Avvenire Impegno Referendum

Ventesima puntata (25 giugno 2008)
Conflitti interiori: simpatia, credibilità e obbedienza

di Vittorino Andreoli

Per obbedire occorre essere liberi, trovarsi cioè nella condizione di dire anche no. Obbedire vuol dire che, avendo la possibilità e magari anche la voglia di dire no, si accetta un suggerimento e persino un atto di consegna, di comando. Dal punto di vista psicologico, l’ubbidienza è una scelta, dunque si impianta solo in una persona libera. Una persona affetta invece da grave ossessività, e quindi ingabbiata dentro azioni e gesti che sembrano quasi automatici, deve eseguirli senza potersene allontanare, e di fronte alla richiesta di non compiere quel gesto, può desiderare di non eseguirlo, eppure lo compie ma senza convinzione, senza adesione interiore. Se manca la libertà, lo strumento della volontà diventa impotente.

La volontà, che è decisione di fare o non fare, non funziona di fronte a un comportamento coatto, a una dipendenza. E chi prova ad opporsi e non ce la fa, si sente ancora più in difficoltà, poiché delude continuamente se stesso e chi gli ha fatto quella richiesta. Proprio per questo, stimolare la volontà è un esercizio utile, purché non ci si trovi in una condizione obbligante, e dunque in un meccanismo che è automatico e guidato da una dipendenza. Questo "dramma" lo si osserva anche in casi di persone che fanno sempre l’opposto di ciò che gli si chiede. Gli oppositivi. Sono dei dipendenti al contrario. Dopo questa premessa, è più facile – credo – affrontare il tema del conflitto di obbedienza quale può verificarsi nel sacerdote.

Il vincolo obbedienza-libertà è molto importante, perché solo in questo binomio si capisce il grande significato dell’obbedienza stessa. Innanzitutto come decisione di una scelta libera, dove l’uso della propria libertà è il segno più alto della personalità e delle condizioni di esistenza. Inoltre diventa un atto che trova giustificazione nell’amore. È come dire: "Mi chiede questo comportamento, che a me pare non vantaggioso sul piano dei risultati, ma ha in sé un contenuto d’amore e dunque lo faccio". E di conseguenza non è solo un gesto libero, ma anche un gesto che permette di esprimere l’amore, che è il tipo di rapporto e di donazione umanamente più alto. Ubbidire può significare anche il dare senso all’insieme di cui si è parte, invece che alla propria individualità. Cioè, l’ubbidienza è in qualche modo un gesto comunitario, che come tale potrebbe non essere vantaggioso per il singolo ma esserlo per la comunità di cui si fa parte. Una dimensione, questa, abbastanza carente nel nostro Dna nazionale, come nei sistemi educativi dominanti nel nostro contesto culturale, perché centrati sull’individualismo quale misura di tutte le cose.

È possibile che il bene personale appaia in conflitto con quello più vasto riguardante un insieme di persone o di fedeli. Ma così, quel che prima appariva inaccettabile, alla luce di un significato più ampio e comunitario può risultare non solo giusto ma necessario. Il padre che chiede al figlio di agire in un certo modo ha davanti una serie di aspetti che ad un giovane fatalmente sfuggono. Altrettanto mi pare si possa dire per una diocesi, e quindi del rapporto tra sacerdote e vescovo o religioso e il suo superiore. C’è la possibilità che lo scarto di approvazione personale o di non approvazione circa una richiesta che viene dal "capo" dipenda dallo spettro più ampio di valutazione che il superiore considera e che può sfuggire completamente al singolo, che se lo conoscesse modificherebbe la propria posizione.

Non c’è dubbio poi che il nostro potenziale di disobbedienza o di accettazione dell’ordine dipende da elementi soggettivi: si pensi alla simpatia o all’antipatia. È dimostrato che queste sensazioni sono immediate e dunque si esprimono prima di ogni valutazione pensata, risultato di una deduzione e di un qualche giudizio. Un insegnante entrando il primo giorno in classe si trova davanti alunni di cui potrebbe fare una gerarchia che va dai simpatici agli antipatici, fino a chi già al primo sguardo appare insopportabile. E questi non hanno ancora fatto nulla, nessun gesto: sono solo stati osservati. Ed è inutile negarlo, l’interrogazione fatta a un ragazzo simpatico o a uno antipatico è totalmente diversa, anche se il docente pensa di controllarsi e dunque di applicare una tecnica obiettiva che non sia influenzata da quei sentimenti.

La scelta tra l’antipatico a cui si dirà tendenzialmente di no, e il simpatico a cui si cercherà di rispondere sempre di sì, dipende da un meccanismo proprio del nostro cervello. Esiste la memoria delle immagini e dentro ciascuno di noi c’è una galleria di volti che noi riesaminiamo a seconda degli incontri e delle esperienze esistenziali fin dai primi giorni di vita. Ebbene, ognuno di quei volti che richiama un’esperienza di vita è associato al sentimento che ha prodotto. E quindi un volto è connesso a una sensazione di gioia, un altro a una esperienza di paura, un altro ancora ricorda una baruffa. Questo legame tra volti e sentimenti fa sì che l’insegnante, il quale entra il primo giorno guardando in faccia l’alunno del primo banco trovi automaticamente che il suo volto gli richiama un’esperienza piacevole, mentre quello dell’ultimo banco il volto di una esperienza traumatica, e così si fissano entro la galleria dei nuovi visi che richiamano le stesse reazioni emotive.

Sempre secondo i meccanismi biologici, questa galleria ha un significato difensivo; e molti volti sembrano già fissati nella galleria in maniera innata, dunque non legati all’esperienza del singolo. Se un cerbiatto non avesse già prefissato il volto di un leone, vedendolo la prima volta non scapperebbe e ne sarebbe azzannato, mentre sappiamo che l’istinto gli suggerisce di scappare immediatamente. Nel caso dell’uomo, il viso di un bambino sembra prestampato, e a ciò si lega il generale senso di difesa e di simpatia che tutti provano di fronte ad un bambino, indipendentemente dall’esserne la madre o il padre.

Insomma, simpatia e antipatia incidono su quella libertà che diventa, sia pure nella condizione non di una dipendenza ma di una influenza, il potenziale per accettare l’obbedienza o per dire di no. Ho ricordato meccanismi che sono certo più complicati, perché non bisogna sentirsi colpevoli per il fatto di provare simpatia o antipatia; ma non bisogna nemmeno negare di provare simili sentimenti, quanto averne consapevolezza per mitigare la diversità di attitudini che possono pesare molto nei nostri atteggiamenti educativi e anche relazionali, fino a farci diventare tendenzialmente convergenti con un vescovo e scoprire di non esserlo affatto con il suo successore. Insomma, in questa dinamica anche i vescovi possono essere simpatici o antipatici, così come i sacerdoti per il proprio pastore. E in questo senso non c’entra la teologia, la santità, la serietà, ma il complicato gioco dei sentimenti e dei meccanismi di difesa naturali, che servono per sopravvivere. Ma al di là di queste dinamiche occorre soffermarsi specificamente sul tema dell’autorità vera e propria.

È esperienza comune trovarsi di fronte a personalità autorevoli e ad altre che pur se ammantate di potere ne sono prive. È facile definire l’autorità, ma molto più difficile è capire perché una persona venga collocata tra quelle autorevoli. Si tratta di un insieme di elementi, e certamente alcuni sono incontrollabili, perché anche la simpatia vi contribuisce, almeno a comprendere quella parte dell’autorità che chiamiamo carisma e che veramente sfugge a ogni definizione da manuale. Contribuisce all’autorità la conoscenza, ma anche la saggezza che non sempre è proporzionale al conoscere. Vi concorre poi il modo di fare, che si lega alla gentilezza o a un atteggiamento di imperio, che si esprime persino con la figura fisica, con la postura; e non è certamente influenzata dal denaro: ci sono figure come Gandhi che hanno avuto autorità mentre era povero e dichiarava di non volere il potere.

Insomma, nessuno sa dire perché sia più facile obbedire ad una persona autorevole rispetto ad un capo che sembra non avere simili caratteristiche o per lo meno che non attiva la sensazione che egli lo sia tra altri di pari dignità. Importante è insomma la coerenza di comportamento, la fedeltà. Ecco una parola che ha un peso notevole, e che si lega almeno etimologicamente a fede. L’autorità è coniugata alla fiducia. L’autorità è al contempo una persona di fede a cui si crede. E se si crede non si è portati ogni volta a capire, ad analizzare cosa affermi e perché lo faccia, ma ci si affida. Sono convinto che la misura dell’autorità sia fondata dalla fiducia e dalla "fede" che quell’autorità sa attivare. E dunque l’autorità è la condizione che rende credibile una persona e non solo per le argomentazioni del suo dire ma per il fatto di dire. Ciò che egli afferma è vero senza doverlo dimostrare.

Senza accorgerci siamo arrivati alla dimensione spirituale. Dal mio punto di vista, l’autorità ha un versante sacro, e questo dà sicurezza. È uno a cui si può ricorrere, si può chiedere, e ciò che egli dirà diventa quasi un ordine, la soluzione della questione che gli si è posta. È bella l’espressione: è un uomo di fede, sia nel senso che è credibile sia per quello in cui crede, e per il cristiano forse i due aspetti si sommano: se uno è credibile, è anche credente, e viceversa. Il credere afferisce alla dimensione dell’essere creduto. In fondo, c’è un gioco dell’autorità. È come dire: "Io prendo autorità non da me stesso, ma dall’essere sacerdote di Cristo, in quanto ho fede in lui, e questa autorità si riversa anche su di me. Poiché credo, divento credibile e quanto più rivelo la mia fede tanto più sarò degno di fede. E se sarò degno di fede sarò anche ubbidito, ma soprattutto avrò la forza di chiedere ubbidienza poiché la fonte che me ne dà la forza è a mia volta un’autorità, Cristo".

È bellissima questa corona di spostamenti che portano al "motore immobile" della credibilità e della forza per l’obbedienza. Io non ho mai il coraggio di comandare poiché dovrei fondare questa richiesta su di me. E come fa un uomo a comandare un altro uomo? In nome di cosa? Di un potere umano? È troppo poco, e sovente si tratta di un raggiungimento che non merita rispetto perché magari è frutto di una posizione estorta. Sovente dico di affermare ciò che sostengo poiché un maestro autorevole lo ha già sostenuto, e nel discorso mi capita sovente di dire, io affermo e molti lo affermano con me, e magari li cito per rinforzare la mia debolezza nell’affermare e nel richiedere di essere creduto.

 

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