L’argomento "morte" continua a essere il cuore del mistero umano. La modernità non l’ha cancellato, nonostante la prosopopea di questo tempo magnifico e tragico. E infatti accende puntualmente interrogativi inquietanti: per questo si cerca, non riuscendo a rimuoverla, almeno di spettacolarizzarla, per renderla diversa, metterla in maschera, e che magari sia capace di farci pure sorridere. Ecco allora l’industria funebre che inventa la "bella" morte e trucchi vari perché i viventi escano di scena senza più agonia, senza sofferenza, e persino nel piacere.
Il suicidio è una maniera per beffarla, la morte, per toglierle potere, giacché col suicidio l’uomo si illude di prendere nelle proprie mani la decisione ultima. Un altro atteggiamento per fuggire dalla meditatio mortis è fingere di amarla, come a dire: se è fatale, allora perché non farsi morte e diventare sacerdoti della morte, del buio anziché della luce, e perché non proclamare, poiché domina la morte, che è possibile lasciarsi andare a ogni licenza e nefandezza? E tuttavia la definizione che a me pare più importante è considerarla come parte della vita, anzi come evento della vita stessa. Evento che aiuta a comprendere il senso che la vita ha e deve avere. Insomma, la morte come sequenza della vita.
Perché se è vero che nessuno sperimenta la propria morte prima di morire (la qual cosa sembra una sentenza saggia, quando invece è solo lapalissiana e dunque banale), è fuori di dubbio che c’è una morte che si vive. In un celebre verso di Ungaretti si dice che «la morte si sconta vivendo». È cioè dentro l’esperienza propria della condizione umana.
Avverto così tanto la morte da vivo da poter affermare che sono vita e morte insieme, l’una dentro l’altra, e che sono pieno di morti, poiché mi porto appresso molte persone care che non sono più sulla terra eppure sento vive dentro di me. Ricordo la scritta affissa sulla tomba di mio padre: «Adesso sei con me in ogni momento», con la tua morte non mi lasci mai. Sento però addosso anche la mia, di morte: perché conosco le fragilità dell’essere umano, ma anche perché puntualmente mi capita di pensare alla morte proprio quando la vita sembrerebbe acquisire un sapore proprio.
Sono profondamente persuaso che la morte serve a vivere più umanamente e che non sia possibile alcun umanesimo senza la percezione della morte, senza collocarla dentro l’esistere: non come principio filosofico, ma come esperienza quotidiana. Riflessioni, queste, che in ogni caso non rientrano necessariamente nel fatto cristiano, ma nell’essere uomini. La morte è dentro l’uomo, che è composto di vita e di morte, ed egli non può dimenticarsene.
Arrivo a dire che occorre insegnare a vivere la morte, e a un tempo educare a vivere con la morte, perché al di fuori di un simile vissuto l’uomo si trova a indossare più sovente di quanto non creda gli abiti del mostro. In questo ritengo che la religione abbia un suo ruolo, debba cioè essere maestra del senso del morire, e quindi nell’affermare che la morte definisce il destino dell’uomo, e di conseguenza palesa il suo significato rispetto al mondo. Il sacerdote, in particolare, è il testimone della morte: non perché partecipa a tanti funerali, o perché benedice le salme chiedendo a Dio di accoglierne in cielo l’anima, ma per la pedagogia alla vita cui ispira tutta la sua azione. Devo aggiungere che proprio il sacerdote mi pare la figura più indicata a parlare della morte: lui sa che non è un argomento di disperazione. Non è un caso che nel suo annuncio vi sia la consapevolezza che solo morendo ci si troverà dinanzi a quel Dio Padre che qui sulla terra cerchiamo senza che alcuni riescano a trovarlo. Il prete dunque come insegnante della morte, e del morire. In questo orizzonte individuo allora, come s’è tentato già di fare in precedenti tappe del nostro viaggio, alcune situazioni che, oltre ad avere per "protagonista" sorella morte, possono evidenziare il bisogno che c’è del sacerdote.
Primo. I giovani non conoscono la morte, ma sanno uccidere. La morte viene ridotta al gesto dell’uccidere che si ripete ossessivamente nei videogiochi (in quella categoria che si chiama "killers", la più amata), oppure la vedono al cinema, ma sempre rappresentata nella scena delle morti provocate e mai della morte naturale, magari accompagnata dall’agonia e dunque preceduta da un tempo in cui si dovrebbero raffigurare anche delle possibili relazioni con i propri familiari e persino con la comunità a cui l’agonizzante appartiene.
Secondo. Provocare la morte è tipico di colui che vince. In guerra vince chi uccide di più, e se questi non uccide è lui ad essere ammazzato. La morte dunque è collegata alla vicenda di un eroe, di colui cioè che compie azioni impossibili, e che pertanto diventa attraente in particolare agli occhi di chi ha una vita ripetitiva e monotona. Se questi è un signor nessuno ma con una grande voglia di successo, allora morire da eroe è un’ipotesi apprezzata. La differenza tuttavia che c’è rispetto all’eroe greco è che l’azione compiuta ai giorni nostri non è utile per un popolo, ma coincide con il gesto inutile. A quel punto il nostro l’eroe del nulla muore correndo contromano sull’autostrada o salendo in motorino in tre oppure sfidando limiti – magari nell’assunzione di droghe – che i compagni non hanno ancora toccato. Insomma, la morte non solo è vista come gesto vincente quando si ammazza l’altro, ma diventa accettabile e persino apprezzata quando si lega a un’azione eccezionale.
Terzo. La morte naturale non è più sperimentabile perché si sono creati gli ambienti attrezzati per morire: sia per i giovani – gli ospedali – sia per i vecchi – le case di riposo –, che sono appunto luoghi di attesa della fine. In casa non c’è spazio, e i familiari comunque non hanno tempo; si considera inoltre che sarebbe del tutto inutile dedicarvisi giacché non si avrebbe nulla da dire e nulla da offrire a chi ci sta lasciando. E certo, di fronte al silenzio che quella partenza crea nessuno sembra reggere, mentre gli vien voglia di scappare, di industriarsi in un attivismo esasperato così da non consentire alla morte di infilarsi tra i propri pensieri.
Quarto. Le cerimonie che riguardano la morte non richiamano più, e non raramente si rischia che siano presenti solo i familiari stretti. La morte talora sembra scappare anche dal tempio, e dunque non diventa un’occasione, per quanto mesta, di avvicinarsi al senso della morte, in una circostanza in cui questa si cala in sembianze molto realistiche, passando da una dimensione generale all’addio di "quella" persona cara. Non si attivano canti espressivi che pure la liturgia prevede; non si ripercorre la via della risurrezione come promessa affidabile attestata da Dio stesso, attraverso il suo Figlio. Cioè non si fa più in modo che la morte sia coniugata con la speranza, e ci si affida a parole generiche, a gesti stanchi.
Quinto. Si fa di tutto per non lasciar sprigionare la nostalgia, sospendendo dunque qualsiasi richiamo alla memoria di momenti o gesti significativi, o anche il rimorso, che infatti è scomparso dalla cultura odierna come non esistessero più né errori né mancanze. Siamo tutti così convinti di fare tanto e persino troppo che non esistono più né la categoria del non aver fatto né la colpa di non aver realizzato. Del resto l’esame di coscienza di un tempo non si pone tra i gesti ricorrenti, giacché è stato ammazzato il silenzio, ed è difficile meditare sul senso di se stessi e del proprio agire quando un telefonino squilla, una radio ci assorda, la tv ci ottenebra.
Sesto. Non esistono più storie familiari intense, vere, intese come sequenze di persone e fatti correlati e succedutisi nel tempo. È come se ciascuno facesse storia a sé, senza chi lo ha preceduto o chi lo seguirà. I padri sono scomparsi anche se vivi, tanto risultano dimenticati: il programma di generare figli, che significa continuare una storia, è fuori moda e comunque troppo faticoso, meglio portare a passeggio un labrador. Così non si deve avere il rispetto per un altro che è parte di sé, semplicemente perché l’altro non esiste, non lo si fa esistere, e il problema dunque neppure viene posto. Insomma, non c’è più identità storica, il senso delle radici e del futuro. È scomparsa la percezione della storia personale quale risultato e sintesi di molte generazioni, così come non si percepisce più l’idea che la propria storia continui tacitamente attraverso chi rimane.
Settimo. La Chiesa, impegnata strenuamente nella difesa della vita fin dal suo inizio, non sembra porre altrettanta attenzione alla fine, alla teologia della morte, al senso religioso della conclusione della vita terrena. Combatte l’eutanasia o l’accanimento terapeutico, ma non dice parole eloquenti sul morire, che pure è il passaggio per tutti obbligato. Non le dice, o almeno io non le sento.
Forse dimentichiamo tutti che è solo evocando il mistero della morte, e cercando di entrare nel senso che questa è destinata ad assumere per ognuno, che si possono eliminare certe mostruosità del vivere odierno.
Ottavo. Vado spesso nei cimiteri: non solo quello della mia città, dove sono sepolti i miei morti, ma anche nelle città che visito. Oltre che nei musei vado anche nei cimiteri, e scopro che sono luoghi dell’archeologia umana: sempre più vuoti, sempre più desolanti, sempre più abbandonati. Esigenze sociali poi impongono una singolare limitatezza degli spazi, con la conseguente necessità di incenerire invece che conservare. I cimiteri un tempo erano luoghi di vita e in molti casi luoghi di ritrovo e persino di festa. Aspetto che tra i pellegrinaggi che vengono promossi ci sia anche un pacchetto di viaggi dentro i cimiteri, non per insano amore di morte ma per una vitale domanda di mistero. Visitare i cimiteri di guerra e scorrere i nomi di giovani non ancora uomini che lì sono sepolti non fa forse gridare a quanto sia stupido che l’uomo non rispetti la vita in nome del potere? Senza contare che vi sono cimiteri di una bellezza artistica struggente, come il camposanto di Pisa o il monumentale di Milano.