Naturalmente non so come un sacerdote debba agire, nell’ambito della sua missione, di fronte alle esigenze di crescita nella fede di un adolescente. Immagino però che, proprio dall’interno di quella relazione, possano emergere situazioni o problemi che interpellano la competenza del psicologo o dello psichiatra. Ma di questo il sacerdote minimamente avvertito non farà fatica ad accorgersene. Certo, di adolescenti ce ne sono di tanti tipi, uno diverso dall’altro, e ogni tentativo di farne una categoria è un errore, tanto più se si volesse seguire uno schema per il proprio comportamento sacerdotale. Ciò che oggi desidero fare è raccontare alcune caratteristiche di casi che mi hanno colpito, e lo voglio fare con il solo scopo che possa essere utile; ma anche questo lo giudicherà il sacerdote.
Ci sono almeno due adolescenze: la prima, che va dalla pubertà fino ai 14-15 anni, in cui il bisogno dell’adolescente è di staccarsi dal riferimento familiare e di riferirsi al gruppo dei pari età, come inizio del suo aprirsi al mondo; la seconda adolescenza, che va dai 15-16 anni fino ai 20 (ma sovente si prolunga fino a creare il capitolo delle adolescenze ritardate e fino a cadere nel patologico con gli eterni adolescenti) durante i quali il giovane si stacca dal gruppo dei pari età, e apre il capitolo delle relazioni affettive con il sorgere del legame d’amore, anche se sovente travagliato e destinato a bruciarsi rapidamente. Ma oltre a questi due tempi, occorre fare ulteriori distinzioni tra maschi e femmine, e ancora tra aree di vita, poiché sappiano che l’ambiente in cui si vive ha un grande peso nel condizionare le risposte comportamentali degli adolescenti. E basterebbe ricordare il fenomeno droga che, se è presente assiduamente, rappresenta un rischio molto più serio rispetto ad ambienti in cui non c’è o almeno non in maniera significativa. Inoltre, è indubbia l’importanza della famiglia, la sua funzionalità, l’attenzione che essa riserva ai figli. E già, come si vede, emerge un quadro variegato e differentemente colorato. Ogni nozione che si voglia dare sugli adolescenti non può che essere uno schema, che va valutato e adattato al singolo caso, pur non negando che c’è un modo di sentire comune, pur se varia l’intensità e l’espressione sul piano comportamentale. Io mi limiterò a richiamare per punti alcuni elementi che si avvicinano alla costanza e che ritengo siano da rilevare e da seguire attentamente, anche da parte del sacerdote.
La paura di non piacere
L’adolescenza è una fase della vita che può definirsi della metamorfosi, poiché segna l’uscita dall’infanzia, da un vissuto cioè condotto fino a quel momento all’interno della famiglia, e in cui tutto era riferito alla famiglia,e alle sue abitudini (inclusa la frequentazione religiosa) che egli seguiva con assoluta fiducia. Viene abbandonato questo territorio e l’adolescente si trova davanti al mondo nel quale deve trovare dei nuovi punti di riferimento. Questa metamorfosi di ambiente si aggancia a un’altra metamorfosi, quella del proprio corpo che mostra caratteristiche che prima non c’erano, un corpo in forte evoluzione che supporta il dubbio di un cambiamento mostruoso. E’ inevitabile che l’adolescente in questa metamorfosi tema che il proprio corpo diventi come quello di Gregor Samsa nella Metamorfosi di Kafka, che un mattino si sveglia e vede che ha assunto l’aspetto vomitevole di uno scarafaggio. Magari la sensazione non sarà così estrema, ma egli non si piace e di conseguenza pensa di non poter piacere agli altri, anzi a nessuno. Su questa sensazione vissuta 24 ore al giorno, egli tenta di difendersi e per farlo inventa una maniera veramente efficace: unirsi ai pari età, che vuol dire a tutti quelli che stanno vivendo la metamorfosi che vive lui, così che stando insieme l’uno si specchia nell’altro e quella disgrazia mostruosa acquista una valenza comune. Il gruppo dei pari età è dunque una trovata positiva, anche se come si vedrà può degenerare, da gruppo diventare branco. Ma non sempre questa strategia è sufficiente, e l’adolescente continua a sentirsi brutto, anche perché alla metamorfosi del corpo seguono i cambiamenti della personalità, ed è facile sentirsi timidi, non all’altezza di altri che sanno esprimersi meglio, che sanno cavarsela in maniera brillante, così che al singolo giovinetto pare sempre di essere un diverso, una anomalia. Allora si mettono in atto altre tecniche: quella del cambiamento del proprio corpo che si attua col trucco del viso e con l’abbigliamento; si aggiungono i tatuaggi, i piercing, fino a trasformazioni evidentemente esagerate come le mode punk. Ma c’è un’altra tecnica che si sta diffondendo e che sembra efficace nel cambiare la personalità e quindi nel sentirsi diversi, più gradevoli, più disinibiti: la droga. La droga negli adolescenti potrebbe essere definita una sostanza chimica per una metamorfosi rapida. La cocaina, le anfetamine e i loro derivati (crack, ectasy) in pochi minuti fanno sembrare diversi, e se uno si avverte un mostro, ecco che lo fanno sentire meglio. In questa condizione di svalutazione della propria dimensione personale, in cui si teme di non essere accettati nemmeno dal gruppo, si è disposti a fare tutto quanto il gruppo compie, comprese le azioni che il singolo da solo non avrebbe mai accettato di fare, ma che compie in quanto è il gruppo a compierle e a richiederle (sia pure inconsapevolmente). E qui si inserisce l’elemento etico: l’adolescente che si muove in gruppo percepisce il proprio comportamento in maniera differente che se si trovasse a valutarlo da solo. La morale del gruppo sovrasta quella del singolo.
Il primo amore
Nella seconda adolescenza si passa lentamente dal fascino esercitato dal gruppo a quello che emana la singola persona, rispetto alla quale si affaccia la possibilità di realizzare un itinerario di coppia. E’ un momento psicologicamente molto importante poiché dal rifiuto di sé, sostenuto dal giudizio negativo sul proprio corpo e la propria personalità, si prende atto che qualcuno ci sceglie, esprime giudizi gradevoli che se in un primo tempo paiono delle prese in giro poi acquistano un tono più convincente. Si tratta dunque del primo amore, utile proprio per questo aspetto. E’ comunque un’esperienza che sovente non viene dimensionata assennatamente con il rischio che una ragazza o un ragazzo buttino via tutto di sé, si concedano in maniera totale per magari dopo un poco accorgersi che non esistevano i presupposti per fare coppia, e allora si rompe e si cerca un’altra storia e così si disperdono i sentimenti che finiscono per seguire la logica degli oggetti, dell’usa e getta. Il primo amore va seguito attentamente da parte degli educatori, in un momento in cui però i genitori sono considerati riferimenti conflittuali o non rassicuranti, e tutto il counselling viene demandato ad amici, che però sovente non sono in grado di dare suggerimenti utili alla crescita. Qui la figura del sacerdote può essere importante se è inserito tra le figure nuove di riferimento, e se non si pone come alleato scontato dei genitori: posizione che lo dequalifica agli occhi dell’adolescente.
La violenza come spia della paura
La violenza è in questa età un elemento frequente. Come se tutti fossero contro e come se il mondo non fosse in grado di capire i giovani e di assecondarli nei loro bisogni. E a seguito di questa conclusione, spesso solo preconcetta, si possono assumere atteggiamenti violenti: violenza contro di sé oppure violenza contro gli altri. E se guardiamo agli effetti negativi che sempre la violenza agita ha anche su chi la esprime, oltre che su chi la subisce, si dovrebbe più correttamente dire che la violenza degli adolescenti è sempre contemporaneamente contro se stessi e contro qualcun altro. Anche di fronte ai casi estremi in cui la violenza giunge a uccidere, se si avvicinano questi "mostri" si scopre in poche battute che sono presi dalla paura. Sovente piangono e chiedono aiuto come se avessero agito senza sapere il perché e senza rendersene completamente conto. Il mio mestiere mi induce a capire, anche se resto dell’idea che la responsabilità debba essere addebitata e così anche la pena, sia pure tutta rivolta alla rieducazione, che in molti casi non era stata mai veramente impartita. Ecco un tema di indagine: la paura. La paura come motore della violenza. E non si può dimenticare che la condizione sopra richiamata del non piacersi attiva continuamente la frustrazione, e che proprio questa sensazione del mal d’essere è di per sé un debito di violenza, qualcosa che ci si porta addosso e che attende solo un’occasione, un pretesto per scoppiare.
Il bisogno di volare alto
La vera terapia, in una simile situazione che in qualche modo fa parte della fatica del crescere, si trova non tanto e non solo nei meccanismi che abbiamo richiamato, per situarsi invece dentro la fantasia, in quella capacità di pensare il futuro, di percepirlo, e di immaginare di potere essere domani diversi da come si è oggi. Il punto nodale è proprio quello di lavorare sui desideri, con la consapevolezza che il desiderio proietta in un orizzonte che non è circoscritto a questa sera, o al fine settimana, o al massimo alle vacanze estive, ma deve potere allungarsi fino a sconfinare nell’eterno. Se quel brufolo è visto come un fatto drammatico e fatale in una vita che non ha futuro, diviene una disgrazia verso cui non c’è nulla da fare, e non sarà considerato come una minuscola infiammazione localizzata in un microspazio del proprio volto e destinata a scomparire. È necessario in questo periodo attivare l’immaginazione, lavorare sugli ideali, prospettare scenari che aiutino a scorgere un mondo differente. E soprattutto vedere se stessi differenti fino a far apparire tale il mondo stesso. E’ il grande momento per presentare la religione della gioia, della piena realizzazione di sé, del paradiso in mano ai giovani, con un Dio giovane che li affascina. Non vorrei che si insistesse troppo sui rischi del male e sulle situazioni di peccato e troppo poco sull’esperienza dell’amore di Dio, della sua grazia e del piacere che essa dà. Occorre ricordarsi che l’adolescente spesso si tortura già con giudizi spietati, e in quel momento non gli serve altro pessimismo. Ha bisogno piuttosto di aprirsi alla speranza, è questa la direttrice per tutto quanto accade nel futuro. E la speranza diventa fiducia e forse è già fede.