Non è certo facile separare l’umanità del prete, dalla sua visione e missione, ma ci sono esigenze che, per quanto appaiano banali rispetto ai grandi temi del cielo, non possono essere trascurate. Forse è meglio dirlo con Agostino: si discute meglio di filosofia e di teologia dopo aver sedato la fame, e magari aver gratificato le papille gustative con una buona qualità del cibo. È in questa chiave che osserviamo come il sentirsi bene fisicamente influisca sulla psiche e sulle stesse attività mentali; essere gratificati aiuta a incrementare la propria autostima, che si lega poi al coraggio del nostro muoverci nel mondo.
E di coraggio il prete ne deve avere, e tanto, se si tiene conto che nella vita odierna deve affrontare situazioni in cui è poco gradito, anche senza arrivare al coraggio necessario nei paesi missionari in cui magari la Chiesa non è accettata. Ecco perché le piccole cose di cui vogliamo parlare, per quanto semplici, sono importanti, importanti – sia chiaro – nel loro ordine, che non regge se paragonato all’essenziale della vita sacerdotale.
L’immagine del guardaroba, evocata nel titolo, rientra tra queste piccole cose; che tuttavia hanno la loro funzione, e possono addirittura far sentire meglio. È indubbio che avere un abito leggero in piena estate permette di traspirare meglio che indossando capi di abbigliamento più indicati per l’inverno; e in questa inadeguatezza aumenta la fatica e, affaticati, si compiono con maggiore difficoltà anche i gesti liturgici, che saranno comunicati con minore passione.
E poi anche ai preti si bucano i calzini, che bisogna rammendare. E anche i pantaloni si scuciono, e la magliette vanno lavate perché tutti sudiamo. Insomma, non è scandaloso entrare nel guardaroba di un prete, come non lo è stato entrare in casa sua e immaginarla comoda, anche se con caratteristiche che ne fanno proprio un’abitazione da prete. Tuttavia mi rendo conto che questo approccio rischia di apparire piuttosto ridicolo, non fosse altro perché mi manca la conoscenza che viene dal vissuto, senza poi dire che di guardaroba ce ne saranno probabilmente vari, giacché sono le persone ad essere diverse.
In ogni caso, a me piacerebbe che in questo fantastico guardaroba ci fosse almeno una veste talare; anche per quel prete che è convinto che l’abito non fa il sacerdozio, ed io su questo – scusatemi – non sono proprio d’accordo. Dico almeno una talare, per ricordare che è prete, come quelli che la tonaca la indossano sempre, perché senza appaiono ridicoli a se stessi. Mi piacerebbe poi che nel guardaroba ci fosse almeno uno zaino da montagna, non da portare in città come si usa fare oggi, ma proprio per mettervi dentro quanto serve per una bella e impegnativa gita in montagna.
Sono certo che questo pensiero mi nasce dai ricordi della mia adolescenza, quando andavo frequentemente in montagna e sovente c’era un prete. E si lega certamente anche a una mia scalata "eroica" quando, tirato su da un prete, ho fatto una delle torri del Vajolet sulle Dolomiti, con passaggi di terzo grado. Meglio allora avere a disposizione una comoda giacca a vento e magari anche un paio di calzoni – chissà se si usano ancora – alla zuava. E ancora avere alcuni maglioni di diverso spessore: vanno bene sotto l’abito talare, ma anche senza. Certo, se fossero fatti a mano dalla propria mamma o sorella, o dono di qualche parrocchiana particolarmente abile con i ferri da maglia, sarebbero forse più belli e più umani di quelli che escono dai telai elettrici. E potrei tentare di aggiungere qualche altro oggetto: ad esempio, un impermeabile, e poi naturalmente un cappotto per affrontare il freddo… Ma voglio arrivare subito al senso del discorso: mi dispiacerebbe che i sacerdoti si sentissero in colpa nel pensare al guardaroba, e non perché voglia spingerli al consumismo e all’inutile o a una eleganza narcisistica, ma perché si tratta di un vero investimento rispondere a queste esigenze, potendo dare sollievo oltre che soddisfare il bisogno personalissimo di sentirsi bene dentro un abito, a partire dalle cose più intime fino a quelle esteriori e visibili. Io conosco preti elegantissimi e altri trasandati, e so che si tratta di caratteristiche della personalità, e dunque accettabili entro certi limiti, ma non devono giungere agli eccessi – per intenderci né top model né barboni, con tutto il rispetto dei barboni – quanto esprimere una attenzione per il proprio presentarsi nel mondo.
Apprezzo il minimalismo, che oggi serpeggia anche tra i giovani, la tendenza cioè a evitare l’inutile e il superfluo, ma ciò non significa affatto disordine e senso di abbandono o disprezzo verso il corpo. Un prete che deve incontrare molte persone, che deve persino cercarle, deve poterlo fare in maniera gentile se non gradevole, e già nel presentarsi egli rivela qualcosa della propria anima. Un alito cattivo, un parlare sputando o atteggiamenti simili non depongono a favore. Non sono per il prete bello (titolo di un famoso romanzo di Goffredo Parise) ma nemmeno per il prete alla cui vista uno scappa.
Ma vorrei accennare anche all’altro guardaroba, quello non più personale ma liturgico, quello che non sta in canonica bensì in sacrestia. Anche qui ci sono elementi stabili ed elementi transeunti. La cotta – per dire – può essere con il pizzo, come una volta, o con sottili ricami. Ci può essere la pianeta o la casula. E la stola può essere lunga fino alle ginocchia o corta. Variazioni sul tema, che a noi laici potrebbero coinvolgere poco, mentre sono elementi che invece interessano più di quanto non si sospetti. Che esigono comunque un coinvolgimento della soggettività del sacerdote.
Vorrei qui accennare al valore sacrale che le vesti hanno sempre avuto nella storia delle religioni. E che indicano una sorta di metamorfosi a cui il consacrato si sottopone ogni qual volta deve entrare nell’azione sacra. Con addosso vesti divine, può compiere azione divine. Questo archetipo non mi pare poi così lontano dall’esperienza cristiana. Il sacerdote si addobba in un certo modo per "vestirsi di Cristo", e così vestito documenta la sua ordinazione sacramentale ad agire in nome di Cristo. E Cristo si storicizza attraverso la sua figura e il suo ministero di sacerdote.
Straordinaria pare a me, non credente, l’immagine del sacerdote che si presenta sull’altare per compiere gesti che sono misteriosi ma anche misteriosamente efficaci. E qui mi sovviene il senso di quella frase evangelica secondo cui per ritrovarsi occorre perdersi: per comparire sull’altare e celebrare, che è il senso più alto di un’esistenza, comporta il lasciare da parte, anzi il sopraffare gli abiti ordinari e vestire Cristo. Il passaggio al guardaroba della sacrestia, o meglio del tempio, credo che significhi un poco anche questo.
Ed è il motivo per cui le rassegne di quelle vesti possono avere un loro fascino, come ce l’hanno quando in chiave storica sono in mostra nei vari musei diocesani. L’esuberanza di certe stoffe o di taluni ricami dice la fede di intere generazioni. Perché stupirsi dunque del ruolo assegnato a questi vestimenti, che hanno un linguaggio culturale e producono psicologicamente degli effetti anche sulla personalità del sacerdote? So bene che ci sono circostanze in cui i sacri Misteri della fede possono benissimo essere celebrati anche senza gli abiti liturgici.
Ci sono stati dei testimoni e martiri che rinchiusi nei gulag hanno nascostamente celebrato per anni la Messa senza farsi scoprire, e senza disporre di null’altro che di un po’ di pane e di vino. Ma anche allora, anche senza poter indossare alcuna veste liturgica, quei sacerdoti indossavano Cristo. Loro più di tutti vivevano quella metamorfosi esistenziale di cui gli abiti sono semplicemente il segno. Come lo sono nella ordinarietà della vita, dove naturalmente non sostituiscono l’ordinazione ma la esprimono, allorché il sacerdote vestito del primo guardaroba, quello della canonica, indossa il guardaroba sacro, della sacrestia. Come un salto enorme, che sarà bene non tentare di colmare, perché – lasciatevelo dire da uno che non crede – non c’è guadagno ad annullare i segni.
Non sono tracce di una mistificazione, come taluno pensa, ma alfabeti di un linguaggio che è proprio dell’uomo. Viene da tremare soltanto a enunciarlo, viverlo poi veramente e nella consapevolezza della fede credo sia sconvolgente. Se non fosse che la ripetizione dell’evento finisce per renderlo meno acuto, anche se speriamo mai banale. Ritorna semmai il bisogno che la sostanza si leghi alla forma, per mostrare con l’evidenza che è storicamente possibile ciò che è misteriosamente vero.
L’uomo che ora sta sull’altare, e che a ciò è sacramentalmente ordinato, non può più essere visto come prima di salirvi e prima di prepararsi e di indossare gli abiti della celebrazione. Così anche se quell’uomo non è stimato, là sull’altare diventa credibile poiché è altro: ha perduto la propria dimensione e Dio stesso non ha disdegnato di farlo suo tramite e di mettersi su di lui e anzi purificarlo e renderlo degno. Una trasformazione che va oltre l’umano per farsi divina. Una trasformazione che gli abiti semplicemente annunciano, e che nei fatti è straordinaria e tremenda, e si capisce perché solo i santi ne abbiano piena consapevolezza, loro che sull’altare hanno vissuto trasformazioni mistiche. Non è certo l’abito a produrre tutto questo, ma l’abito è segno e indizio che aiuta a vivere quel che si celebra nella realtà.
Del resto – e il confronto adesso mi appare davvero troppo lontano e quasi improponibile – anche il giudice indossa la toga con sopra l’ermellino per giudicare, come il rettore di università nelle sedute di laurea: potrebbero farlo senza indossare vesti speciali, che talora portano ma non ne sono degni. Eppure, la sensibilità umana e il costume hanno bisogno di segni che da una parte indicano una dignità e dall’altra trasmettono certezza.
Perché stupirsi che questi servano anche nella dimensione ancor più seria e misterica? Certo, ciascuno nel proprio ruolo diventa effettivamente credibile se avviene la metamorfosi, cioè la conversione, che - guarda caso - è indicata dal cambiamento di abito. Così, in forza della sua ordinazione e con le vesti che la significano, il sacerdote diventa addirittura Cristo.