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Diciannovesima puntata (18 giugno 2008)
Conflitti interiori: il dubbio di credere

di Vittorino Andreoli

Il conflitto è una contraddizione interna che il soggetto avverte e che gli genera disagio e mal di vivere. È come se nel profondo dell’uomo avvenisse una spaccatura del proprio Io, e una parte mostrasse di volersi comportare in una data maniera e l’altra in maniera diversa, magari opposta. Non necessariamente tuttavia la scissione è per opposti, tra un comportamento buono e uno cattivo, oppure tra un dottor Jekyll e un mister Hyde. Il conflitto inoltre non riguarda solo l’agire, ma anche il pensare, e sovente la mente sembra venire invasa da pensieri che non si ammettono, e che pur si insediano in chi contemporaneamente li rifiuta.

La psicologia ha lavorato molto sui conflitti. Freud in particolare li ha analizzati, e ha ipotizzato, ormai più di un secolo fa, che se non vengono elaborati e risolti generano ansia. Il conflitto primario è, egli diceva, tra Es e super Io, tra un’istanza istintuale che tende a realizzarsi (le pulsioni) e il super Io, che esprime il dover essere e quindi gli imperativi. Questo conflitto oppone due forze che potrebbero rendere addirittura impossibile la sopravvivenza psichica. Freud ipotizza che proprio da questo antagonismo profondo prende l’avvio un’altra istanza, l’"io", che tende a rendere possibili le pulsioni (l’Es) con le leggi e quindi con il super Io. Se non proprio con la stessa intensità, i conflitti quotidiani hanno un meccanismo analogo e pongono di fronte due istanze che, in quanto diverse, tendono a rendere difficile o impossibile l’azione. Tutto quanto abbiamo richiamato fa parte del comportamento "normale", e per certi aspetti il conflitto ha valenze positive.

Un esempio ci viene dall’adolescenza che è l’età della metamorfosi, del passaggio dalla fanciullezza all’età adulta (alla maturità, si diceva un tempo). In questo processo occorre staccarsi dai riferimenti parentali, che sono la forza e l’identificazione principale della fanciullezza, per non rimanere eterni bambini, e per stabilire relazioni allargate e in particolare con il gruppo dei pari età, come se essi costituissero una nuova famiglia sociale più idonea ad esplorare il mondo assai più ampio. Ebbene, questo conflitto è lacerante ma utile in vista di una autonomia da cui dipende anche la propria libertà. Occorre rilevare che i problemi del distacco sono piuttosto frequenti nell’arco della nostra esistenza: lo si avverte quando si lasciano i propri amici alla fine della scuola media o del liceo, o i compagni di lavoro se si cambia impiego, o i compagni di seminario dopo l’ordinazione sacerdotale.

Così avviene anche nei passaggi affettivi, quando una storia d’amore cessa e si deve guardare oltre: si sperimenta allora una particolare resistenza perché si capisce di non poter continuare quel legame che si fa distruttivo, ma contemporaneamente si ha paura di perdere quanto in passato si era ritenuto necessario, tanto che ci appariva persino impossibile di potere vivere senza. Un conflitto di notevole entità che sovente si manifesta con violenza nel distacco, come tentativo di togliere il problema eliminando il termine del conflitto, oppure con l’odio persistente che è un attaccamento che ha la stessa forza dell’amore. In questo caso la storia rimane presente nella mente, e quel legame non più concreto diventa ossessivamente pensato. Ciò che mi pare innegabile è il bisogno di risolvere i conflitti.

Non è pensabile usare la tecnica del dimenticare, che del resto non è dato neanche quando parrebbe di poterci riuscire: abbiamo soltanto depositato il ricordo nella memoria, che di tanto in tanto si attiva consapevolmente. Oppure, se lo abbiamo nascosto (rimosso) nell’inconscio, continua ad agire anche senza averne coscienza. Su questo principio si sono sviluppate delle tecniche di risoluzione dei conflitti: tecniche psicologiche, educative e anche di counselling (incluso quello spirituale). Il conflitto è, dunque, un’esperienza comune che, se non risolta, genera ansia e può diventare parte di una patologia psichica.

I conflitti nella vita sacerdotale
Il sacerdote, è bene non dimenticarlo, è un uomo e non sfugge certo ai conflitti e alla fatica di risolverli, e come tutti ha bisogno di qualcuno che in certi momenti e circostanze lo aiuti. Credo però che esistano dei conflitti legati proprio alla vita sacerdotale, che non è un "mestiere" che si possa compiere meccanicamente, giacché più di altri coinvolge tutto l’essere a partire dalle idee, dal credere, e poi dal vivere nel mondo con un progetto che è una vera e propria missione. Ebbene, ritengo che si debbano distinguere i piccoli conflitti dai grandi. E va da sé che noi vogliamo dedicarci a quelli più importanti, piuttosto che a quelli occasionali. Il primo di questi riguarda proprio la caratteristica principale del sacerdote, quella del credere in Dio e nel Cristo suo figlio che, venuto sulla terra a salvare il mondo, ha istituito il sacerdozio come struttura salvifica e la Chiesa quale arca della nuova alleanza, all’interno della quale si pone il sacerdozio stesso. Insomma, un primo conflitto può scaturire proprio dal credere. D’altra parte, il prete è colui che crede in Cristo.

La sua giornata inizia con un atto di fede, e il Mattutino in fondo questo è, un ribadire la disponibilità a stare con Cristo in maniera concreta: «Già la luce del giorno risplende, preghiamo Iddio perché dal male ci preservi». È impossibile, forse anche drammatico, pensare a un prete senza fede: è come se non avesse le gambe per camminare, o le braccia per accogliere una persona. Sarebbe un prete non prete, perché privato della forza per essere ciò che afferma di essere. Il credere cioè è conditio sine qua non. Eppure, la fede non è uno status fisso e intangibile, ma una realtà che muta e che nel tempo deve piuttosto lievitare. Qualcosa dunque di dinamico, che si può anche drammaticamente perdere, o sentire temporaneamente affievolita. Esiste poi il dubbio, e quindi la sensazione non di averla perduta, ma che fosse un errore pensare di averla trovata. Non bisogna dimenticare che il sacerdote è calato nel mondo e opera tra sollecitazioni che sovente sono poco invitanti al credere. Per questo gli si richiede una consuetudine vigorosa alla preghiera e per esempio gli si sollecita la partecipazione agli esercizi spirituali, il tutto come un ricostituente della fede.

I conflitti esistono e si rifugiano sovente nel linguaggio delle tentazioni, e se questo è un segno del conflitto allora occorre dire che nessuno deve sentirsene immune a meno di non essere pieno di orgoglio e di superbia. Cristo stesso ha vissuto le tentazioni, quelle del deserto ma non solo. È indubbio, lo ripetiamo, che una conflittualità superata è allo stesso tempo un rafforzamento del proprio credere. Per un sacerdote dunque il conflitto più grande è il dubbio sulla sua fede, avvertire nello stesso momento il richiamo a Dio e la sua negazione, o meglio avvertirne la presenza ma anche un certo abbandono, come non ci fosse più. È questa la più sottile delle crisi di identità. Credere o non credere: talora si obietta che Dio stesso si neghi per mettere alla prova e che dopo, soltanto dopo, riappaia. Come a dire, che il dubbio del credente sia utile, e persino – in ultima istanza – governato da Dio stesso che lo mette alla prova, e che dunque si tratti di un conflitto interpretabile nei termini di una dinamica della crescita. Io so che alcuni preti sono presi dal dubbio della fede, e che si tratta per lo più di un conflitto segreto, come se manifestarlo fosse ancor più penoso di ammetterlo a se stessi.

La preghiera
Ma è tempo di accennare alla preghiera e lo farò in semplicità, per quello che io non credente posso dire. Anzitutto ritengo che tutti gli uomini in qualche modo pregano, se si ammette che la preghiera non è, o non è solo, la formulazione precisa di testi e invocazioni. Se non è solo un pensare a Dio nel modo in cui il cattolicesimo insegna. Se per un attimo intendiamo per preghiera un certo atteggiamento che è coscienza dei propri limiti e delle proprie paure, della propria fragilità e persino della propria indegnità, allora – ripeto – tutti possono in qualche modo pregare. Perché è bene ricordare che il peccato trova fondamento nella vita di ciascuno, credente o non credente, e si identifica con un comportamento che il dover essere condanna. Il peccato è un atto rivolto anche verso se stessi, è un’auto-offesa prima ancora di diventare un’offesa a Dio, e come tale suggerisce il bisogno della riparazione; e poiché si è sbagliato si ritiene di aver bisogno di qualcuno per non ripeterlo. Ecco il fondamento dell’aiuto. E allora lo si chiede, e si entra nella preghiera rogatoria, che domanda aiuto per farcela. La preghiera è un comportamento straordinario che solo i superbi e i narcisi deridono. Si può pregare anche chi (per ora) non c’è e che si cerca, poiché l’uomo da solo in quel momento avverte tutta la sua fragilità e il suo limite.

C’è anche la preghiera senza voce, senza parole, quella di san Francesco che inginocchiato dice di non riuscire a pregare e ripete boh, boh, boh. Ma forse prega in maniera eccelsa. C’è la preghiera di chi si raccoglie in fondo al tempio come se temesse di non potere essere accettato da Dio. La preghiera è l’affermazione tacita, e sovente piena di timore e tremore, della propria incapacità e del bisogno di allearsi con un Dio che sappia dare senso non alla forza ma alla debolezza. E proprio attraverso la preghiera quel limite diventa virtù. E qui ancora ritorna il fascino per la vita del Cristo, intessuta di sudore e di sangue, di abbandoni e accuse e condanne a morte. Ricordo con commozione il comportamento di un prete amico da poco scomparso. Soffriva nel sapere che alcune creature si prostituivano, e allora la notte andava a trovarle. Si metteva in fila con la sua povera auto e quando toccava a lui, usciva dall’auto – non voleva essere nascosto – e diceva «Sorella, diciamo insieme un’Ave Maria?». Che meraviglia. E mi diceva che sempre quelle povere donne accettavano di pregare con lui, cercando così di coprire in qualche modo quel corpo in vendita. E aggiungeva: «Sono certo che lì, con noi, c’è Cristo». E don Primo Mazzolari che in un’omelia del venerdì di morte del Cristo disse più o meno così: Fratelli, oggi io penso solo a Giuda, a nostro fratello Giuda, al Giuda che è dentro di me e che forse è anche dentro ciascuno di voi. Penso a lui… Che preghiera stupenda, credo che a Dio sia piaciuta molto!

Ricordo anche quell’altra invocazione, addirittura evangelica: «Signore, insegnami a pregare». Sono convinto che quando ciascuno di noi – anche il sacerdote – chiede di essere aiutato a vivere il proprio ruolo o missione già prega, e lo faccia ogni volta che fa qualcosa che serve agli altri. La preghiera ha una forza straordinaria e non mi meraviglia che nel mondo sia ancora oggi la medicina più usata ed efficace, perché pregare significa credere, e credere in un qualcosa che è al di fuori di noi, serve a dominare i limiti che sono dentro di noi.

 

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