Avvenire Impegno Referendum

Ventunesima puntata (02 luglio 2008)
Conflitti interiori: l'amore

di Vittorino Andreoli

Confesso di avvicinarmi alla riflessione odierna con qualche esitazione. Perché se il tema l’amore mi richiama un’esperienza che ho personalmente conosciuto, esso resta per me arduo se lo accosto alla dimensione esistenziale del sacerdote. Trattandosi potenzialmente dei conflitti più intimi, sono ragionevolmente persuaso che essi possano essere motivo di esitazione e forse anche di qualche conflittualità. Dico subito infatti che nel parlare di relazione d’amore, la sessualità è qui altro rispetto alla sessualità che è coinvolta ad esempio in un rapporto mercenario. Nella mia visione infatti il sacerdote non fa (solo) promessa di castità, ma si impegna anche sul piano dell’amare.

Parto da alcune storie di sacerdoti che, nel tempo, hanno chiesto di parlarmi, per raccontare il loro vissuto. Storie che potevano essere nate da un incontro casuale, mentre svolgevano il loro ministero, dall’ascolto che hanno dato a una donna, ad una fedele che si era rivolta a loro per aiuto, per conforto. E da qui, attraverso una serie di incontri, di consigli, di confidenze, che rientrano strettamente nel ministero del sacerdote, si sono scoperti coinvolti in un rapporto che andava via via differenziandosi da quelli consueti; cominciavano ad accorgersi che quella precisa storia occupava la loro mente più del solito. E qui inizia la sofferenza. Dilaniati dal conflitto tra ciò che come sacerdote uno dovrebbe o avrebbe già dovuto fare, esplicitando la difficoltà in cui si trova, e il desiderio scoperto di continuare una relazione che lo sta cambiando, con evidenti segni di gioia, di desiderio di fare, addirittura talvolta di pregare di più per essere aiutato dal Cielo.

Non è mai chiaro quanto l’altra persona dall’inizio sia coinvolta, nel senso di essere consapevole del travaglio che sta ingenerandosi nel sacerdote. Personalmente, tendo a pensare che, essendo impossibile nascondere i sentimenti anche da parte della persona più rigidamente razionale, la cosa sia chiara a entrambi, sia pure attraverso una comunicazione non verbale o una comunicazione nascosta. Non si esplicita ciò che è vissuto, e dunque ciò che in altro modo è comunque chiarissimo. E anche se dall’esterno stiamo parlando di modalità ordinarie nella vita di un sacerdote, ad un certo punto accade sempre qualcosa che cambia il segno: una stretta di mano che diventa uncinante e dura all’infinito; un abbraccio fraterno che si carica emotivamente di altre valenze, fino a quando succede che uno sente l’altra come mai era successo prima. A partire da quel momento gli incontri si fanno segreti, come se tutti potessero scoprire una storia particolare. E il sospetto inizia proprio da quando il segreto si è esplicitato davanti a loro stessi. Entrambi sembrano in preda a una metamorfosi, di comportamenti, di sentimenti e di idee. Insomma, è nata una relazione di grande forza e ci vuole poco a capire che potrebbe trattarsi di amore, e lo si svela proprio quando lui, il sacerdote, dice a lei che il suo ministero non ammette legami che non siano spirituali, e dunque mentre si cerca di mettere freni ci si accorge anche che ci sono molte accelerazioni.

Questi racconti in parte mi inteneriscono, perché da uomo sposato so che cosa significa amare una donna, e quale sia per una donna la forza che ricava dall’amare un uomo, soprattutto se si tratta di un uomo speciale. Talora le donne cercano un padre, un uomo credibile tra tante esperienze naufragate e magari trascorse da un amore apparente a uno di sfruttamento. Se c’è fiducia nel sacerdote, questi diventa anche l’uomo a cui ci si affida, e contribuisce a fare sì che lo slancio sia senza freni perché lo stimano, hanno la fiducia che deriva dal ruolo prima di tutto, e non dall’esser uomo. Amori forti, talora sconvolgenti. Ma il sacerdote – almeno lui – conosce anche un amore che non tutti conoscono: l’amore per Cristo, e attraverso Cristo l’amore per Dio. E in questo caso il legame è diverso perché, pur svolgendosi su un altro piano, coinvolge la mente, l’anima, la persona tutta. Di qui il conflitto tra l’amore umano e l’amore divino.

Un conflitto strano per uno psichiatra: se finora ho presentato il conflitto come due desideri contrastanti e contemporanei dentro l’individuo, da una parte il bene e dall’altra il male, diventa adesso impossibile definire l’amore come il male. Verrebbe da dire che in questo caso il conflitto che si pone nel sacerdote è tra due beni. Ma come è possibile che ciò che è bene divenga male in una contropartita in cui invece l’amore vero e buono è quello per il Signore? Tenterò di non impantanarmi in un ragionamento astratto, per mettermi invece nei panni di un sacerdote. Mi pare infatti che il conflitto sia riconducibile a questi termini: il sacerdote nella promessa fatta a Dio, davanti alla Chiesa, s’impegna a non amare un altro essere umano in un legame esclusivo o che tende a diventarlo, e che richiede attenzioni e comportamenti riservati e speciali. E fa questa promessa non perché ignori quanto sia bello il legame umano, quello che molti cristiani seguono nella loro storia di vita. Egli sa, per il vissuto altrui, per ciò che gli viene spiegato o può almeno inizialmente aver lui stesso vissuto, sa a che cosa rinuncia, ma al contempo avendo scoperto un altro amore che è quello del Signore per lui, e la risposta sua al Signore, sa che è un’esperienza altrettanto straordinaria, anzi ancora più straordinaria; anche se ciò non è facile ammetterlo per chi conosce solo l’amore umano. Dunque, il sacerdote non può dedicarsi a un amore umano perché non realizzerebbe un’altra espressione d’amore rivolta a un "oggetto" diverso: non a una donna ma a Dio. Questi schematicamente i termini del potenziale conflitto.

Ma ecco un’altra parte della storia: nei sacerdoti che io ho seguito (e non sono certo numeri statisticamente interessanti come quelli che tanti citano come dati raccolti sul campo, non so sulla base di quali ricerche) a un certo punto si forma l’idea, che potrebbe anche farsi convinzione profonda, che l’amore umano sia possibile non come alternativo a quello verso Dio, ma del tutto compatibile, e anzi che i due insieme, l’amore umano e l’amore divino, si rafforzino e permettano ai due amori di essere più intensi. In tutte queste storie c’è un capitolo in cui i due innamorati insieme pregano, e insieme si dedicano a esprimere l’amore per il Signore. In alcuni casi si è giunti a credere che fosse lo stesso Dio, la Provvidenza, ad aver mandato la nuova esperienza, magari per stimolare una vita sacerdotale che si era intiepidita o un poco burocratizzata.

Non importa se nel frattempo questo amore si esprime anche attraverso i corpi, e dunque che andando contro la castità mette il sacerdote in una condizione di grave difficoltà nei riguardi di se stesso e verso la Chiesa: egli non solo non confessa questo amore e non considera la relazione peccato, ma la persegue sempre più convinto che sia impensabile abbandonarla. E, d’altra parte, a questo punto l’abbandono porterebbe probabilmente l’amata ad uno stato di delusione, di depressione, di maltrattamento, di dolore.
E il conflitto diventa drammatico: da interiore si porta presto fuori dalla dimensione personale o di coppia, e lo si sposta sui limiti indicati dalla dottrina e dalla autorità ecclesiastica, che impediscono ciò che è "naturale", mentre sarebbe così bello esercitare la funzione e la missione sacerdotale anche dentro un legame matrimoniale. Ma è a questo punto che bisogna rientrare nella realtà del sacerdozio: e non tanto (o non solo) per richiamare il fatto che le promesse vanno mantenute e che se si sbaglia "semplicemente" occorre pentirsi, confessarsi e accettare la pena. Se ci sono casi in cui questo è difficile, e nessuno lo nega, non si deve tuttavia entrare mai in quella specie di sindrome del risarcimento, spostando cioè la propria colpa (che non si avverte certo come tale) su una istituzione, ma si deve ammettere di fare una scelta differente e dunque la necessità di uscire da quella situazione, che non significa uscire dalla fede nel Signore ma "semplicemente" da quella modalità che si era scelta per servirlo e seguirlo.

Il conflitto insomma, come a me appare, è tra due amori, e sono convinto che nemmeno all’interno di una psicologia meramente umana siano ammessi due amori contemporaneamente, poiché uno sostituisce l’altro. Ritengo poi che la missione del sacerdote richieda di amare Dio per farlo amare da tutti, mentre non è possibile far amare da tutti il proprio "oggetto" d’amore terreno. E basterebbe pensare al sentimento della gelosia, per far apparire ridicola una certa pretesa. Proprio questo infatti differenzia i due amori, poiché nel caso del Signore l’amato vuole mostrare e raccontare a tutti il proprio amore per Cristo fino a condividerlo con il mondo intero. E non c’è mai gelosia per il Signore, ma voglia di un amore che contagi tutto il genere umano. Inoltre, io penso sia veramente possibile che l’amore per Dio superi ogni altro tipo di amore che lega due esseri umani in senso totale, mentre lascia spazio ad un amare che è quello di riportare tutti verso l’unico amore assoluto, anzi verso chi per definizione è Amore ("Deus caritas est").

Per questo e sulla base di queste considerazioni io capisco che si possa entrare nel conflitto dei due amori (mi piacerebbe chiamarla la sindrome del doppio amore), e capisco come un’istituzione quale Chiesa pretenda che chi si sente chiamato alla vita sacerdotale debba rinunciare a un amore terreno, che diventa incompatibile con ciò che la Chiesa oggi richiede per realizzare storicamente la propria missione. E il termine storico mi permette di non scandalizzarmi se in altri periodi, a partire da quello apostolico, i pastori (o alcuni di loro) avevano moglie e figli. La Chiesa evidentemente acquista una chiarezza progressiva su quella che è la sua missione, e a questa adegua le sue strategie e le sue regole. E ciò senza che l’amore umano possa considerarsi un male (ci mancherebbe), è semmai un bene diverso rispetto all’altro.

 

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