Prete e psicologo sono due figure molto diverse, ed è ingiustificata ogni enfasi che punti a sottolineare che il prete è uno psicologo e che lo psicologo di fatto sostituisce il prete confessore. Infatti, mentre lo psicologo ha come riferimento una disciplina scientifica, che tende a strutturarsi secondo i principi delle scienze sperimentali, il prete è uomo dei sacramenti e ha per riferimento la Parola di Dio letta nella Chiesa, e dunque l’intera dottrina che sta a fondamento del cattolicesimo.
Ciò non significa ovviamente che al prete non sia utile conoscere la psicologia e tenerne conto, così come forse sarebbe utile allo psicologo non dimenticare la dimensione religiosa e magari conoscere un po’ della produzione spirituale del pensiero umano. È per questo che la psicologia come materia non è del tutto assente negli insegnamenti seminariali: è bene infatti che i sacerdoti conoscano gli elementi fondamenti della materia, e magari anche alcuni capitoli della psicopatologia. Ed è proprio a questo che ci dedicheremo a partire da oggi: far conoscere alcuni quadri di personalità o di disturbi mentali che possono trasferirsi o inserirsi in un credo religioso, di cui è bene che il sacerdote abbia consapevolezza per non aggravare sintomi o promuovere tendenze verso interpretazioni deliranti e dunque favorendo involontariamente che gli stessi temi religiosi entrino nel delirio.
Il primo quadro che richiamiamo è la personalità fobico-ossessiva, nei suoi vari aspetti fino al vero e proprio disturbo fobico-ossessivo che può sfociare nella malattia da scrupoli. L’ossessivo è una persona insicura che teme in ogni istante che gli stia per accadere qualcosa di fatale, che ha a che fare con la morte. Come se da un momento all’altro si trovasse a vivere un’apocalisse personale. E dunque ha paura, una paura non legata ad alcun fattore preciso, e che per questo lo porta a controllare la realtà, e se stesso in essa, per diminuirne le variabili, le possibilità che non conosce, per le quali tuttavia la tragedia potrebbe avverarsi. Il comportamento viene così impoverito proprio per poterlo controllare. Ricordo un paziente – si tratta di un caso estremo – che non riusciva a percorrere il tratto di corridoio che divideva la sala di attesa dal mio studio. Controllava ogni passo, nel senso di guardare per terra alzando il piede, per controllare dove l’avrebbe appoggiato, con il dubbio se lo doveva mettere avanti o indietro nel punto precedente dove non era accaduto nulla. Il suo volto era una maschera di sofferenza come se stesse compiendo la fatica di Sisifo, nel dubbio più drammatico.
Quando riuscì a sedersi davanti a me, quel controllo ossessivo lo aveva trasferito sulla parola, e così non riusciva a pronunciare una frase di senso compiuto perché frammentava le parole in sillabe come per timore che quella parola avrebbe causato il disastro temuto. Caricando le parole del significato proprio della magia, come possibilità di far accadere azioni.
Le piccole ossessioni sono diffuse, e si manifestano nei controlli, nel ripetere una parola o una frase per essere sicuri di averla detta correttamente. Controllare che il gas sia chiuso e ricontrollarlo mentre la mano è ancora sul rubinetto di chiusura. Segni di insicurezza, dicevamo, che possono convivere col fluire delle azioni e con la vita sociale. Dicevamo della ripetizione delle parole: tre volte, anche quattro o più, cosa che ricorda, sia pure alla lontana, talune operazioni liturgiche. Ebbene, proprio in questo senso l’ossessivo può trovare nella religione e nella liturgia uno schema operativo vicino a quello che il suo disturbo tende a imporgli. Sarà utile allora tenere presente che suggerire a un ossessivo di recitare il Santo Rosario significa offrirgli uno schema noto, che difficilmente lui saprà trasformare in preghiera, perché legato all’automatismo della ripetizione patologica. D’altra parte, se si cerca di evitare la ripetizione si riattiva nell’ossesso la paura che sfocia fino al panico.
La paura poi si associa ad un altro sentimento, il senso di colpa, con il quale il cerchio si chiude. Perché se non si ripete quell’azione si avverte la paura di qualcosa che sta per accadere, che è imminente, fra un attimo, e si avverte la colpa per non aver impedito ciò che sta per distruggere se stessi e il mondo, e quindi si cade nella colpa irresistibile che porta a bloccarsi, a stare immobile. Questi estremi del quadro fobico-ossessivo si riducono in forma minore a tendenze alla ossessività, e anche in questo caso le pratiche religiose potrebbero favorirli o aggravarli. Frequentemente queste situazioni sono presenti nell’adolescenza: ecco perché il sacerdote deve stare attento ai casi che a "prima vista" potrebbero presentarsi come segni di grande spirito religioso e vocazionale. Ovviamente non spetta a lui farsi terapeuta, ma deve invitare ad andare dallo psicopatologo.
Un altro quadro che nelle sue manifestazioni malate può avvicinare alla religione è il delirio. Il delirio consiste in una errata valutazione della realtà. Lo si capisce bene nelle due principali forme: il delirio di persecuzione e il delirio di grandezza. Nel primo caso il paziente interpreta ogni gesto che gli venga rivolto come teso a nuocergli e persino a ucciderlo, per giungere a rifiutare il bicchiere d’acqua portatogli dalla madre perché vissuto come possibile pozione avvelenata; e lo rifiuta benché assetato. Nel caso del delirio di grandezza il paziente si mette al centro di ogni evento che accade attorno a lui e nel mondo intero, e lo percepisce come qualcosa che serve a farlo ancora più grande, vivendo il delirio di onnipotenza: è proprio il caso di dire che si crede Dio. In questa forma, la prima alterazione è proprio nei sensi, e il delirante ha sensazioni speciali come il vedere realtà che nessun altro percepisce, sentire voci dal cielo o del Padre eterno; o sentirsi trasformato, posseduto dal Signore, che agirebbe in lui perché egli fa ciò che sente senza deciderlo, poiché è il Signore a muoverlo e ad agire.
Nel caso in cui invece sia posseduto dal male, il delirio rientra nelle persecuzioni. È fin troppo evidente che in una superficiale analisi di questi fatti si possono intravedere psicosi che trovano nei contenuti religiosi un terreno favorevole e non raramente c’è il supporto di un sacerdote, che fa resistenza a definirle malate, soprattutto quando non sono evidenti, ma al limite dell’appartenenza alla mistica o all’esperienza sacra. È sempre necessario in simili casi spostare il ragionamento su temi banali, del quotidiano, per poter valutare i percorsi della mente rispetto agli oggetti comuni. Se si compie l’errore, si dà fuoco al delirio e lo si lancia verso il pericolo che non si concreta solo in pensieri, ma anche in azioni perniciose che possono arrecare danno a chi le compie come a chi gli sta attorno.
Un altro quadro che desidero richiamare è il narcisismo. Abbiamo già avuto modo di dire che esiste un narcisismo buono e uno invece malato, dove il passaggio dall’uno all’altro non avviene attraverso un salto evidente, di qualità si direbbe, ma in un continuum. È frequente per un sacerdote imbattersi in persone che chiedono di poter fare, che sono animate da uno spirito che sembra di sacrificio, e dunque che sono disposte a dare il proprio tempo per le attività parrocchiali o anche negli eventi liturgici, in quei ruoli che ora sono riservati ai laici. Sono soggetti che a prima vista possono apparire persino preziosi per questa generosità, che invece merita di essere un attimo indagata.
Potrebbe trattarsi infatti di narcisi che vedono nella chiesa un ambito ideale per mettersi in mostra, e attirare l’attenzione, e per farlo in un luogo speciale, avvolto nel mistero e animato da presenze sacrali. E dunque stimolante per mostrarsi e per attrarre. Da notare che generalmente questa tipologia usa ogni tecnica che sia in grado di fare colpo sugli altri. Il narcisismo è di solito legato a una vita di frustrazioni e al bisogno di compensarle, un’immaturità affettiva che non sa stabilire legami profondi, e che anzi li rifugge, mentre cerca rappresentazioni eclatanti e un po’ teatrali, nel senso di un palcoscenico in cui recitare la santità e il misticismo. Chiedono di incontrare continuamente il sacerdote, di attirare la sua attenzione, sovente anche di provocarlo o tentarlo con in iniziative che paiono automatiche.
Sarà bene allora ricordare che i migliori collaboratori sono quelli che non avrebbero tempo ma infine lo trovano, mentre chi non ha nulla da fare ed è disposto a tutto facilmente è uno che ha problemi, e che ha bisogno della chiesa come di un teatro per esistere e per mostrare magari il proprio disturbo. Anche in questo caso la psicologia serve al sacerdote per riconoscere o almeno farsi venire dei dubbi su un certo comportamento: non sarà lui poi ad attivarsi per curare, ma saprà quanto meno inviare a chi può assumere professionalmente questo ruolo.
Occorre riprendere il rapporto tra operatori in campi pur diversi, come la religione e la psicologia, perché questo tempo lo richiede, ben sapendo che non pochi sacerdoti non hanno la minima fiducia nella psicologia e nella psichiatria, e che quindi vedono come un pericolo il rinvio a queste figure professionali,. E di conseguenza o spostano la decisione oppure rispondono ai bisogni dei malati direttamente o attraverso l’aiuto di un gruppo d’azione parrocchiale. È probabile che tale diffidenza nasca dalla percezione che simili discipline non rispettino i bisogni religiosi dell’uomo.
Ma si tratta di situazioni superate: neanche uno psicologo che non appartiene alla fede cristiana, sulla base del sapere scientifico, può negare la dimensione religiosa. Ancora una volta occorre che i due aspetti siano nettamente separati e che possano nel contempo collaborare. In una valorizzazione reciproca dei ruoli e delle dimensioni, e sempre sotto il segno della serietà, che è il tratto della persona matura, professionalmente corretta, che sa riconoscere la molteplicità delle situazioni e degli apporti, in ordine alla costruzione di persone effettivamente libere.