Il sacerdote è uno dei modi in cui Cristo si rende presente nel tempo successivo alla sua risurrezione. Dopo la sua morte infatti, egli ha scelto di restare misteriosamente nel mondo, trovando corpo nella Chiesa che lui ha fondato, e nell’eucaristia che lui ha istituito. Ha però anche dei testimoni privilegiati che sono i vescovi e i loro collaboratori. Costoro sono chiamati a identificarsi a tal punto con il loro Signore che non è una bestemmia affermare che sono immagine visibile di Gesù.
Lo so, ci sono preti che tengono a dire: più che un altro Cristo, sono un povero cristo. E l’affermazione ha indubbiamente una sua efficacia. Ma come contestare chi è indotto a vedere nel sacerdote un’interpretazione quasi fisica di Cristo? La teologia, è vero, non arriva a tanto, tuttavia c’è un sentire popolare di cui tener conto, perché esso contagia anche chi non appartiene in senso stretto alla comunità cristiana. Intuisco che si tratta di una responsabilità enorme, giacché ogni comportamento anomalo può diventare motivo di scandalo. Non è senza motivo d’altra parte che il divin sacrificio che è la Messa inizi, proprio su invito del sacerdote-celebrante, con la richiesta di perdono dei peccati.
Quello d’altra parte è il momento in cui sacramentalmente il sacerdote ripete il gesto di Cristo, e viene assimilato a lui. Qualcosa di grandioso, ammettiamolo, e per l’ateo ciò non è comprensibile, eppure so che di questo occorre tener conto. Anche per collocare nel giusto modo il sacerdote dentro il tempio, ossia nel luogo in cui si celebrano i vari sacramenti, in particolare la confessione e l’eucarestia, e dove l’eucarestia resta conservata insieme alla parola. Ammetto che in me questo legame tempio-sacerdote-Cristo è così forte da ritenerlo inscindibile.
Per me il prete è tale anzitutto nella casa del Signore, lì egli accoglie e opera in nome di Cristo. In questo senso è un uomo che insinua il mistero, lo svela, e induce ad andare oltre la vicenda terrena. Il che non significa scivolare nell’astratto: c’è infatti una dimensione divina che appartiene all’umano e dunque ha una sua innegabile concretezza. Che nel sacerdote acquista persino una sua evidenza. Ebbene, nel tragitto che stiamo compiendo attorno a «I preti e noi» queste affermazioni costituiscono l’incipit per una serie di puntate che riguardano le tipologie del prete.
Quando il prete è fuori del tempio e svolge il suo ministero in questo o quel ganglio della società viene classificato, e sovente egli stesso si classifica, con un aggettivo che lo specifica: c’è così il prete di strada, il prete insegnante, il prete di fabbrica, il prete anti-droga, il prete dell’ospedale, eccetera. In questo contesto, ho ancora in mente una figura che negli anni Sessanta andava per la maggiore, quella del prete operaio, quando bastava questa etichetta per dire che si trattava di un testimone che interpretava radicalmente alcune istanze sociali. Oggi mi sentirei di dire che il sacerdote non ha bisogno di alcun aggettivo, e che anzitutto egli è il sacerdote del tempio. Se poi ha affidato in particolare anche un segmento di vita sociale, allora egli si caratterizzerà pure per questo. Entro queste cornici passeremo allora in rassegna una serie di situazioni che riprendono il prete nell’approccio con determinati ambienti.
È un modo anche questo, a ben vedere, per cogliere dimensioni e rifrazioni della figura del sacerdote quale si manifesta ai nostri giorni, e quale ci capita di intercettare nella nostra esperienza. Essa è destinata a porre comunque delle domande alla società in cui viviamo, e che talora albergano in noi stessi. Meglio allora affrontarle. Un primo interrogativo, che in certi ambienti va per la maggiore, riguarda la "produttività sociale" del sacerdote. Per taluni egli è addirittura un peso sociale, nel senso che rappresenta dei costi che la società sostiene. È un argomento non certo nuovo quello del costo dei sacerdoti, che poi è quello del finanziamento della Chiesa. In passato la principale fonte di sostentamento era costituita dalla rendita dei "benefici", ossia delle donazioni lasciate da qualche benefattore. Una volta che queste, nell’800, furono incamerate dallo Stato, fu lo Stato stesso a farsi carico di corrispondere una sorta di congrua, la quale fu modificata solo vent’anni fa con l’arrivo del sistema dell’8x1000. Non di rado questo sistema è fonte di polemiche e insinuazioni anche pesanti.
Certo, questo testimonia che la cittadinanza nutre una certa attenzione per il prete, la sua vita, la sua missione. Voglio dire che non è un segnale necessariamente negativo, ma un modo talora discutibile per coinvolgersi nella vita della Chiesa. Per riconoscere che la Chiesa e i suoi sacerdoti sono chiamati a rivestire un ruolo sociale e a gestire una serie di incombenze anche concrete. Ovvio che si possono ignorare, e quindi concludere che si arrangino. Ma se ci si accosta alle situazioni con mentalità inclusiva, si deve prendere atto che, volenti o nolenti, c’è una "utilità" sociale del prete che conviene riconoscere.
So bene che non ovunque è così. Mi riferisco, solo per fare un esempio, che magari è un esempio per contrasto, alla situazione della Chiesa anglicana come la trovo interpretata in una piccola comunità, anzi in un villaggio della Scozia dell’estremo nord, in cui io vivo d’estate. Il pastore di una delle chiese attive in quel paese è il macellaio. Un soggetto interessante con il quale, quando entro nel suo negozio, intesso delle lunghe e simpatiche conversazioni, e naturalmente mi capita di parlare di cose dello spirito mentre lui mi taglia il pezzo di carne, e mi dà le informazioni fondamentali sulla bestia che intanto maneggia. Càpita poi che la domenica mattina, a mezzogiorno, lo veda sulla porta della sua chiesa in abito nero, mentre riceve i fedeli. Domanda: meglio questa situazione?
Ancora. In uno dei viaggi effettuati in quello straordinario Paese, una volta mi sono fermato a dormire in un "bed & breakfast" vicino a Thurso, e il mattino seguente mi accorgo che a servirmi la colazione è il pastore della chiesa del villaggio: svolgeva quella occupazione naturalmente per vivere, un’attività che conduceva assieme alla moglie, a 30 sterline la notte. Inutile dire che abbiamo più parlato che mangiato, e lo ricordo come una persona squisita. Ma anche qui è lecito chiedersi: è meglio una situazione di questo tipo? Per la Chiesa cattolica il prete normalmente non ha una occupazione laica, non è sposato, ed è interamente dedicato alla parrocchia affidatagli. Il che è vero in particolare per il nostro Paese, dove i preti possono anche svolgere delle funzioni sociali, ma essi sono anzitutto impegnati a servizio del tempio, dove si svolge una buona parte (non tutta) la loro missione.
Ebbene, io vorrei che il prete fosse eminentemente il prete del tempio, e sono pronto, da non credente, a riconoscere che questa sua definizione ha un’importante accentuazione anche sociale, per cui trovo giusto che lo Stato se ne faccia carico. Non per ragioni di clientela, ma proprio per il riconoscimento di quella che è la ragione storica e di quelle che sono le esplicazioni attuali della religione cattolica nel vissuto del nostro Paese.
Il prete del tempio non è solo quello che si limita a vivere gran parte del suo tempo dentro il tempio. È l’uomo della preghiera, e in questa attività di intercessione egli non solo edifica la Chiesa ma migliora la società, perché vi immette una ispirazione diversa, spesso alternativa, e certamente benefica per tutti. Potrebbe essere un soggetto che non sa nulla, o assai poco, sul piano sociale, ma dispone di un qualcosa che dal suo punto di vista è straordinariamente potente: la preghiera al Signore della storia. E chi sono mai io per beffarmi di essa? Ma egli, oltre a pregare, svolge tutta una serie di funzioni proprio nel tempio: quelle liturgiche, e poi l’amministrazione dei sacramenti, in particolare lunghe ore dedicate alla confessione che si fa anche dialogo ed educazione interiore. Una educazione al senso del peccato, alla scoperta della coscienza personale, del senso di colpa.
Una occasione ricorrente cioè per abituarsi a guardare in faccia il male e a distinguere il male dal bene. Forse che questo non ha una intrinseca ricaduta sociale? Dunque, momenti preziosi per individuare e comporre dissidi tra padri e figli, o all’interno delle coppie: non per sostituire lo psicologo, ma per non clinicizzare anche le situazioni cui serve semplicemente porre il dato della crisi in uno scenario più ampio di crescita e maturazione.
Il tempio è ormai l’unico luogo in cui si può trovare silenzio, dove il silenzio è coltivato quale risorsa della persona, e dove la persona può rientrare in se stessa e meditare. La meditazione come strumento per capire se stessi e situarsi meglio nel mondo. Il tempio come il luogo in cui si incontrano i propri morti, ancor più che nel cimitero. Inoltre il tempio come luogo della comunione, della festa, del banchetto. Come luogo di incontro dei più giovani, delle famiglie, degli anziani.
Fatico a pensare alle altre specificazioni del prete, giacché ritengo sia consolante sapere che se c’è bisogno del prete lo posso trovare nel tempio e posso correre lì senza temere che sia chiuso, perché magari il ministro vi è attivo solo per la funzione domenicale. In una contingenza storica nella quale non si trova alcuno disposto a darsi agli altri, e a dare in particolare del suo tempo, che sembra la cosa più preziosa, poter andare nel tempio e trovare un uomo che in partenza sai che ti ascolterà, che non ha un prodotto da propinarti, ma semmai una proposta da farti, una verità che ti può scuotere e sedurre, che può farti bene, e indurti a prendere decisioni sagge, ecco tutto questo è sommamente importante.
E serve a tutti, non solo ai credenti. Dinanzi a questa figura di prete, mi pare che i vari altri modelli che andremo ad analizzare, siano secondari. E non temo di esser provocatorio dicendo che sovente mi sembrano addirittura asimmetrici, se non fuori luogo. In una cultura delle specializzazioni e dei ruoli sempre più sofisticati, non mi pare affatto sprecato il ruolo di chi punta all’essenziale, all’eterno, o se si vuole a ciò che costituisce il fondamento che sta alla base di ciascuno. Non voglio estremizzare, e dunque posso anche riconoscere che vi sono dei campi particolari o sofisticati di apostolato.
Ma non vorrei che andasse mai deserto il tempio. Che non fosse mai appeso fuori il cartello "fuori stanza", come capita negli uffici del ministero. Vorrei cioè che tutti i preti appartenessero anzitutto alla tipologia del tempio. Che sia troppo?