Avvenire Impegno Referendum

Venticinquesima puntata (30 luglio 2008)
Il sacerdote anziano

di Vittorino Andreoli

Ho inteso legare alle singole età del sacerdote (giovane, maturo, vecchio) il compito che, a mio avviso, meglio si associa a quel suo grado di maturazione e che è mi sembra anche particolarmente indicato per le esigenze del nostro tempo. Così s’è visto il sacerdote giovane girare per le strade a cercare i giovani e il sacerdote maturo immerso nella vita liturgica della sua comunità. Ora parliamo del prete vecchio e non avremmo alcun dubbio a caratterizzarlo come il prete della preghiera.

Un prete che vedo carico di anni e segnato dalla fatica. Perché la vita sacerdotale non è una scelta tranquilla, lontana dagli stress, come forse tanti pensano. Così un prete vecchio potrebbe avere poca voglia di parlare, e nessuna poi di gridare. Egli ha capito che ciò di cui il mondo ha bisogno non è la declamazione o l’iper-protagonismo, ma la preghiera, un atto che chiama in causa diretta il Signore, giacché pare che il mondo da solo, e l’uomo abbandonato al proprio delirio di onnipotenza, non possano farcela con le loro semplici forze. E allora occorre pregare per intercedere l’intervento del Cielo, come a richiamare Cristo nel mondo, lui il buon samaritano di tutti. Il vecchio prete sa ormai che l’uomo sbaglia, e che questi produce spesso effetti solo transitori, per cui ciò che finisce per avere un senso compiuto è appunto la preghiera. Che non è una fuga dall’agire, ma piuttosto la consapevolezza che la preghiera è azione certa perché muoverà Dio stesso.

Mi piace immaginare che, raccontando a un vecchio prete una mia angoscia, egli invece che attingere a qualche manuale di psicologia, mi suggerisca: "Inginocchiamoci, figliolo, e preghiamo". Ma non si mette a muovere con enfasi le labbra, prega assorto, anzi immerso nel silenzio. Quel silenzio pieno di Dio è il linguaggio che permette di pregare persino al non credente. D’altro canto il vecchio sacerdote è il più adatto ad insegnare a pregare, perché superando tutte le distinzioni sa andare diritto all’essenziale.

Pregare in silenzio. L’immagine mi richiama i mistici, che su di me esercitano un fascino straordinario. Per questi la preghiera è silenzio, ma anche metamorfosi, come se il corpo si sollevasse, la mente si illuminasse e sparissero le domande, e quindi non avessero alcun senso neppure le risposte. La preghiera si fa esperienza, e non c’è nulla da chiedere e nulla da dire. Si rimane là, in un angolo della chiesa, in silenzio, come se si fosse fuori del mondo, mentre il mondo è presente quanto neppure si riesce ad immaginare. Il tempio non è un luogo sospeso tra Cielo e terra, ma il cuneo che va al cuore stesso del mondo, per accostarlo a quello di Dio.

Se la preghiera è unione con Dio, un Dio che si fa mistero vissuto, allora si capisce quanto forte sia il bisogno di chiedere perdono: non tanto per la coscienza delle mancanze commesse, ma per la distanza abissale che si percepisce tra il proprio essere e quell’Essere; e allora si chiede perdono per la distanza, per lo scarto incolmabile e la differenza che esiste tra Dio e l’uomo. Ecco perché i mistici si sono ritenuti i più grandi peccatori della terra e sentivano il bisogno di chiedere continuamente perdono. Chi si inginocchia per chiedere perdono, in una delle forme esteriori possibili, prega il Signore di cancellare le sue indegnità e i suoi limiti per poter essere degno di stare con il Padre. E la confessione stessa diventa una forma di preghiera, di invocazione recitata davanti a chi ha il potere di rappresentare in quel momento Cristo, e di pronunciare quell’Ego te absolvo che dà respiro, speranza, fiducia che l’indegnità ammessa possa essere sollevata dalla misericordia infinita del Signore.

Sono profondamente persuaso che rivolgersi al Cielo sia un’esigenza dell’uomo, di qualsiasi uomo, che poi la dirige e la carica di significato quando è parte di una comunità di fede e dalla fede dunque attende le risposte per la sua invocazione. Intanto però la voglia di chiedere perdono e poi aiuto è fortissima. Talora fino a farsi patologica. Basterebbe pensare alla diffusione della depressione, a quella sensazione di insufficienza e di  colpa che il depresso prova anche per azioni di cui non può ritenersi responsabile. Certo è una malattia, ma inizia da vissuti comuni e poi si allarga fino a invadere, ad assumersi la colpa dell’indegnità degli altri, fino a sentirsi in colpa per stare al mondo. Tutto questo va nel senso dell’esperienza umana, di quando la vita si fa faticosa e tragica, e l’uomo si sente incapace di vivere, come se fosse un essere che non ha alcun significato,  un nulla consapevole di esserlo.

Credo che la preghiera abbia sempre insito il bisogno del perdono o per lo meno della comprensione. E sono convinto che il bisogno di perdono distingua nettamente due tipologie umane: da una parte i pieni di sé, affetti da quel narcisismo cui all’inizio s’è accennato o dal delirio che vede il mondo girare attorno a sé, dall’altra l’individuo che si sente al pari di un misero frammento dentro un universo sconfinato. Si crea qui una distinzione tra chi pensa di doversi porre a seconda dei riti del potere e del comando, e chi si ritiene invece di essere soltanto in corsa per migliorarsi sul piano delle proprie capacità e dell’azione da espletare nel mondo. È probabile che qualcosa di simile accada anche per i preti, seppure quegli anziani non vagheggino in genere idee di grandeur o di onnipotenza: magari, in quanto alleati dell’Onnipotente, avvertono invece la fragilità dell’uomo e il suo bisogno di rassicurazione, e questa non viene dal denaro o dal potere, bensì dalla ricerca di un senso per la vita, che indubbiamente le religioni offrono, e in particolare lo offre la religione cristiana.

Detto questo, non posso non provare dolore nel constatare che spesso la vecchiaia del prete si fa mesta, perché magari non trova più spazio in parrocchia, nemmeno in quella a cui ha dedicato buona parte della propria vita sacerdotale; o perché viene "scaricato" in case di ricovero, confortevoli magari ma affettivamente disadorne. So bene che i sacerdoti in particolare hanno risorse che consentono di trovare significati reconditi anche nelle situazioni più sconfortanti, e la vecchiaia in un certo senso lo è. E so anche che le diocesi si svenano per offrire ai sacerdoti delle opportunità di accoglienza adeguate. Eppure, nel mio piccolo, vivo queste situazioni come una sconfitta, perché vi vedo il segno di una comunità che non sa prendersi cura in modo consono dei propri vecchi, e dunque nemmeno dei sacerdoti vecchi, che talora sarebbero ancora in grado di svolgere qualche servizio sacerdotale, e certamente sanno svolgere il servizio della preghiera, espressa nel modo che s’è detto e che a me appare sublime. L’idea che tutto questo entri nel conto dell’esubero o dell’inutile lo trovo un segnale di crisi crudele. E scusate la franchezza delle mie parole.

Penso alle cosiddette società primitive dove il vecchio – e in particolare il vecchio sacerdote di qualche religione animista – mantiene il proprio ruolo che esprime semplicemente con la presenza. E parliamo di una forma di autorità che è assente dalla nostra società. È l’autorità che in un certo senso meglio riflette l’autorità di Dio. Perché allora non tenere conto di queste potenzialità, evitando di considerare i vecchi preti come un ingombro? Abbiamo tutti avuto sotto gli occhi l’esempio di un vecchio prete in abiti pontificali, Giovanni Paolo II, che proprio durante la sua lunga vecchiaia, e soprattutto negli ultimi anni, ha espresso un’istanza di grande autorevolezza nei riguardi di tutto il mondo, credente e no. Certo, in quella lunga stagione egli ha espletato il suo ruolo in maniera differente dagli anni precedenti, ma non certo con minore carisma. Lo ricordiamo ancora con commozione mentre affacciato alla finestra tenta di parlare ai fedeli ma dalle sue labbra non usciva neppure un filo di voce. Solo gemiti. In quel silenzio ognuno ha avvertito il mistero, e forse un messaggio più intenso di un qualunque discorso erudito.

Sono ben consapevole che un medico che si ritira dalla propria attività ospedaliera non è più parte di quell’azienda, ma un esempio del genere non può essere invocato per fare dei parallelismi con la vita sacerdotale. Se la consacrazione sacerdotale è un dono che viene dall’alto - così recita per i credenti la dottrina - allora non è pensabile che quell’evento evapori, neppure quando il passo si fa pesante e le forze si affievoliscono. Mi sono fatto l’idea che le società che non trovano posto per i loro vecchi e li considerano anzi inutili, siano loro stesse senescenti e vicine alla fine. Non vedono che il vecchio è in grado - è il solo capace di farlo - di trasmettere valori essenziali al futuro delle comunità? Sono stupide, non capiscono il senso vero della vecchiaia e l’apporto che questa può fornire alla comunità. Basta una presenza, basta il loro silenzio, basta il loro muovere le labbra che sa di preghiera. E ritorna la considerazione sul tempo, sul tempo che passa e porta fatalmente tutti verso la vecchiaia, seppure vi arriveranno solo i più fortunati. Il che dovrebbe indurre tutti ad una maggiore cautela, e suggerire l’assurdità di un potere che si crede eterno. Il vecchio sa che una vita spesa per accumulare denaro è semplicemente disperata, spesa per il nulla. É un estatico che considera il senso della vita: si presenta con passo lento, con il dorso incurvato, per raccontare con efficacia quanto sia più redditizio cercare la pace invece che la competizione, e cercare d’incontrare Dio piuttosto che un uomo d’affari per imbastire una nuova joint venture. Il vecchio sacerdote tra tutti i vecchi ha in più semplicemente un silenzio da esprimere, il silenzio di un Dio che egli s’è caricato sulle spalle, spalle che ora gli dolgono.

 

...

Il vecchio prete è l’uomo della preghiera, e colui che la insegna. Sa ormai che l’uomo sbaglia, e che questi produce spesso effetti solo transitori, per cui ciò che finisce per avere un senso compiuto è quel gesto soltanto: il pregare. Che non è una fuga dall’agire, ma piuttosto la consapevolezza di un’azione certa, e concreta, che muoverà Dio stesso

© 2008