L’uomo dei princìpi
Lo abbiamo detto fin dall’inizio di questo viaggio: il sacerdote è un personaggio del nostro tempo, e non c’è dubbio alcuno che egli evochi nella coscienza comune i princìpi della morale. È lui l’uomo dei princìpi che non possono essere relativizzati. Il sacerdote deve trasalire dalla preoccupazione, guardando al degrado in cui versa la società proprio in relazione all’osservanza dei princìpi oggi trattati come se fossero un optional, o come se non esistessero, considerati assolutamente inadeguati di fronte a una società che di contro richiede continue accelerazioni nel cambiamento, prova questo sì del più becero camaleontismo. Uno stato di cose che mi fa dire una volta di più che il sacerdote è una figura di grande attualità, perché è tra le poche chiamate a radicarsi nei princìpi, che parla di coerenza, per affidarsi a un maestro, uno solo, sempre quello, Cristo. È persino paradossale che una società che ha perduto ogni riferimento morale continui a parlare di etica, e inventi ogni giorno comitati etici, promossi spesso da soggetti che l’etica se la sono già giocata. Psicologicamente, il bisogno impellente di affermare un riferimento etico è compensatore di una società assolutamente priva di princìpi.
Il sacerdote oggi ha così una funzione specialissima, perché deve porsi come testimone di princìpi e affermare che senza di essi non è possibile vivere, e non è possibile neppure perseguire valori squisitamente umani quali la giustizia sociale, il rispetto dell’altro, il senso della collettività. Non si richiede certo che egli diventi un filosofo o un teorico, ma che sia un testimone dei princìpi e dunque un annunciatore, nell’àmbito del proprio territorio e rispetto alle persone che incontra, dell’evidenza che questi devono recuperare nell’esperienza del mondo odierno.
Vi sono princìpi primi che si possono presentare in maniera del tutto formale, come quello che stabilisce in maniera imperativa che certe cose si devono fare sempre mentre altre non si devono fare mai. Questo principio vale ancora prima di specificare quali comportamenti sono da tenere e quali da evitare. Un altro principio primo dice che occorre rispettare il prossimo come si vorrebbe essere a propria volta rispettati. Tradotto in termini cristiani, esso diventa l’imperativo a rispettare l’altro anche se lui non ci rispetta, che in modo ancor più espressivo significa amare anche i nemici. Un terzo principio ha a che fare con Dio, e recita che l’uomo è un essere creato e dunque ha in sé un limite intrinseco, che trova spiegazione e soluzione in Dio che ne è l’origine. Prima ancora di svelare che per la religione cristiana quel Dio è il Dio che si è fatto uomo, serve dire all’uomo che per principio egli è limitato e che, seppur è artefice di tante cose, non è Dio e non ha le sue facoltà.
Sto semplicemente tracciando un sentiero che può mostrare come senza princìpi primi è difficile il rispetto di regole storico-concrete, che hanno un senso rispetto a situazioni contingenti. Il sacerdote è l’uomo – per così dire – dei princìpi primi, non dell’etichetta ma della morale vera, dei criteri superiori, cui bisogna rifarsi decretando le regole della quotidianità. Per la verità, tutti sanno che l’autorità per cui parla gli deriva da Cristo, e dal suo Vangelo. Ma è questi che lo autorizza a essere un riferimento morale per tutti, un maestro di principi validi anche per chi non crede, anche al di là del fatto precipuamente religioso. E nel tradurre nel concreto la morale in cui crede, egli si impegnerà a mostrarla anzitutto nell’ambito delle famiglie, là dove crescono gli uomini di domani.
L’etica della famiglia
Come s’è fatto per altri campi, vorrei quasi schematicamente indicare alcuni punti che mi sembrano prioritari in una iniziativa sacerdotale giocata a vantaggio delle famiglie. Va da sé che il mio taglio ha attinenza con i bisogni sociali e psicologici d’oggi che affronto con gli strumenti scientifici della mia professione di psichiatra, e solo indirettamente lasciando trasparire una declinazione etica. Nessuno d’altra parte mi interpella per una cura morale.
Primo. Mettiamo che in una famiglia domini la menzogna. Può essere di due tipi: la menzogna del non detto, oppure la menzogna di chi, pur conoscendo la verità, la nasconde, affermando al suo posto una cosa diversa, forse anche opposta. Sulla menzogna non si può costruire una relazione. Ancora: la menzogna può riguardare i contenuti, e quindi la dimensione razionale, oppure rivolgersi ai sentimenti, agli affetti. Nel secondo caso è più difficile imbrogliare, poiché si avverte subito se il bacio che la moglie dà al marito è sincero o menzognero.
Secondo. Generalmente si pensa che l’infedeltà sia un tradimento che attiene al contratto matrimoniale e che sia circoscrivibile alla coppia, e invece essa raggiunge tutti i componenti la famiglia: se ci sono figli, un tradimento del padre o della madre è un’infedeltà anche rispetto ai figli. Recentemente si è persino teorizzato che il tradimento avrebbe come effetto "benefico" quello di rinsaldare e prolungare la relazione nuziale, perché il coniuge che ha in piedi una storia extra ha una maggiore disponibilità per la famiglia e un attaccamento affettivo più forte verso l’altro coniuge. Trattasi di una perversione intellettuale che non consente neppure di rilevare il carico di falsità che c’è in questo errore e in questa ipocrisia.
Terzo. In una famiglia si è incapaci del senso del dolore. Siccome fa paura, ogni volta che il dolore fa capolino con una delle sue infinite declinazioni immediatamente si attiva un meccanismo di fuga, al fine di evitarlo. C’è sempre un farmaco per giustiziarlo, un medico per una prescrizione o un luogo per attenuarlo. Il dolore – sia fisico che psicologico che esistenziale – non trova più dimora nell’uomo moderno, non fa più storia. Personalmente sono contro il dolore e ritengo che vada evitato, ma ho la certezza che esiste un male inevitabile che ha un senso dentro questa data storia familiare, che ha una sua robustezza che è data anche dal dolore. Senza questa visione i legami si accorciano fino a non dare il tempo perché due vite si conoscano realmente nel profondo. E così tutto resta alla superficie.
Quarto. In una famiglia domina la fobia verso i figli? La fobia verso il generare, e dunque il controllo di ogni azione che permette di generare, fa perdere l’istinto della maternità e della paternità. La realtà è che un adulto ha bisogno di essere padre, e dunque è portato a voler bene, ad amare il proprio figlio. E questo non è mai un problema, è un bisogno. Semmai è un bisogno reciproco, giacché anche il figlio ha bisogno del padre. Questa uguaglianza, con caratteristiche differenti e talora maggiorate, vale anche per la madre, che ha bisogno di essere madre. Si tratta di corrispondere a un bisogno che si iscrive prima di tutto nella struttura fondamentale, nell’archetipo dell’uomo, il quale deve dare continuità alla sua specie: con evoluzioni grandemente differenti, ma anche con analogia a quanto accade per le altre specie di viventi. Bisogna ritornare al principio della procreazione come bisogno inscritto nella coppia: ovvio che le risposte vanno interpretate in rapporto ai tempi, ma non fino a rinnegare la dimensione generativa, dentro una visione monca, parziale di famiglia.
Quinto. Il denaro è figura dominante in famiglia, in misura tale da condizionare il suo stesso agire. Il che è riscontrabile non solo nelle situazione di precarietà o di indigenza, ma anche là dove c’è il superfluo. Semplicemente perché il denaro non basta mai, e dunque c’è una mancanza cronica di quel tot che continuamente difetta per realizzare veramente ciò che si vuole. A guidare questi desideri sempre in salita è l’invidia dominante in questa società, per cui si vuole sempre ciò che appartiene al vicino che si aspira a emulare. Così non ci si accontenta mai di ciò che si possiede, perché appena si raggiunge una cosa sospirata subito la nostra attenzione è attratta da qualcos’altro. E così senza sosta.
Sesto. L’abitazione è invasa dai rumori dei mezzi di comunicazione di massa. Mancano i figli ma ci sono i telefonini e Internet (mobile o fisso che sia), e così si è distratti da un mondo virtuale e digitale mentre si dimenticano i piccoli problemi della famiglia che hanno bisogno proprio di quella attenzione e concentrazione che si dedica alla fiction. È comprensibile che i problemi disturbino una vita di lavoro complessa e non gratificante, ma è necessario affrontarli proprio per evitare che divengano seri, o peggio ancora che scompaiono dalla percezione familiare perché ognuno se li tiene per sé pensando di risolverli autonomamente e quindi perdendo il grande vantaggio dell’insieme, dell’esperienza che il padre o la madre potrebbero mettere in gioco e nelle maniere dovute. Quel rumore, quell’inquinamento persistente impedisce di pensare, di meditare, di stare insieme magari in silenzio, ma attaccandosi affettivamente, e quindi partecipando alle preoccupazioni che altrimenti vengono scambiate con amici che sovente non sono affatto i migliori consiglieri. Soprattutto i giovani si lasciano sostituire nelle decisioni, commettendo talora errori gravi.
Settimo. In questo clima di fatica, si è continuamente sospinti dal desiderio di uscire, di trasformare la casa in una sorta di ostello dove stare il minimo necessario. Quando c’è qualche margine maggiore di tempo libero, si corre a consumarlo davanti a qualche video, con nessun interesse verso le persone con cui si coabita. Si chatta con gente che ha nomi fasulli e che abita dalla parte opposta del mondo, mentre si ignora chi sta nell’altra stanza, e magari non vede l’ora che ci si accorga di lui. Situazioni emblematiche, dicevamo, che attendono la nostra riflessione.