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Trentaseiesima puntata (15 ottobre 2008)
Il sacerdote di campagna

di Vittorino Andreoli

Il prete di campagna è una figura di grande evocazione, con una storia alle spalle che la eleva a personaggio. Vi hanno contribuito apporti letterari importanti: Diario di un curato di campagna, di Georges Bernanos, Diario di un parroco di campagna, di Nicola Lisi, ma anche Don Camillo, di Giovanni Guareschi.

Ma a lasciare soprattutto il segno e ad alimentare la leggenda ha provveduto la testimonianza di una serie di preti di campagna che sono nel ricordo di ciascuno di noi. Un profilo forse scomparso, giacché nemmeno la campagna oggi quasi esiste più, almeno con le caratteristiche che le erano proprie e che sembravano intramontabili, tanto sono durate a lungo. Ora la campagna non rappresenta più il luogo di una comunità ben definita, anche sul versante religioso, e connotata da quel particolare vissuto che lega l’uomo alla terra.

Questo schema sociologico non esiste più. Come non esiste più il contadino che vive solo del lavoro dei campi. Semmai nei paesi arriva ormai l’uomo della città, che cerca un po’ di aria buona e porta comunque una cultura diversa: questi infatti resta un cittadino che in campagna stabilisce semplicemente la residenza, e solo col tempo si lascia contagiare da alcuni ritmi tipici dell’ambiente agreste. Ebbene, in quello scenario il prete era il depositario del sapere, e non perché ne sapesse necessariamente più degli altri, ma perché conosceva le cose che contavano di più e, tra queste, quelle che riguardavano il cielo e l’eterno. Era colui che attingeva direttamente a Dio e le cose di Dio erano le uniche ad avere in quella cultura un vero significato. Attraverso la sua mediazione arrivavano gli aiuti del Signore, senza i quali l’esistenza del contadino e della sua famiglia erano praticamente impossibili. E allora occorreva la benedizione della casa, della terra, degli animali, e naturalmente ciascuno in famiglia doveva essere timorato di Dio per poter godere dei suoi benefici.

Una visione semplice che tuttavia metteva in evidenza il senso del limite umano. La vita di campagna, anche se meccanizzata qual è attualmente, dipende sempre dall’imponderabile, da un qualcosa di incerto, di cui la grandine è la dimostrazione più sfacciata: in pochi minuti l’intero lavoro di una stagione finisce in nulla, annientando le speranze di un anno intero. Tutto ciò ovviamente manca nella civiltà industrializzata, condensata nella tecnica e nella computeristica.

Seppur sopravvive la tipologia del prete, a cui è affidata una parrocchia in ambiente agricolo o semi urbano. Dove la chiesa è in genere il punto geografico centrale, e il campanile è il manufatto che tipicizza quella data località, rendendosi visibile dappertutto. Le campane lì custodite scandiscono le ore e i giorni, chiamano a raccolta i fedeli, e siglano i passaggi più significativi della vita dei singoli e della comunità. La differenza rispetto all’ambiente urbano è evidente: in città la parrocchia è un agglomerato di abitazioni addossate le une alle altre, con un’alta densità di popolazione, e i rapporti di vicinato vicini quasi allo zero perché intonati all’indifferenza, se non al fastidio e alla conflittualità.

Il vissuto cittadino tende sovente verso l’aggressività che, pur se controllata, finisce di tanto in tanto per esplodere e magari riversarsi su chi in quel momento è semplicemente un oggetto casuale, una sorta di parafulmine in cui si scarica una tensione distruttiva.

Risulta evidente qui, e in maniera netta, l’importanza che l’ambiente ha sul comportamento e sugli stili di vita, e certamente un tempo città e campagna erano esperienze comunitarie antinomiche, e di questo risentiva la figura del prete e la stessa percezione della chiesa. Nelle campagne le case sono quasi identiche e in esse le famiglie apparivano nuclei anche vasti di persone strettamente legate tra loro; nelle città invece a percepirsi sono prima gli individui e solo poi i nuclei familiari.

Nella prima situazione il legame con la casa era anche un legame di storia familiare, poiché la terra veniva trasmessa all’interno della famiglia, e quindi lungo un filo conduttore che permetteva di riconoscere anche chi ormai non c’era più. Il prete entrava in tutte queste storie e sovente aveva conosciuto il nonno e ora i nipoti, e finiva per essere una garanzia della stessa continuità, un elemento che rendeva ancora più forte l’identità sociale e quella storico-familiare.

Una volta il prete di campagna faceva parte dunque del tessuto contadino, era un sacerdote che restava attaccato al suo territorio, sovente per sempre. Non era ancora entrata come prassi abituale quella del ricambio e della turnazione dei sacerdoti, l’idea cioè che fosse meglio cambiare di tanto in tanto i parroci, per rinnovare la pastorale e vivacizzarla. Il fattore-continuità era ancora foriero di vantaggi, e solo poi diverrà sinonimo di cronicizzazioni. In quei contesti, la continuità era anzitutto garanzia di partecipazione del prete alle vicende delle varie famiglie, non fosse altro che per il motivo che il contadino non si apre facilmente, e quindi gli necessita un tempo piuttosto lungo per lubrificare i legami.

E infatti i parroci "a tempo" finiscono per entrare solo parzialmente dentro le saghe familiari. I registri parrocchiali sono le mappe principali che documentano questa realtà, e infatti sono al contempo la fonte che certifica l’anagrafe spirituale e quella indispensabile a ricostruire il viluppo di interi ceppi familiari, il loro intrecciarsi attraverso i matrimoni, il loro rinnovarsi grazie alle nascite, e talora anche l’estinguersi alla morte degli ultimi epigoni di una data famiglia.

La tradizione era intesa come fedeltà a un vissuto, come perpetuazione di scelte e comportamenti, rispetto ai quali c’era un vivo senso di colpa quando non si sceglieva la conformità, preferendole la rottura rispetto a consuetudini radicate. In questa grammatica di rapporti si inserivano anche i passaggi sacramentali, i battesimi, le prime comunioni e le cresime, per non dire delle nozze che erano autentiche feste di interi clan che si riconoscevano e si onoravano vicendevolmente.

Va da sé che anch’io ritrovi la mia piccola storia dentro a vicende come queste, e benché non auspichi certo alcun ritorno, né nutra alcuna nostalgia, non posso però non constatare quello che la vita di un tempo assicurava alla stabilità anche psichica e comunque esistenziale delle persone. E insieme dobbiamo riconoscere il prestigio che un tempo ha avuto la figura di un certo prete di campagna, un prestigio che non è paragonabile a ciò che questo termine significa oggi, perché allora era basato sulla semplicità e sulla dedizione, binari di un modello che si riproponeva come nucleo centrale di una storia che si rinnovava solo nell’identità e nella coesione.

Sento ancora oggi pronunciare quel "Ti ricordi don…", nome a cui restano legati magari i ricordi di aneddoti strani, e persino buffi, perché evocano il carattere di personalità forti, che con le loro abitudini hanno segnato interi ambienti. Allora l’anziano parroco riceveva il nuovo sacerdote designato, ma egli continuava a stare in canonica e conservava il suo scanno d’onore nella sua chiesa, dove seguitava a svolgere, per quello che poteva, le proprie mansioni, rispettato da tutti fino alla fine dei suoi giorni. Il rispetto che lo circondava era stato collaudato in un costume improntato all’essenzialità se non alla povertà, a contatto con situazioni anche grame, in cui le famiglie erano più di oggi visitate dall’angelo della morte, dal flagello di epidemie, o da scelte estreme di sopravvivenza come l’emigrazione. Il prete sentiva quelle difficoltà come proprie, e le condivideva concretamente con un’assistenza assidua e talora anche materiale. La ricorrenza nel calendario locale del santo patrono era l’occasione ogni anno per una grande festa che riuniva insieme i vari parentadi.

Con il prete del luogo si poteva parlare in dialetto e pregare come uno era capace, mentre al Padre eterno bisognava riferirsi in italiano: nascevano così espressioni bellissime e creazioni che purtroppo sono andate perdute, ma che sarebbero testimonianze storiche preziose, almeno per chi considera la piccola storia come quella più significativa, senza riferirla necessariamente alla histoire batailles quale occupa i libri di Storia con la esse maiuscola.

Al prete di campagna è normalmente associata una figura, pure essa ormai scomparsa, qual è la perpetua, a cui andrebbe dedicato un vero monumento. Talora era una parente del sacerdote, altre volte era semplicemente una donna che si sentiva vocata a dedicarsi alle necessità del prete. Una donna che per la gente diventava speciale, giacché era vicina al sacerdote e talvolta ne era il tramite e la via più veloce per raggiungerlo.

E tuttavia, il prete di campagna era solitamente sempre lì, pronto e disposto ad ascoltare, a soccorrere e aiutare, pronto a entrare nelle case ogni volta che fosse stato utile, e non per dare risposte tecniche, ma sempre per offrire quelle che si trovano già nel Vangelo "tradotto" nel dialetto locale.

Il prete di campagna ormai quasi non c’è più, ma il suo profilo va ricordato perché nel suo tempo è stato un modello di grande integrazione dentro una data comunità. Un’integrazione basata sui fatti, sulle opere, e non tanto sulle parole. E se anche qualche stonatura qua e là ci fosse stata, essa non altera la giusta memoria che si deve avere per questa figura superba e a un tempo umilissima. Se poi in questa descrizione ho finito per dimenticare l’attualità di una simile figura, è perché spero venga richiamata da altri: sapere della sua persistenza – non so perché – mi renderebbe felice.

 

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Nello scenario agricolo, oggi pressoché scomparso, il prete era il depositario del sapere, e non perché ne sapesse necessariamente più degli altri, ma perché conosceva le cose che contavano di più e, tra queste, quelle che riguardavano il cielo e l’eterno. Era colui che attingeva direttamente a Dio. E le cose di Dio erano le uniche ad avere in quella cultura un vero significato.

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