«Prete di strada» è indubbiamente una specificazione piena di fascino e sembra coniugarsi bene con la parola "prete" perché indica la disponibilità a stare con tutti, con chiunque la transiti o addirittura la abiti, con ogni soggetto, insomma. Il messaggio evangelico non si riferisce forse a quel "tutti" che dovrebbero essere i reali destinatari del messaggio stesso? E le parole di Paolo che invitano a mettersi sullo stesso piano dell’altro per conquistarlo a Dio, non sembrano forse uno stimolo per un sacerdote a farsi apostolo della strada? La strada richiama anche i senza dimora, gli ultimi, e basterebbe – per rendere l’idea – evocare i "ninos de rua" dell’America Latina, per dire di una povertà che riduce l’uomo a immondizia da discarica. Donna di strada, poi, richiama chi vende il proprio corpo per poter sopravvivere. Dunque, la povertà più estrema. E certo la povertà non è solo un ricordo lontano per le società del benessere, visto che è stato diagnosticato che in tali società i grandi ricchi ci sono perché ci sono anche i grandi poveri, quelli che ancora sono attaccati a una condizione che non ha nulla di umano, se non la sofferenza.
E questa condizione diventa ancora più estrema se la si declina per i bambini, quindi le donne e i vecchi. In questa espressione, "prete di strada", c’è dunque sicuramente anche una riserva critica verso quei preti del palazzo o di corte che si appellano alla dovizia di mezzi e ai privilegi. L’espressione tuttavia inizia a circolare anzitutto in America Latina, e quindi in Europa durante la "contestazione", in quelli anni Sessanta e Settanta in cui la sensibilità agli esclusi si era fatta forte e animava i movimenti per la giustizia che è umana, ma certo anche cristiana, se solo si pensa che Cristo è venuto per salvare il mondo e ha mostrato una attenzione particolare per gli ultimi.
Io ho avuto tanti amici che si sono chiamati preti di strada, altri che hanno lavorato nelle fabbriche, assumendo le posizioni più dure, più faticose, e con loro ho spesso simpatizzato. Preti che hanno sentito il richiamo della terra e hanno voluto mescolarsi ai poveri, convinti che costoro mai sarebbero andati nelle chiese e dunque occorreva andare da loro e stare con loro nei luoghi in cui erano ammassati. In qualche modo si potrebbe contrapporre da un lato il prete del tempio e dall’altra il prete di strada che vede il tempio ovunque ci sia un uomo che soffre.
Da una parte chi sta in chiesa ad aspettare che vengano a cercare il sacerdote e dall’altra chi corre nella strada a cercare quanti hanno bisogno. E questo, per la verità, è stato il senso che spesso il prete sociale si è dato a fronte di un ruolo più tradizionale. Quando poi lo stesso genere di scelte veniva effettuato in gruppo, questo si poneva in genere come coscienza critica nei confronti dei comportamenti ufficiali. Era il periodo in cui l’abito non faceva il monaco, e quindi il prete si presentava vestito come tutti, perché riteneva che così non avrebbe allontanato alcuno. Talora l’opzione politica era assai pronunciata, e andò di moda anche l’espressione "preti di sinistra", a calcare ancor di più un forte anticonformismo rispetto alla tradizione.
Alla fine degli anni Sessanta anche in Italia cominciò a diffondersi il fenomeno della droga, passando presto da un fatto di élite a uno di massa e coinvolgendo una larga platea di giovani. Lo Stato allora era impreparato e un certo numero di preti si buttarono su questa nuova emergenza, diventando i paladini di un recupero anzitutto umano, sul quale poi innestare eventualmente la proposta di fede. Mi sono trovato a condividere lo sforzo di alcuni sacerdoti diventati il simbolo di questo impegno, che si prendevano il drogato in canonica, costituivano gruppi comunitari, o trovavano famiglie in grado di accoglierli mentre quelle naturali li rifiutavano.
Un’opera che indubbiamente va menzionata per il significato che da subito assunse. Ma al di là del valore storico che queste esperienze hanno avuto, e che meriterebbero una trattazione ben più vasta di quella che possiamo fare qui, desidero oggi avanzare alcune considerazioni che semmai potrebbero essere di stimolo per promuovere anche altri fronti di impegno, in un momento in cui i problemi sociali sembrano aumentare piuttosto che diminuire. E la prima considerazione mi porta a dire che vi sono compiti che possono benissimo assolvere i fedeli laici, i quali hanno anche in alcuni casi competenze specifiche e una conoscenza della condizione di sofferenza più diretta. Occorre infatti che un certo protagonismo ecclesiastico non oscuri ciò che è proprio dei laici, quasi che questi non siano in grado di testimoniare Cristo sugli spalti più incandescenti del sociale.
Capisco che ci sono emergenze, e quando una casa brucia non ha molto senso chiedersi a chi tocca fare cosa. Chi può, si dà sotto, e parte. Ma nei tempi medi questa può diventare semplicemente una supplenza, mentre è importante che ciascuno faccia ciò che è conforme alla sua propria vocazione, senza mandar deserto il ruolo che primariamente gli compete. Ho conosciuto sacerdoti psicologi e anche sociologi abbastanza improvvisati, mentre tra i cristiani ci sono operatori di grande esperienza, persone che hanno approfondito l’ambito specifico – delle tossicodipendenze o della lotta alla mafia o alla prostituzione o per i diritti civili o altro ancora – in cui si volevano impegnare, e si sono accostate con la preparazione giusta, che talora il prete non ha.
Conosco sacerdoti che si dedicano con coraggio a queste situazioni, ma nessuno che non possa essere sostituito nel suo ruolo da cristiani laici e davvero esperti. La stessa idea che se non sono in prima linea i sacerdoti allora la Chiesa non si coinvolge, mi pare francamente datata. E dovrebbe essere un punto d’onore proprio dei sacerdoti far sì che i laici si buttino, e magari assisterli, accompagnarli stando sempre più dietro le quinte, mentre loro – i sacerdoti – si concentrano progressivamente di più sul loro essenziale. Insomma, pur con il fascino che avverto per questa espressione – preti di strada – e con la gratitudine che anch’io sento di esprimere per ciò che è stato fatto nel momento in cui le diverse emergenze sono esplose, sono oggi del parere che la funzione del sacerdote si espleti anzitutto e primariamente dentro il tempio.
E che sulle diverse frontiere dell’impegno sociale si devono preparare i laici. Ricordo il periodo dell’Africa, della mia Africa, quando ho conosciuto sacerdoti che facevano gli infermieri, e che davano risposte a richieste che erano di natura medica, nutritiva e di educazione: quello è un passaggio obbligato per presentarsi alle popolazioni che non conoscono la Chiesa. Ci sono territori in cui non si può parlare di Gesù Cristo senza essere tacciati di proselitismo, e allora va da sé che l’unica attività in qualche modo evocativa dell’annuncio cristiano è quella della promozione umana. Ma mi è più difficile riconoscere lo stesso ruolo nelle nostre città e società complesse, in cui vige tutta la libertà possibile, e sono esercitate tutte le professioni: perché il sacerdote non fa quello che solo lui può fare?
Per esprimermi in maniera ancora più chiara, io spero che in strada ci vadano i laici cristiani, forti di una preparazione spirituale che viene loro impartita dai sacerdoti, educatori alla fede, ma non vivo come un segno forte il fatto che oggi in strada vadano i sacerdoti. Mi dicono, tra l’altro, che le ultime generazioni di presbìteri tendano a essere spontaneamente riluttanti, che sentano molto meno l’attrattiva di una soggettività forte sui crinali del sociale. E questo probabilmente non è un male, soprattutto se questa cautela non coincide con il disinteresse.
Ovvio che i problemi degli uomini devono interessare i sacerdoti, guai se sono attratti solo dai temi pastorali, e tuttavia che siano loro a spingere i laici ad assumere l’iniziativa o almeno a portarla avanti, beh questo è un segno di maturità. Mi auguro quindi che le strade siano piene di cristiani che sentono su di sé la sofferenza dell’uomo e dell’emarginato. Come mi auguro che in ogni chiesa ci sia un sacerdote che alza le braccia al cielo e prega per la sua gente, prega per il mondo. Qui il prete trova la sua forza, mentre in ogni altra esperienza corre molti rischi, tra cui quello di non esercitare la propria missione e quindi di rinunciarvi inconsapevolmente, mentre crede di svolgerla.
Ci sono a tale riguardo almeno due tipi di rischi. Il primo e più frequente è di non raggiungere i risultati sociali sperati e programmati, pur se il poco può essere sempre meglio del nulla. Talora infatti sperimenta la rottura del legame da parte di chi è preso in carico, con il costituirsi di sentimenti di colpa, di senso di fallimento, soprattutto sentendosi solo e deluso. Il secondo rischio è dato dall’eroismo, dal sentirsi un prete-eroe che tende a cose speciali, a comportamenti e a imprese eccezionali.
L’eroe è sempre fatalmente anche un uomo di spettacolo, che magari senza accorgersene diventa protagonista della sofferenza, altrui su cui sovente realizza un sogno di potere personale. Sono situazioni che in ogni caso mi rattristano, poiché rasentano condizioni di fallimento sia per la difficoltà di raggiungere gli obiettivi, sia perché non consentono ai soggetti di realizzare la propria missione. La quale chiede di esser svolta nell’ordinario e nelle forme dell’ordinarietà, mai nel delirio di grandezza. E quando di deliri si tratta, sono modesti perché trovano per lo più origine nel bisogno di compensare e di giustificare i propri deficit, e i primi a considerarli tali sono proprio i sacerdoti di strada. Non ditemi fissato, ma continuo a vedere il sacerdote nel tempio e il tempio pieno di gente, e di cristiani che lavorando sulle strade del mondo chiedono gli aiuti che provengono non da improvvisate professioni, ma dalla parola di Dio imbandita e spezzettata dal sacerdote.