Oltre al tempio, che è la casa del Signore e – in un certo qual modo – anche la casa del sacerdote, quella in cui questi incontra il popolo di Dio per celebrare insieme i misteri della fede, il prete ha anche una sua abitazione, che in molte parti d’Italia si chiama canonica. Solitamente è posta accanto alla chiesa, e magari ha anche qualche collegamento logistico con le "opere parrocchiali", o con l’oratorio, ossia con gli ambienti dell’attività comunitaria, dove si svolge in particolare il catechismo per le giovani generazioni. Naturalmente non mi sfugge che in canonica si possono svolgere anche una serie di impegni, vuoi di carattere pastorale vuoi soprattutto di indole più burocratica, legati cioè all’anagrafe parrocchiale. In passato, le canoniche hanno svolto funzioni anche più ampie, specialmente in tempi di guerra, quando la chiesa per un qualsiasi motivo era poco agibile.
Resistiamo alla tentazione di cercare l’etimo della parola canonica, e concentriamoci subito su quella che è la funzione dominante di questo edificio, quella appunto di ospitare il sacerdote nella sua dimensione domestica, dove egli riposa, studia, mangia, incontra i familiari e gli amici, e tutti quelli che lo cercano al di là degli orari delle funzioni.
Mi dichiaro subito: sono molto sensibile a questa dimensione tipicamente umana e ho già sostenuto come siano almeno due le dinamiche fondamentali della vita del sacerdote, come uomo prima e come servitore di Dio, dedito al sacro, poi. E se come prete egli è un uomo pubblico, come individuo ha esigenze che non si differenziano di molto dagli altri uomini, almeno per i gesti principali. Che egli sia sereno dipende anche dalla soluzione che viene data ai suoi problemi pratici. Chi non ha conosciuto sacerdoti che arrivano di corsa in chiesa perché alloggiano in altri paesi o nella città vicina, o si presentano trasandati perché non hanno un posto dignitoso e vicino in cui dimorare?
Siamo peraltro consapevoli che il cambiamento della società ha necessariamente modificato anche il formicolio di vita che fino a qualche decennio fa connotava la canonica e i suoi dintorni. La classica perpetua, figura chiave nella vita domestica di ogni prete in cura d’anime, oggi non c’è più. Oggi quasi più nessuno pare disposto a dedicare l’esistenza concreta ad un sacerdote. Ed è un sacrificio che non si può più chiedere neppure a una sorella, o a una zia e forse nemmeno alla madre. È già un risultato importante quando si riesce a trovare qualcuno che dedica alla casa del sacerdote qualche ora per metterla almeno un poco in ordine e preparare un pasto caldo.
Per questo è ricorrente l’idea che i sacerdoti di più parrocchie vicine mettano su casa insieme, e poi ciascuno di loro corre a servire la rispettiva comunità. Al che mi viene da dire che se tutto questo è una necessità c’è poco da fare, significa che ogni altra alternativa è peggiore. Ma se appena fosse ancora possibile la prima opzione, io non avrei alcun dubbio nel dire: l’abitazione, parrocchia per parrocchia, sia da preferire. E ciò per il senso comunitario della parrocchia stessa, che in tal modo non si priva mai di una presenza stabile che è anche rassicurante. E forse anche per i benefici che ne vengono al sacerdote stesso probabilmente più rispettato nei suoi ritmi di lavoro, e nella fatica che la sua vita concreta comporta. Già, perché non si deve temere di usare questo termine fatica, perché è un risvolto connesso alla vita sacerdotale, il che non toglie che uno l’accetti e anzi la sublimi. Ma la fatica rimane, e io non consiglio mai di nascondere la realtà, anche se può diventare parametro per la propria ascesi.
Mi sembra anzi utile identificare alcune delle condizioni che rendono obiettivamente faticosa la vita di un prete, perché il saperle è già un modo per affrontarle. In termini sintetici si può dire che il sacerdote in parrocchia è disposto praticamente in ogni momento ad accogliere e ad ascoltare tutti. Il che non è una cosa da poco, in quanto richiede compartecipazione e attitudine ad entrare nei problemi dell’altro. Non c’è un orario che permetta anche di pensare a un’interruzione del ruolo, perché un’emergenza è sempre possibile, e una chiamata pure, e per motivi che sono sempre gli altri a decidere. Mentre il telefono e il cellulare non smettono di suonare.
Si tenga presente che oggi si soffre di solitudine e che il prete è per molti la prima persona che viene in mente di chiamare o di andare a trovare, una sorta di numero di numero verde per i momenti di disperazione, per le delusioni d’amore, per i pensieri di autodistruzione, per chi ha bisogno in ogni momento di essere confessato e sostenuto, per le crisi famigliari, per le violenze che si consumano in casa, per la richiesta di aiuti economici. E si potrebbe continuare fino alle domande più assurde di fronte alle quali il prete non può chiudere la comunicazione perché sa di non poterlo fare, si sentirebbe in colpa farlo, potrebbe bruciare un’occasione di apostolato irripetibile. Certo, ci sono anche le telefonate positive, da parte di chierichetti, o del gruppo giovanile di azione cattolica; ma per lo più bisogna sapere consolare e dare speranza. E lo si deve fare anche quando la propria condizione fisica o il proprio umore non sono nella migliore sintonia possibile.
Ma c’è un altro stress: quello che deriva dal vivere in una società che talora non mostra simpatia per il prete e che lo denigra con gesti o espressioni verbali, ma soprattutto rendendolo invisibile, come se non esistesse, mentre egli è attento a tutti poiché è il pastore di tutti, anche di coloro che lo bestemmiano. Ho voluto fare questo elenco rapido per sostenere il bisogno di casa e di privacy che il prete ha, e talora la privacy è fatta di tanti piccoli comportamenti ciascuno dei quali isolatamente sembra sciocco o ridicolo, ma nell’insieme riescono a rilassare, a distogliere dalle preoccupazioni, a ritemprare.
Se ritornare a casa e non trovare nessuno è certo una condizione non adeguata, occorre considerare che anche tornare a casa e trovare tre-cinque preti significa continuare a comportarsi a regime e non avere quella riservatezza banalmente umana che in quel momento serve. Cinque preti insieme, ognuno dei quali tiene conto degli altri quattro: è come essere impegnati ad un convegno teologico in cui si discuta della santissima Trinità, che non è sicuramente un tema rilassante, nemmeno per un prete di grande esperienza. C’è bisogno di stare da soli senza tuttavia mostrare che non si vuole stare con gli altri, quasi che fossero delle rogne o dei pesi.
Sono convinto che ogni sacerdote abbia bisogno di una casa, di un’abitazione personale, e semmai di un’organizzazione di gruppo, canonica, cenobitica, ma che non obblighi ad una convivenza forzata. Di solito in questi casi si attiva il bisogno di essere gentili, si teme anche il giudizio dell’altro e allora il più vecchio dei sacerdoti merita (e spero che sia ancora così) il rispetto e l’aiuto, e nel caso lo riceva, buona creanza impone prima di rifiutarlo o di fare resistenza: insomma la vita diventa faticosa, mentre anche un prete entrando in casa ha voglia di togliersi le scarpe, di mettersi addosso un paio di ciabatte e magari un camiciotto che assomigli alla tonaca, ma non ne ha la dignità.
Insomma, io difendo l’abitazione del sacerdote, in cui egli possa ricevere gli amici quando può e ne ha voglia, i parenti, gli altri sacerdoti, ma possa anche chiudere la porta e accendere il televisore (magari sintonizzato su Sat 2000), abbandonandosi alle immagini senza pensare, senza approfondire, ma anche – spero – senza cadere nella stupidità propria di certi canali. Non mi scandalizzo nel vederlo sdraiato su un divano con un libro in mano, di qualsiasi tipo, se serve ad arricchire la sua esperienza del mondo di cui egli non può essere fruitore diretto.
L’abitazione del prete deve però avere alcune caratteristiche. Mi piacerebbe che si potesse parlare o anche solo immaginare una architettura propria; credo che l’abitazione debba essere aperta, mostrare che è compatibile con chi viene a trovare il prete, e dunque essere quel tanto accogliente. Che abbia una o due stanze per dare da dormire a un vecchio amico di seminario, ma anche a qualcuno che si trova in grave difficoltà e che ha bisogno di stare in un luogo di pace. Ecco un’altra caratteristica: luogo di pace, poiché non c’è mai nulla che giustifichi la disperazione se solo si crede in Cristo e nella provvidenza. Deve tuttavia essere una casa severa: senza orpelli, senza l’esposizione di cose inutili e magari preziose, essenziale si potrebbe dire. Una casa in cui non mancheranno né l’inginocchiatoio né il crocefisso. Confesso di amare amo gli inginocchiatoi, e ho sognato anche di farne una collezione se solo ad un certo punto non avessero prezzi proibitivi. Comunque sei o sette li tengo in casa, e tutti sanno che non sono un prete e che non merito nemmeno di essere immaginato in questa veste. Poi devono dominare i crocefissi: anche in questo caso ce ne sono di "bellissimi" sia antichi che di creazione contemporanea.
Nella casa del prete oltre alle stanze per gli ospiti deve esserci lo studio, dove si va per preparasi alla vita del tempio: oggi non si può improvvisare. Che tristezza dopo la lettura di un brano del vangelo sentire omelie improvvisate che al confronto fanno solo pietà (la pietas cristiana certamente). In canonica poi penso che vedrei i segni della propria storia, della storia di quel prete. Ci sarà il diploma ma anche qualche poster, e poi foto, e - perché no? - anche qualche dedica che segna passaggio o incontro importante. Insomma, deve essere un luogo tutt’altro che anonimo, o casuale.
Sarà una casa del silenzio, anche se non significa che non si debba parlare o gioire in maniera decisa. Silenzio, perché la gioia tace mentre il bisogno di godimento sensoriale rumoreggia e può persino urlare. E le urla non possono trovare dimora nella casa del prete.
Chissà perché, ma l’idea comune è che tutti i preti siano uguali e che diventando preti perdano la propria dimensione personale. Forse deriva da quell’imperativo: "perdi te stesso, se vuoi ritrovarti", ma non credo che esso debba avere un’interpretazione disumana, o anaffettiva. Ogni prete, in fondo, è diverso da tutti gli altri. E certamente anche lui è un uomo. Di Dio, ma uomo.