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Ventiduesima puntata (09 luglio 2008)
Conflitti interiori: essere senza avere

di Vittorino Andreoli

Continuiamo a parlare dei conflitti con cui può imbattersi un sacerdote, non senza aver precisato ancora una volta che tali conflitti non sono affatto "obbligati", e che pertanto per molti – sacerdoti e no – quanto detto a tale proposito rimane sconosciuto.

Ad alcuni anzi potrà sembrare addirittura impossibile, qualcosa di totalmente estraneo alla vita sacerdotale. Conviene tuttavia essere aperti a simili storie, perché è un modo per scongiurarle.
In questa cornice, accenniamo al conflitto "essere senza avere" che fa riferimento, in maniera più vasta e profonda, alla promessa di povertà. La formula usata richiama quella di Eric Fromm e la sua felice distinzione tra essere e avere. Questi sosteneva che l’uomo è passato dal parametro dell’essere, e quindi del che cosa un uomo è, al parametro dell’avere, a quello cioè che possiede. E l’essere, osservava Fromm, oggi non ha senso, mentre ne ha persino troppo chi possiede e chi si addobba di quanto possiede, diventando oltre modo visibile grazie alla ricchezza e all’immagine che si procura grazie alla ricchezza stessa.

È chiaro che questo mondo è estraneo al sacerdote, che invece è attratto dall’essere. Tuttavia non ci possiamo nascondere casi in cui si usa il sacerdozio per sembrare più di quanto in altre vesti si riuscirebbe ad apparire. I narcisi ci sono anche tra i preti, e non mancano i preti da televisione, ma sono pochi. Ma poi non è di questi casi estremi che voglio parlare.

A me pare che la distinzione tra l’essere e l’apparire serva a meglio definire l’inutile di questa società a cui spinge l’industria del profitto. Perché se la povertà è la mancanza del necessario, la ricchezza coincide con la ricerca dell’inutile. Ed è chiaro che quel che è inutile per molti diventa necessario per altri, al punto che si potrebbe facilmente pervenire ad un apprezzabile equilibrio sociale, diminuendo la ricchezza in modo da sanare almeno la povertà estrema.

Mi scandalizza sempre il constatare che esiste un’industria del lusso che basa la propria logica nell’immettere sul mercato qualcosa di inutile e in più di esclusivo e a prezzi abnormi, in modo che solo pochi possano arrivare a possederlo. È del tutto evidente che il disporre dell’inutile, per chi sovrappone l’avere all’essere, non fa che rendere necessario proprio il non essere.

Il prete dovrebbe provare un grande dolore di fronte al lusso, alla filosofia del lusso, agli oggetti che sono talmente inutili da necessitare di lunghe spiegazioni per svelare a che cosa potrebbero servire, talmente sono fuori da qualsiasi logica necessitante, anche se ciò finirà per essere la loro fortuna. La fortuna dell’inutile assoluto in una società del lusso.

All’altro estremo c’è la miseria, la privazione di tutto. La miseria è una condizione psicologicamente tremenda perché porta di fatto a dipendere da tutto, anche dalla ricchezza e dall’inutile della ricchezza.

Al di là dei casi estremi, capita che il sacerdote possa sentirsi in colpa per il fatto di possedere qualcosa di non necessario, e dunque possa sentire il conflitto legato alla difficile soluzione di cosa oggi debba ritenersi essere e non avere, e quindi cosa superfluo invece che decoroso e necessario non solo alla propria persona, ma al proprio ruolo e quindi al fatto di appartenere alla chiesa.
Il computer è oggi uno strumento che serve anche al sacerdozio, alla informazione che serve per entrare in sintonia con i propri fedeli. L’auto non è più da considerare un oggetto di lusso come certamente lo era quando la Fiat ha aperto i battenti. Il telefono portatile è entrato tra gli oggetti necessari per vivere. Credo che ormai facciano parte dell’essere anche se si possono portare esempi in cui tutto ciò è ignorato o rifiutato. Essere vuole dire anche efficienza.

Gli oggetti poi acquistano significato diverso a seconda dell’uso che se ne fa. Poiché il sacerdote è l’uomo del tempio, egli deve provvedere a ciò che serve a mantenere la sacralità del luogo, e deve quindi avere ciò che serve alla sua immagine sacerdotale proprio mostrando una chiesa in ordine più che un’auto sempre splendente o il telefonino ultimo modello.

Insomma a me pare che il sacerdote debba appropriarsi di oggetti che aumentino le possibilità dell’essere, ma soprattutto che possegga quanto serve a richiamare i fedeli nel tempio, a cominciare dal riscaldamento d’inverno. Non è pensabile che la gente stia al freddo durante la funzione religiosa né immaginare che essendo tutto nelle mani del Signore anche il raffreddore dipenda da lui e quindi se lo manda vuol dire che ha un senso. Mi pare che un luogo del Signore oggi vada riscaldato, se non altro perché ormai tutto è riscaldato, dalle case agli uffici della burocrazia di Stato. Mi pare che debba possedere quanto serve anche alla sua persona. In passato i preti di strada erano molto attenti a non indossare abiti costosi, limitandosi a fare come certi giovani che "arredano" i blue jeans per renderli più attraenti.

Ho finito di apprezzare questa maniera di vivere bohemien del prete, quando ho conosciuto un prete di strada che poteva chiamare tutti i rappresentanti del potere, da quello politico a quello industriale, per chiedere ciò che voleva, anche l’inutile. Era vestito da nessuno, ma contava più di un porporato. Era insomma ricchissimo anche se non aveva una lira in tasca. Poteva comperare un palazzo, e infatti viveva in un palazzo regalatogli senza chiedere, dunque andava considerato come un atto della provvidenza.

Bisogna stare molto attenti nel giudicare un sacerdote a prima vista, perché potrebbe presentarsi seguendo le leggi dell’apparire che paradossalmente possono portare alle regole dell’apparire al contrario.

Del resto qualche dubbio mi viene guardando i guru della moda dopo una sfilata di abiti e modelle. Vengono in passerella a ringraziare il pubblico trasandati, con una camicia sgualcita e un paio di jeans sciupati, sovente rotti: roba da fare pietà, ma posseggono un impero.
Ogni sacerdote deve avere ciò che gli permette di essere senza decorazioni o fronzoli, e ciò dipende dal ruolo prima che dalla personalità singola. E certamente fa differenza il presentarsi nel tempio o anche fuori delle funzioni liturgiche, rivestito del ruolo sacro.

La condizione migliore per il sacerdote è quella di sentirsi necessario (per la funzione non necessariamente per la sua individualità) alla comunità, e questa dovrebbe prendersi cura anche dei suoi averi. In questo caso è la stessa comunità a decidere, attraverso ciò che dà, a come debba mostrarsi il proprio pastore. Ciò presuppone un’unità d’intenti, e un legame vero, un’attenzione che non lascia mai il sacerdote solo, ignorato. Mi piace l’idea che se uno agisce per la comunità, sia pure per una funzione che ha una dimensione non produttiva in termini materiali ma per il cielo, non debba pensare a nulla perché è la comunità che si chiede di cosa egli abbisogni. In questi casi egli non deve nemmeno pensare all’avere, ma dedicarsi tutto all’essere. All’opposto chi è senza comunità o chi è invisibile al suo interno, si sente solo e allora è portato a pensare anche a questa dimensione, e a farlo senza la fiducia che gli deriva dalla sua missione riconosciuta e vissuta. In questo caso non solo tenderà ad avere, ma a mettere da parte per avere sempre di più e per sempre; e in queste circostanze tenderà a entrare nella logica comune e a non differenziarsi dalla cultura dominante. Il sentirsi isolato genera paura e la paura porta a difendersi e a mettersi dietro difese che prevedono anche l’avere, in una società che ormai offre certi servizi solo per coloro che hanno, che possono spendere denaro, simbolo dell’avere indifferenziato. La dimensione più bella è quella del sacerdote che non ha nulla, ma che è parte integrante di una comunità attiva e attenta, dentro un gregge che gli vuole bene.

Io credo che questo costume sia ancora presente nella tradizione delle comunità cristiane e le offerte libere, senza nome, e le stesse elemosine raccolte sempre durante le riunioni della comunità, siano ancora un segno di legame, di comunione e sensibilità verso i bisogni del proprio pastore.

Ma c’è un’altra dimensione che a me pare entri nel conflitto tra essere e avere letto sulla figura del sacerdote: la provvidenza.
È una parola straordinaria, l’immagine della speranza e forse della certezza che dietro ogni sacerdote, e anche ogni uomo, Dio c’è, e ciò garantisce che nessun sacerdote sia mai solo. Sento richiamare la provvidenza quando si parla di esigenze legate al possedere, la sento invocare per beni materiali, per denaro: la provvidenza degli affari. Io non so se questo sia possibile e lecito nella dottrina, a me pare tuttavia che un conto sia chiedere l’aiuto alla provvidenza e invocarne l’attenzione quando si tratta di necessità, di un avere per la comunità, mentre mi pare che una provvidenza personale che agisca attraverso elargizioni dell’avere e del danaro, non sia una provvidenza sostenibile. Ricorda un istituto di credito che dà per poi riavere il ritorno del credito con gli interessi. E poi come fa un sacerdote a chiedere per sé e non per il suo gregge? Insomma, non ho grande simpatia per una provvidenza che paga in denaro liquido e magari tax free.

In ogni caso mi pare di gran lunga meglio lasciare alla provvidenza di pensare anche a come intervenire per le esigenze del pastore oltre che per quelle del tempio, o forse nel tempio va inserito come elemento strutturale il sacerdote, piuttosto di quell’apparato ormai finanziario che regola gli "stipendi" e le pensioni del clero. Riconosco di essere lontano dalle logiche del tempo presente e di mostrare residui di un romanticismo del prete depassé, ma mi sembra bellissimo che almeno il sacerdote sia attaccato alla Provvidenza, quando tutto ormai è legato alla Previdenza, sociale: dalla Provvidenza alla Previdenza.

In questo c’è da intravedere una crisi della fede e un’agonia vera della provvidenza, che è prima di tutto speranza; un’attenzione invece che ai gigli del campo e agli uccelli dell’aria , alla quotazione della borsa di Tokyo.

 

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Il sentirsi isolato genera paura e la paura porta a difendersi anche con l’«avere», in una società che ormai offre certi servizi solo per coloro che hanno, che possono spendere denaroLa dimensione più bella è quella del sacerdote che non ha nulla, ma che è parte integrante di una comunità attiva e attenta, dentro un gregge che gli vuole bene.

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