È indubbio che anche il "mestiere" di prete lo si apprende con l’esperienza. E si può indicare la maturità come l’acquisizione di una presumibile pratica in grado di vincere le varie incertezze della fase giovanile. Nella nostra ricerca ci siamo proposti di indicare un compito che ci pare precipuo per ognuna delle fasi di crescita di un sacerdote, crescita che avviene indubbiamente anche in funzione dell’età, seppure questa non va chiusa entro delimitazioni che per essere troppo precise finiscono per diventare ridicole. Sappiamo bene che quello del sacerdote è un "mestiere" che prevede al suo interno varie mansioni perché tante sono le richieste della comunità. Se poi si pensa che sovente il sacerdote è solo nell’occuparsi di una parrocchia, può apparire semplicemente irrealistico indicare una funzione prevalente.
Rischio che io non vorrei correre, associando in particolare l’età matura con la dimensione più propriamente liturgica, e per questo dichiaro in partenza che l’insistenza su un versante, quello della liturgia, non significa affatto che il sacerdote possa tralasciare gli altri campi di impegno.
Devo, però, fin d’ora fare un’ammissione per fatto personale. Io sono affascinato dalla liturgia, e quando entro in un tempio e seguo una delle ricorrenze del calendario liturgico, rimango coinvolto dai gesti sacerdotali, dalla esecuzione dei riti, dalla ricchezza dei simboli che le cerimonie esprimono. Si pensi alla funzione ricchissima, insuperabile del Sabato santo, con la benedizione del fuoco e della luce durante la veglia pasquale. Da non credente, posso per un istante parlare di "teatro sacro" del quale io stesso sono partecipe? Un "teatro" in cui mi sento necessario, a differenza di quando vado al teatro-spettacolo. E so perfettamente che tutto seguirebbe quell’andamento anche se io non ci fossi, e anzi che tutto si svolge come se io non ci fossi.
Eppure, che devo dirvi?, la liturgia mi coinvolge, per questo la vedo ben interpretata dal sacerdote maturo, il quale compie gesti che non hanno molto senso per l’occhio di questo mondo, anche se interpretano benissimo l’anima religiosa di un’assemblea nel suo legame con il Cielo e con l’Eterno. E non importa che non capisca i dettagli, conta il sentirsi dentro, il sentirsi parte, e infatti mi infastidiscono le eccessive spiegazioni di quei sapienti che vorrebbero spiegare il Mistero, mentre lo si può solo avvertire e vivere.
Mi piacerebbe, ma chi sono io per dirlo?, che i sacerdoti fossero consapevoli che la forma esterna, da taluni – i sostenitori dell’essenziale – vituperata, è una dimensione in realtà fortemente ricercata dall’uomo, da tutti gli uomini. Le liturgie religiose sono linguaggi di fascino. La liturgia cristiana mette in scena Cristo. In questo senso è una liturgia straordinaria, che infatti può contare su percorsi narrativi di un fascino indicibile, su musiche bellissime. Mi viene in mente in questo momento la musica struggente di Joseph Haydn composta su "Le ultime sette parole di Cristo". Mi pare che si insista troppo sulla parola intesa come voce e non si tenga in sufficiente conto che la gente non ha bisogno solo di capire razionalmente o di acquisire informazioni storiche, ma di partecipare con tutto il proprio essere, e per questo la musica ha una funzione straordinaria, perché promuove le percezioni e rende possibile esprimere le proprie. Talora non si tiene conto a sufficienza forse del bisogno che c’è anche di silenzio, che la parola non sia scandita ma quasi soffusa, o semplicemente evocata. E uno dei motivi per cui amo moltissimo la liturgia cristiana, anche se sono certo di non conoscerla, è che fa sentire tutti uguali nel senso che a ciascuno è dato di potersi coinvolgere per ciò che è. Ricordo in una Liturgia del Venerdì santo di essermi sentito, anch’io osservatore esterno, così partecipe a quello che il sacerdote proponeva che ad un certo punto fui come trascinato a mia volta fino al Crocifisso, per baciare il Cristo morto. Quel sentimento mi percuote ancora e agisce ancora, come un indefinibile legame con quella storia sacra in cui Cristo muore per tutti, indipendentemente dalla professione di fede; e dunque forse anche per me.
Quando entro in una chiesa, visito – se è il caso – anche la sacrestia. E trovando un sacrista disponibile gli chiedo se c’è qualcosa di istoriato da vedere. Guardo allora le suppellettili sacre e ciò che merita delle vesti liturgiche, perché dicono la fede cesellata dei nostri padri, la loro ricerca di piacere a Dio, perché Dio per primo affascinava loro. Mi piacerebbe pure, ma credo di averlo già detto, che gli organi venissero sempre attivati e si creassero ancora altre scuole per la musica d’organo. Vogliamo pensare, per un attimo, alla suggestione che dà, quando uno entra in chiesa, il canto gregoriano? E non è forse quello un modo per avvicinarsi al sublime, che è parte viva della nostra cultura?
Che ci posso fare se mi piacciono i preti, non dirò colti o attrezzati di sociologia e psicanalisi, ma quelli che avvertono i linguaggi del Cielo, che riescono ad intuire che cosa veramente amano e cercano fedeli e non fedeli, tutti pellegrini insoddisfatti di questo nostro tempo? Il sacerdote non è colui che sa, ma colui che conosce chi sa e che conosce Colui che sa tutto. Ma conoscere un sapiente non significa essere sapienti o sapientoni.
Il prete maturo ha più facilmente la disponibilità ad usare la tonaca, e questo – scusatemi – non mi dispiace. Per carità, siamo tutti evoluti, e tutti sappiamo che l’abito non fa sempre il monaco. La tonaca tuttavia lancia il segnale esplicito di una appartenenza e di un coinvolgimento. Trovo geniale che un sacerdote valorizzi molto la liturgia legata al ciclo della vita, in particolare della nascita (il battesimo) e della morte. È fuori di ogni dubbio che si tratta dei due momenti di maggiore attenzione e mistero in ogni civiltà. E ancor fuori di dubbio è il fatto che il quelle circostanze il sacerdote maturo (ma non vorrei escludere alcuno) sa trovare parole e gesti che possano far significare ancor di più la liturgia, che va curata e – se serve – recuperata nel suo incedere espressivo e insieme misterico. Si può dire senza che alcuno si offenda che l’aver sterilizzato e isolato i momenti del nascere e specialmente del morire hanno fatalmente indotto anche ad impoverire preghiere e riti relativi? Si pensi, ad esempio, alla piccola celebrazione che precedeva (e ancora precede là e dove la si fa) il trasferimento del feretro dalla casa del defunto alla chiesa per il funerale. Davvero si pensa che sia tutta roba da buttare? Si dirà, ma è la gente che non vuole, che ha fretta, che intende ospedalizzare e tenere lontano, ed è vero. Ma è un processo irreversibile, o qualcosa è possibile fare per arrestare certe mode e lasciare che i misteri più grandi della vita lambiscano le case, e visitino i paesi come i rioni delle città? Non a caso i formulari di preghiera sono ricchi, a questo proposito. Sarebbe bello valorizzarli su larga scala, oltre ogni tentazione di sciatteria. Ma si pensi anche alle Messe da Requiem che sono tra le più belle composizioni della musica sacra di ogni tempo, e che ormai sempre più raramente vengono riproposte per i funerari "ordinari". Già, perché stiamo, senza rendercene conto, reintroducendo un criterio di reddito: la Messa "semplice" per i comuni mortali e Messa in canto solo per i funerali di classe.
La stessa estrema unzione finisce nella temperie sociale e culturale di oggi per perdere di significato, in quanto è l’agonia ormai a sparire dietro i paraventi degli ospedali e delle case di riposo, sottratta all’umanità dei rapporti e delle celebrazioni. Così il lutto è un termine che dice sempre meno, che soprattutto al nord d’Italia e nelle grandi città non segue più alcuna delle nostre consuetudini rituali e di costume, sfondando talora in ritrovi e buffet che tradizionalmente appartengono ad altre culture e raffigurazioni.
Eppure, trovo che questo momento storico abbia un bisogno enorme di liturgia, e abbia voglia di celebrazioni: lo si vede dall’importanza che vanno assumendo i locali e i ristoranti che si offrono per le feste di compleanno, per ritorni o partenze, per gli avanzamenti di grado: nessuno ha pensato che queste sono come nuove liturgie che gli umani si danno per sostituire le precedenti? Tutte situazioni comprensibili, e anche apprezzabili, ma non più quando vogliono surrogare in tutto e per tutto il gesto sacrale. Proprio per questo viene da chiedersi se non vi sia in atto uno spostamento di quel bisogno di liturgia che passa dalla sfera religiosa ai versanti più prosaici e commerciali.
Anche il cerimoniale degli eventi "civili" si è impoverito, per la difficoltà di dare un senso compiuto e chiaro agli accadimenti storici, e basterebbe vedere la confusione che domina sulla nostra Resistenza o sulle date che hanno "fatto" l’Italia. Le stesse ricorrenze possono essere viste all’incontrario, proprio per i nuovi significati storici che talora gli si attribuiscono. In questo modo, è evidentemente assai più difficile difendere una propria identità storica e sociale. Così è per la religione: e senza voler neppure per sbaglio entrare nel dibattito sulla religione civile, oso segnalare che è difficile alla lunga sostenere il nesso tra una fede e il territorio in cui essa prevalentemente si esprime se nell’arco, per dire, di un anno non si assiste mai a eventi, a celebrazioni che richiamino questo legame.
Sono perfettamente consapevole che su queste affermazioni generali occorrerebbe fare molti distinguo a secondo del tipo di ricorrenza e di luogo, ma sono certo che riporre una maggiore attenzione su tali circostanze potrebbe servire ad attivare appartenenza buona e voglia di essere più presenti e partecipi.
In più, mi sembrerebbe molto bello che il sacerdote, quando può, stia davanti alla porta della chiesa ad accogliere chi vi giunge per partecipare all’evento liturgico, di modo che questi si senta non solo accettato ma il benvenuto. Già avviene in qualche chiesa, ma assai meno di quanto capita in altri paesi e con altre religioni. Nell’insieme ho espresso – me ne rendo conto – una gran voglia di liturgia, consapevole peraltro che la liturgia oltre che preghiera è storia, è poesia, è cultura. Anzi, si potrebbe in qualche modo dire che la liturgia è la culla della nostra civiltà.