Nutro una convinzione profonda, che il sacerdote cioè sia un personaggio di grande rilievo per i non credenti. E se ne accorgerebbe lui stesso se solo promuovesse occasioni d’incontro con coloro che non credono. A me pare invece che oggi, in genere, l’attenzione dei sacerdoti vada soprattutto, se non in maniera esclusiva, verso i credenti. Dove la vera differenza, sul piano delle relazioni, è che i credenti si recano al tempio di loro iniziativa e lì solitamente trovano il sacerdote, mentre i non credenti bisogna andarli a cercare, e semmai invitarli ad andare nel tempio. Capisco che il sacerdote, preso dalle molte incombenze legate all’esercizio della sua missione, finisce per trovarsi a fronteggiare continuamente richieste a cui vuole rispondere con la massima sollecitazione, tanto da non avere tempo per attivare altri incontri non richiesti. Ma la conclusione è che i non credenti non chiedono e non ricevono richieste d’incontro né inviti da parte del clero.
E qui mi sembra opportuno riprendere una distinzione già accennata nel corso di questo viaggio sul Prete & noi. Il non credente si trova su una posizione diversissima dall’ateo. Questi non crede in Dio e nemmeno nel suo Figlio incarnato, trovando anzi quest’ultimo articolo di fede ancora più assurdo del primo, dell’esistenza di un Padre che sta nei cieli. L’ateo di conseguenza considera il credente un illuso, uno poco intelligente, almeno nel campo specifico, se non altro perché non è giunto alle stesse conclusioni a cui l’ateo ritiene di essere arrivato sulla base di solidi ragionamenti filosofici e a seguito di un’applicazione stretta della razionalità, che spesso si veste anche di argomenti di scienza.
Non solo, ma ritiene che il mondo debba proprio superare e vincere l’irrazionalità e le infatuazioni per porsi su un treno in cui sarà più facile perseguire gli obiettivi della vita, che significa dell’esperienza su questa terra, poiché egli è certo che dopo c’è soltanto il nulla, e per il nulla è assurdo dedicare altra fatica oltre a quella per esistere.
Il non credente invece non ha nulla da spartire con una simile posizione, e perciò si oppone all’ateismo almeno quanto i credenti. Il non credente è persona che sente i limiti del proprio esistere, e che pur usando la ragione e considerandola la via maestra per risolvere molti problemi esistenziali, e certamente come strumento scientifico, vuole spingerla oltre fino a interrogare il mistero.
Per lui qualsiasi spiegazione apre a ulteriori dubbi, così che la conoscenza procede per chiarificazioni successive, ma anche mai esaustive. In altre parole, il non credente avverte l’esistenza di una dimensione sacrale, riferita in particolare ai temi della vita e della morte, del senso e della fine, dei perché del mondo invece che del nulla, del perché una mente è capace di porre questioni in maniera chiara ma non trova altrettanto chiare risposte. Un limite strutturale, non un’aporìa che si possa risolvere domani. Sa bene che questa non è l’area della superstizione né del mito, seppure non mancano soggetti che cadono in simili tentazioni. Il non credente considera che le religioni abbiano una loro ragione e una loro funzione e ne è interessato, le studia, magari ne ha fatto esperienza in altri momenti della sua vita, quando ad esempio ancor fanciullo frequentava il tempio in base a una tradizione familiare. Esperienze che in qualche modo lo hanno messo in contatto con l’esperienza della fede.
Ha vissuto o forse anche vive accanto a persone profondamente religiose, persone che egli stima e che mai al mondo si sognerebbe di snobbare. Altre persone di fede profonda le conosce, le frequenta, ci ragiona, con loro ha punti di convergenza, e non si sentirebbe mai di dire che per il fatto di credere queste sono ingenue o di scarso valore.
Sulla base di questa sensibilità e convinzione, pur dovendo constatare di non credere in Dio, egli ritiene che sia possibile non negarlo per il futuro, giacché il credere scaturisce da un incontro, e chi può escludere che questo evento nel prosieguo non capiti? Dunque, si trova non solo a rispettare i credenti, ma anche a considerare la possibilità di poter credere, e può persino "invidiare" questa posizione, poiché dà sicurezze che egli non ha, mette a posto questioni che invece lo angustiano.
Non crede oggi, e ciò fa una differenza abissale al confronto con chi invece è credente, ma potrebbe credere fra un attimo, domani, fra un anno, quando in qualche modo gli potrebbe essere dato di percepire la presenza di quel Dio che viene da lui e solo per lui. Tra il credente e il non credente la differenza sta nell’incontro fondamentale, ma pur sempre possibile, anche se questo dipende da una "grazia" superiore, rispetto alla quale egli può essere solo recettivo. Certo, deve stare attento e vigilare, perché sarebbe drammatico che Dio si presentasse alla sua porta e lui non se ne accorgesse. D’altra parte, deve pur sperare che Lui venga, secondo piani che è difficile prevedere perché la logica di Dio dev’essere qualcosa di non facilmente afferrabile, che sfonda nel futuro e nell’eterno, dimensioni che invece all’uomo sfuggono, e questa è la condizione esistenziale tipica dei non credenti.
Fino a qui la precisazione sui termini. Ma ora è tempo di riprendere il ragionamento appena avviato circa il prete e i non credenti. Oh, so bene che il famoso incontro con Dio può capitare ovunque, e che non è necessario – anzi – portarsi al tempio. E tuttavia quello, se non erro, è il luogo in cui Dio si rivela nei suoi sacramenti, quello è il luogo in cui non a caso conviene l’intera comunità per spezzare la parola e il pane, dunque non suonerà stonato che il sacerdote possa invitarvi anche il non credente. Scorgiamo qui una situazione che ci sembra abbastanza tipica. Il non credente si sente come coloro che aspettano Godot nell’opera di Samuel Beckett.
Sono al tavolo, convinti che stia per arrivare e dunque lo aspettano, ma questi non arriva, e tutto lascia intendere che forse non arriverà più. Se fossero sicuri che un Godot esiste, allora la pazienza potrebbe avere un senso, soprattutto se c’è la convinzione che si tratta di un personaggio straordinario che cambierà la loro vita. Ma non ne sanno nulla, e del resto come si fa a conoscere qualcosa o qualcuno di cui non si sa se esiste, e se quindi potrà venire? Dunque, vivono momenti in cui appaiono seccati, altri in cui pensano di essere degli illusi, altri ancora nei quali si inquietano perché avvertiti che l’ospite è andato da molti che non lo aspettavano affatto, arrivando all’improvviso. Viene il dubbio che sia un Godot ingiusto, che faccia preferenze incomprensibili e con una totale mancanza di giustizia. A volte fa addirittura sorgere l’interrogativo che si sia ritenuti degli inferiori, o comunque non all’altezza, e dunque si prova pure un senso di indignazione. Aspettandolo si giunge talora a dire pure: «Meno male che non viene», perché si sa di molti incontri che accadono nell’alone di disgrazie.
C’è una tendenza nella Chiesa secondo la quale il dolore è una condizione ideale per incontrarlo, quando il bisogno si fa più impellente; pertanto è inutile stare a tavola con i cibi prelibati sul fuoco pronti a fare festa: preferisce le disgrazie. E a questo punto, non lo vuoi più vedere, e speri che non attenda proprio una simile contingenza per rendersi presente. Lecito piuttosto chiedersi: perché non deve giungere nella gioia, e anzi, perché non deve promuoverla proprio in vista di un incontro allettante, portatore di serenità e di pace? È a questo punto che il non credente dice che Dio non esiste, perché non può essere così malvagio da preferire le malattie o comunque le disgrazie per farsi cogliere ancor più necessario; ma se proprio esiste in qualche parte remota del cielo, meglio che non si faccia trovare, io non lo desidero e non l’ho mai desiderato.
Una condizione, questa, che nell’immediato appare di grande libertà, giacché non ci sono comandamenti cui ubbidire, né precetti, né consigli. Lungi il non credente dal pensare che invece è proprio nell’incontro con Dio, nel vivere in unione con Lui, e nel seguire le sue vie, che la vita diventa radicalmente bella. Ebbene, nei riguardi del sacerdote il non credente ha un atteggiamento variabile, a corrente alterna, a volte lo vede con simpatia in altre arriva a detestarlo. È particolarmente sensibile agli atteggiamenti di sufficienza dei "toccati dal signore" o "dalle preferite del re", di quanti cioè hanno la consapevolezza della fortuna capitata, vivendola come un privilegio e una consuetudine con il potente.
Nei momenti in cui pensa che Godot non esista, e che stupido sarebbe attenderlo ancora, al non credente capita di guardare la Chiesa, trovandovi piaghe purulente. Naturalmente dopo un poco capisce che tutto ciò è strumentale, e che la rabbia è una perdita di controllo di cui dovrebbe anzi vergognarsi, e allora ritorna a tavola e si siede, e aspetta assieme a tanti altri: non si tratta infatti di un Godot qualunque, ma del Padre eterno.
Il non credente è a suo modo un frequentatore di chiese: le ama come luoghi intimi, come musei speciali dove può ammirare l’arte e la musica, ma da lì gli capita di interrogarsi sul miracolo di quella presenza che dopo duemila anni sa riempire di sé ancora tutta la terra, e la vita di tanta gente. Del Gesù storico può anche sapere molte cose, ma a sedurlo è l’altro Gesù, quello della fede che, incarnato per amore, per amore è morto e risorto, pensando proprio a lui e destinando a lui, non credente, i frutti della redenzione.
Sarebbe bello che il sacerdote, oltre a conoscere le miserie e gli interrogativi che dilaniano talora i credenti, di continuo sfidati dalla non credenza, resi incerti dalle debolezze e dal peccato, eppure ogni volta medicanti della misericordia divina, conoscesse un po’ anche il non credente, colui che pur esperto nelle cose del mondo la misericordia non la conosce nemmeno, neppure sa dove abita di casa. E per questo motivo è fortemente tentato dal tempio.
Non a caso pensa a quel prete che praticamente nulla fa per i non credenti, e si chiede: ma che apostolo è?