? Ad esempio può indurre a cercare rapporti con persone parimenti orgogliose, che si sentono forti ma di mezzi umani, terreni. Può indurre a cercare conforto in un gruppo scelto di persone affini, che si prestano a riflettere come in uno specchio le sue capacità, o le sue prerogative. Può spingerlo a creare alleanze e scegliersi i partners più esclusivi, o perfetti. Insomma lo può rendere un apostolo pieno di pregiudizi, di supponenza, di alterigia. Insomma, una contraddizione in termini.

Un atteggiamento, questo, che ricorda tanto certi intellettuali, che pensano di possedere una mente sublime, capace di pensieri inaccessibili agli altri. Una convinzione possibile solo se si è fortemente ignoranti e non si conosce la storia delle idee. Un certo modo di essere intellettuali denota la debolezza di chi ha riversato tutta la propria forza e la propria capacità di meraviglia nel cervello operando, rispetto al bullo di paese, un passaggio dalla patta dei calzoni alla testa. Io stimo i saggi, non gli intellettuali. I saggi sono persone fragili che hanno bisogno dell’altro e che sentono l’umanità come un insieme e non come una gerarchia di privilegiati per qualche organo del corpo. La fragilità è un modo di essere che si lega anche agli umanesimi, nulla a che fare con gli intellettuali che sono sempre cantori del re, sovente del re in maschera.
Il sacerdote orgoglioso e superbo finisce per operare un ulteriore spostamento, arrivando a ritenersi il bullo di Dio.

Il dubbio
Non si può affermare "io ho Dio" con la stessa presunzione con cui si afferma di possedere un’auto di grossa cilindrata o un abito di griffe esclusiva. Chi veramente possiede la fede, non può dimenticare il dubbio o la paura di perderla, di non meritare di essere ritenuto da Dio un proprio eletto; e lo sforzo che richiede per esserne degno dovrebbe cancellare ogni residuo di esaltazione che entra nello stesso processo che porta alla maniacalità, quel mettersi al centro di eventi sempre più grandi fino al delirio. E in questa errata interpretazione della propria posizione si finisce persino – ma qui entriamo nella patologia – per sentirsi uomini del tutto speciali, che si caricano di compiti che si vorrebbero derivanti addirittura da Dio mentre sono soltanto desideri umani, esagerati e strumentalizzanti la figura di Dio.

Credo che questa società si aspetti dal sacerdote la modestia che deve permettere a chiunque, fino all’ultimo degli umani, di avvicinarlo e di potere intrattenersi con lui per raccontargli le proprie paure, per chiedere un aiuto che riguarda sempre meno gli oggetti o i bisogni primari, considerata la rete di opportunità oggi attive sul piano sociale. E sono convinto che la grandezza della figura del Cristo, stia già nel suo proporsi semplicemente come uomo; e quindi ritengo che raccontare di Lui, parlare della sua persona e di come riconoscerlo, sia la più grande testimonianze che uno possa accogliere come aiuto. Richiamare a chi non ha niente o nessuno, che c’è un Cristo che si propone oggi come allora si proponeva lungo le strade della Palestina, mantiene un fascino incredibile anche per quanti non credono. Sa davvero di buona novella che permette di guardare oltre qualunque esperienza terrificante, oltre ogni cronaca insoddisfacente e ingiusta. I bambini in particolare, ma anche chi adulto si sente insicuro e preso dalla paura, l’ascoltano; e se la fanno ripetere. Il sacerdote è colui che meglio di chiunque altro può raccontare questa buona notizia.

Confesso che anch’io amo molto sentire raccontare la vicenda di Gesù, la amo nonostante abbia letto molte storie di Cristo, ufficiali e apocrife, ma il sentirla da una persona affidabile, da un sacerdote, ecco che diventa addirittura attuale, perché lui Cristo lo ha incontrato e sa come rendermelo presente. Ricordate le nonne di una volta? Sempre dolci, misurate, ma affidabili? Ecco, un paragone per il sacerdote, un paragone che spiazza e porta lontano da qualsiasi orgoglio imperioso e superbo. Lo so, non è un buon accostamento, ma penso proprio al grembiule di quella nonna, e lo accosto a quello del sacerdote, come a Cristo del giovedì santo. Un’immagine superata e vecchia? Che posso dirvi, anch’io del resto sono vecchio, ormai.

 

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Credo che la percezione di essere figli di Dio, nel senso non di un’affermazione di principio ma di un’esperienza che ne attesti il coinvolgimento, sia una condizione esistenziale straordinaria, capace di dare forza, di togliere molti dei dubbi e delle delusioni che la condizione umana alimenta.

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