Le diverse età
La vita è un continuum, una sequenza indivisibile dove ogni momento trascorso è al contempo parte del successivo, che ne viene informato. Eppure si sente il bisogno di dividerla in epoche, la vita, di mettere dei segni divisori, che sono sempre convenzionali e talora anche inutili. In fondo, dividere la vita in segmenti è come volere separare nettamente il presente da passato e futuro. Non diversamente accade anche per l’esistenza dell’uomo. Fino a 25 anni uno è giovane, ma in questo periodo occorre distinguere la fanciullezza dall’adolescenza e dalla giovinezza, anche se la fanciullezza a sua volta va separata almeno nella fascia da zero a tre anni e poi in quella fino a sei e un’altra che va dai sette alla pubertà. E poi l’adolescenza almeno in prima e seconda. E si giunge all’età adulta, dai 25 ai 65, un periodo lunghissimo. E poi la vecchiaia che si può distinguere in tre sotto periodi: quella dai 65 ai 75 dello young old (il giovane vecchio), del medium old (75-85) e dell’old old (vecchio-vecchio) oltre gli 85. Insomma, a voler separare, si scopre che è ridicolo anche solo il farlo.
E pur senza entrare in disquisizioni teologiche o filosofiche, già sulla base delle conoscenze umane e scientifiche possiamo dire che non è dato di considerare, da un certo punto in poi, l’arco della vita come una ineluttabile regressione o come perdita progressiva di funzioni, secondo l’immagine retorica ma non vera della candela che lentamente si spegne. Le conoscenze sul cervello dimostrano che anche nella persona anziana esiste una grande dinamica cerebrale e che il cervello non è una struttura fissa che lentamente si consuma, ma una realtà plastica capace di fare autoriparazioni e di attivare o rifare strutture cerebrali che prima non c’erano. E in questo senso la vecchiaia si mostra capace di nuove strutture, anche se segue interessi diversi. E le età della vita non sono solo fatti biologici, ma hanno una proiezione relazionale e ambientale. Di conseguenza, ci può essere un giovane che si chiude all’ambiente e risulta più vecchio di quell’ottantenne che invece è dentro il mondo e vi interagisce in maniera attiva. Oggi sappiamo che non è vero che nel vecchio la memoria si indebolisce sempre, ma che semplicemente risulta poco attiva per funzioni ormai divenute poco interessanti, mentre si attivano memorie che nella persona in età sono più richieste.
E basterebbe pensare alla nostalgia e dunque alla memoria rievocativa che ricerca nel passato e vi scopre aspetti che non erano presenti e forse non lo sono mai stati. Per quella via l’anziano trova la storia dentro di sé, ed è indotto a cercare di meno quella fuori, verso la quale ha minori possibilità di intervenire. Ed ecco ancora che le attività della mente dipendono dalle convenzioni sociali. Se con l’andata in pensione una persona cambia completamente stile di vita e attività mentali non si capisce perché dovrebbe rimanere ugualmente attiva la memoria di prima, magari per ricordare i numeri di telefono dei colleghi di lavoro. In realtà, con la chiusura di un ruolo sociale non cessa la vita, ma si aprono altre vie, altri ruoli, e di questo occorre tenere ben conto quando ci si avvicina all’età della pensione. Va da sé che una simile prospettiva valga anche per il prete, che da un certo momento lascia la cura d’anime.
Trovo che la pensione intesa nella sua cadenza radicale sia un errore per ogni persona, e confesso che mi stupisce un po’ "la pensione del prete", perché in questo caso assieme a tutte le dimensioni proprie del cervello e dell’operare sociale occorre tenere presente anche l’età dello spirito. Un sacerdote anziano che non sia affetto da malattie specifiche, è veramente un vecchio nello spirito o non piuttosto un uomo maturo che ha attraversato fatti e storie che lo hanno rinforzato nelle dinamiche verso la vita eterna? Occupandomi, per la professione di una vita, di personalità, so che esiste un’età psichica che non ha nulla a che fare con le funzioni corporee. Mi piacerebbe che si parlasse delle età all’interno delle comunità, poiché una comunità attiva deve avere al suo interno i giovani ma assieme agli adulti, senza però che manchino i vecchi, e in questo insieme ognuno assume una dimensione sociale e "funzionale" insieme agli altri e non come categoria separata da barriere assurde perché inconsistenti. Una comunità che non abbia al proprio interno i vecchi con un loro ruolo riconosciuto è una società morta, anche se anagraficamente avesse un’età media giovane; e certamente una casa di riposo composta esclusivamente di vecchi è un pugno allo stomaco, a cui non mi so abituare, e la sensazione non si attenua se penso che istituzioni simili esistono ormai anche per i sacerdoti.
Non si può considerare un uomo e la sua vita come quella di un paio di scarpe per cui tanto più invecchiano tanto più si deformano, si consuma la suola e si deturpa la pelle con cui sono fatte. Non può esistere un criterio di valore residuo, ma esistono della diversità, e dunque se un vecchio è indubbiamente diverso da un giovane, non lo è solo per un’unica dimensione. La diversità delle età dentro una comunità ha il senso di cui ciascuno è portatore proprio come le diverse specializzazioni rendono possibile a un gruppo molteplice di affrontare sfide differenti. E con queste affermazioni decise e persino provocatorie, accettiamo adesso di distinguere i sacerdoti in tre fasi di vita, solo per indicare alcuni compiti che si presentano, preferibilmente da legare a una fase invece che ad un’altra, e quindi secondo una distinzione funzionale che rende più facile attribuire alcuni compiti invece che altri, ma nell’ambito interno di un insieme in cui si svolgono anche le funzioni delle altre fasi della vita. Il che mi pare ancora più cogente se pensiamo alla caratura e ai destini di una comunità cristiana.
La prima fascia
Un tempo fin dall’età infantile si entrava negli ambienti di chiesa come se si trattasse di un luogo naturale, accanto all’abitazione della famiglia e all’edificio scolastico. Ma attrarre nel tempio, attivando dinamiche che stimolino l’interesse in particolare dei ragazzi e dei giovani, è indubbiamente un compito che possono meglio compiere i preti giovani. Se la chiesa poi deve essere presente negli ambienti frequentati dai giovani, perché là si può mostrare una visione, un senso differente da attribuire al divertimento, al lavoro e persino allo studio, anche in questo caso sono i preti giovani i più indicati a farlo. Ecco, io vedo il prete giovane come colui che si dedica a studiare strategie operative per attrarre i giovani nel tempio, per fare lì cose che forse il giovane di oggi pensa che si facciano solo fuori dal tempio. Perché si deve credere che la musica giovanile si possa vivere solo nelle discoteche, nei rave party, e comunque sempre in maniera estrema e magari sotto l’effetto di droghe? Perché non fare entrare in casa cattolica chitarre e batterie? Si è giustamente convinti che la Missa in do minore di Mozart vada ascoltata in chiesa, ma cosa si fa perché a gustarla ci siano anche i giovani, tutti i giovani di quell’ambiente e non solo pochi sofisticati? Immagino che i sacerdoti più giovani debbano considerare il tempio e gli ambienti connessi come luoghi tipicamente giovanili, e renderli ancora tali per i gusti dei nostri giorni.
Le zone in cui sorgono le parrocchie italiane, da qualche tempo, sono diventate troppo poco frequentate, e per troppe ore sono praticamente vuote. Perché non si va al largo e non si invitano quelli che lì vivacchiano ad entrare, a fare largo un mondo religioso sta diventando troppo piccolo? Constatando il degrado di certi ambienti giovanili, diventati luoghi di spaccio o di sesso casuale, mi chiedo dove stanno le alternative per trascorrere una serata fuori dall’ordinario, assecondando tuttavia la voglia di novità, la curiosità che è tipica di una certa età. Allora mi torna alla mente il tempio, e la sua bellezza, e quel senso di rispetto che incute, che però da sempre accetta di diventare familiare. Tutte le volte che mi reco nei paesi anglosassoni ed entro in quelle chiese spoglie, sento la mancanza della mia Chiesa e soprattutto dei suoi campanili, dove però suonano sempre meno le campane. Ecco, vorrei sentirle di più queste campane, e vorrei – pensiero pazzo? – che i campanari di oggi fossero giovani che inventano concerti per campana sola o per insiemi di campane: i quartetti di un tempo. Come un tempo, ma secondo l’espressione di oggi.
Senza essere per nulla un esperto di queste cose, mi piacerebbe che i giovani preti portassero quel che è possibile della chiesa là dove i giovani vivono e nel contempo portassero nella chiesa la cultura giovanile, sicuro come sono che Cristo è compatibile con questa cultura e che i giovani saprebbero aprirla alle dimensioni dello spirito e quindi all’eterno.
Voglio subito precisare due cose: la prima è che so perfettamente che ci sono gruppi che realizzano esattamente questo impegno di apostolato; la seconda che io apprezzo naturalmente anche le attività giovanili laiche che si muovono all’interno della società e con una missione terrena. Ma guardo sempre da una parte al numero e alla ricchezza dei nostri templi, e dall’altra ai giovani che non vi entrano. In ambito cattolico ci sono luoghi che rischiano di essere chiusi per una sorta di cessata attività, mentre ci sono giovani che non sanno dove andare. Anche coloro che non credono vanno aiutati a trovare gli stimoli adatti, e per aiutarli probabilmente occorre che si trovino vicino dei ministri adatti.
Le mie parole possono semplicemente esprimere un desiderio, ma che non è solo motivato dalla mia età; infatti trovo sostegno nel ricordo di un uomo che ha saputo radunare centinaia di migliaia di giovani, papa Giovanni Paolo II. E tra loro c’erano quelli dell’azione cattolica e dei vari movimenti cattolici, ma anche tanti giovani e basta. Quelle grandi manifestazioni, che per fortuna stanno continuando con papa Benedetto, e che sono il segno di una chiesa proiettata all’esterno, mi evocano i troppi vuoti che scorgo vicino a me. I vuoti delle nostre chiese, quando invece tanti altri luoghi traboccano di giovani: io questi altri luoghi non li condanno ma ritengo che meritino delle alternative, dei modi di stare insieme propri dei giovani che siano qualitativamente diversi.
Un giovane prete deve ricordarsi di essere esperto di giovani perché è giovane lui, prima di tutto, e poi perché è animato dalla voglia di stare con tutti i giovani e di presentare loro un Cristo giovane, ma sempre Cristo naturalmente. Non penso ai preti che non sembrano preti o che non hanno voglia di farlo, impegnandosi in altro. I giovani hanno bisogno del sacro e hanno bisogno di Cristo che può adeguatamente riempire la loro voglia di vivere e di amare. È un peccato che, pur essendo possibile, di fatto l’incontro non accada perché magari non si imbattono con il prete giusto.